Francisco Soriano racconta il viaggio di Ella Maillart e Annemarie Schwarzenbach, la coppia di viaggiatrici che dalla Svizzera, a bordo di una Ford Roadster Deluxe, raggiunse l’Afghanistan.

«Ho sempre scritto per viaggiare, non ho mai viaggiato per scrivere»: Ella Maillart non dissociò mai letteratura, pensiero e viaggio dal suo vissuto quotidiano perseguendo tenacemente traguardi incredibili senza pregiudizi e paure. Fu una sportiva famosa in tutto il mondo oltre che giornalista, fotografa e viaggiatrice.


In foto Ella Maillart

Ella Maillart nacque a Ginevra in una famiglia svizzero-danese nel 1903. Fu influenzata fin dall’infanzia dalle passioni sportive della madre che la educò alla libertà, all’indipendenza e all’idea di una vita in armonia con il corpo e la bellezza della natura. Abbandonò gli studi prima della maturità e, già nel 1919, fondò il primo club femminile di hockey su prato della Svizzera. Tra il 1925 e il 1929 lavorò come marinaia, segretaria, rappresentante di commercio, insegnante di francese e, addirittura, trapezista in alcuni comparse cinematografiche. Dal 1930 iniziò a viaggiare, visitando Mosca, il Caucaso, il Turkestan e poi la Cina, al fine di realizzare un reportage sulla Manciuria occupata dai giapponesi in un drammatico periodo storico per tutta l’area dell’estremo oriente. Fra il 1937 e il 1938 si recò in India e attraversò la Turchia, l’Iran e l’Afghanistan. Già durante l’adolescenza esercitò la sua passione per la vela viaggiando in tutto il Mediterraneo fino a prendere parte, nel 1924, alla competizione olimpica a capo della squadra svizzera di vela: unica donna e la più giovane delle gare nella categoria della Vela in solitario. Molto prima della sua partecipazione olimpica, nel 1913, Maillart incontrò Hermine de Saussure, soprannominata Miette, figlia di un ufficiale navale svizzero con cui condivise la passione per la vela e lo sci. Ella e Miette si dedicarono alla guida di scafi sempre più impegnativi gareggiando nelle acque del lago di Ginevra. Nel 1923, con un po’ di incoscienza e senza neanche un motore ausiliario che potesse aiutarle in un eventuale momento di crisi in alto mare, salparono per la Corsica. Al loro ritorno, a Cannes, ricevettero un tributo che le rese famose alla stregua di vere e proprie eroine nazionali. Nel 1925, con un equipaggio composto da quattro donne, fra cui la scrittrice Marthe Oulié, si diressero nuovamente in Corsica, e poi in Sardegna, Sicilia e, infine, verso le isole dell’Egeo. In seguito, a bordo dell’imbarcazione Atalante, lo stesso equipaggio cercò di ripercorrere il tragitto compiuto dal mitico Alain Gerbault, eroe della traversata atlantica in solitaria: le temerarie navigatrici si fermarono perché Miette si ammalò, facendo naufragare l’avventura. Ella decise di abbandonare il progetto delle traversate in mare per dedicarsi alla esplorazione di Paesi lontani, confini terrestri ricchi di fascino e storia. Era il 1939 quando, in Spagna, finiva la guerra civile che consacrava il triste periodo di affermazione dei fascismi in Europa, mentre Mussolini e Hitler si apprestavano a occupare Paesi neutrali provocando il disastro umano, sociale ed economico della Seconda guerra mondiale.


Foto di Ella Maillart. 1) Coppia karakalpak, compagni di Ella Maillart a Kopalik, vicino a Hiva, Uzbekistan, 1932 2) Nobili Khalkas sotto la yurta, Mangiuria, 1934

Questo è lo sfondo storico, la cornice delle catastrofi del XX secolo quando Ella, insieme ad Annemarie Schwarzenbach, decise di cominciare l’esperienza di avventurose viaggiatrici. Ella Maillart conobbe nel 1938 Annemarie Schwarzenbach, a Yverdon, dove era in cura. Le due donne furono animate da un particolare spirito d’avventura e rappresenteranno una coppia di viaggiatrici originale e feconda per la testimonianza di luoghi, persone e ambienti mitici, per il contributo inestimabile di quella che può essere definita oggi come letteratura di viaggio.

Annemarie Schwarzenbach nacque nel 1908, in una famiglia benestante dell’alta borghesia svizzera discendente dei Bismarck: il padre era un industriale della seta a Tawil e Zurigo e commerciava in tutto il mondo. Alfred Schwarzenbach era un uomo colto e Annemarie passava con lui giornate intere a passeggiare: era la figlia che tutti avrebbero voluto dal viso angelico e l’intelligenza cristallina, brillante quanto introversa, androgina e incredibilmente femminile. Molto complicata invece fu la dinamica affettiva con la madre, Renée Wille, caratterizzata da un rapporto simbiotico quanto in totale contrasto. Già in gioventù, il rapporto con la signora Wille fu vissuto in perdurante e ambiguo antagonismo, con quella madre-padrona di Brocken, così come veniva definita dall’amica Erika Mann. Dal 1933, partecipò nel Vicino Oriente ad alcune campagne di scavi archeologici e soggiornò per periodi più o meno lunghi in Siria e in Iran. Sposò Claude Clarac, un diplomatico francese a Teheran nel 1935. Ebbe relazioni sentimentali importanti quanto burrascose con Erika Mann, la scrittrice americana Carson McCullers e Margot von Open.


In foto Annemarie Schwarzenbach

Annemarie Schwarzenbach era un’icona dal fascino irresistibile: capelli corti e ondulati sulle tempie, elegante con abiti maschili e cravatte su camicie bianche e plissettate: possedeva uno sguardo enigmatico e magnetico e appariva come un essere diafano che attraeva qualsiasi genere di persona. I suoi ritratti fotografici più celebri furono quelli realizzati da Marianne Breslauer, musa della street photography, che affermava:

Non avevo mai visto nessuno come lei, se mi avessero detto che era l’arcangelo Gabriele e che mi trovavo davanti al Paradiso ci avrei creduto. Non sembrava né un uomo né una donna, ma un angelo, un arcangelo, così come io immagino un arcangelo. In Annemarie non vi era pace e, dietro quella sorta di ambiguità carismatica si nascondevano ferite profonde, voragini di solitudine, mal di vivere inconciliabile: visse come una dandy, insofferente e soprattutto incompiuta.

Al fine di coinvolgere la figlia nell’alta società, la madre organizzava eventi mondani con artisti del calibro di Toscanini, Strauss e alcuni fra i discendenti di Wagner. Tuttavia, lo spirito di Annemarie era altro, seppur fragile e irrequieto rappresentava un opposto intransigente e non negoziabile con la rigida ideologia familiare. Annemarie trascorse due anni nel collegio femminile di Fetan e, successivamente, nel 1927 si iscrisse all’Università di Zurigo, Facoltà di Storia e Letteratura. Prima della laurea studiò a Parigi e frequentò alcuni corsi alla Sorbona. In quel periodo di intense frequentazioni a Montparnasse fra artisti, poeti e scapestrati geniali, scrisse una trilogia: Novelle parigine e Ruth. Tuttavia, fu a Berlino e a Monaco dove la Schwarzenbach trovò il suo equilibrio ideale intessendo conoscenze e condividendo luoghi rispondenti alle sue attese e sensibilità. In quel frangente conobbe i figli di Thomas Mann che faranno parte, con alterne vicende, della vita della donna.


Foto di Marianne Breslauer, ad Annemarie Schwarzenbach

Annemarie Schwarzenbach morì incredibilmente per un banale incidente in bicicletta nel 1942: la madre e la nonna cercarono di occultare la vita letteraria e la memoria di Annemarie con un rogo nel caminetto di casa: non accettarono mai la vita scandalosa e contro ogni regola della donna. La scrittrice sembrò dimenticata, cancellata, ma alcune carte riemersero nel 1987, come per incanto, dall’Archivio di Letteratura di Berna. Venne alla luce anche un breve racconto, Vedere una donna, pubblicato in Italia nel 2012. Finalmente, la Schwarzenbach fu conosciuta nella sua veste di scrittrice di culto per le sue attività culturali: giornalista e fotografa, negli anni ’30 viaggiò in Spagna, Vicino Oriente, Africa, Stati Uniti, Paesi Baltici, Unione Sovietica, Svezia, Austria e Cecoslovacchia. Con Ella Maillart attraversò i Balcani e la Turchia, arrivò nella città armena di Bayazid, dal Mar Nero fino a Trebisonda, in Iran e nel Kurdistan, poi a Teheran e Tabriz, nell’Azeirbajan iranico, infine in Afghanistan e ad Herat. Donne impavide che oltrepassarono i confini del Vicino Oriente con una precisa idea spirituale del viaggio, come si evince da un testo della stessa Schwarzenbach:

«Questo desiderio, questa ricerca dell’assoluto sono probabilmente i motivi profondi che spingono ogni vero viaggiatore».

Furono attraversamenti straordinari, arricchiti da foto e arte. A Kabul si separarono, la loro relazione burrascosa si interruppe e Annemarie fuggì in Europa allo scoppio della Seconda guerra mondiale. Tanti i libri e gli scritti, i reportage fotografici di Annemarie Swazenbach. Maillart continuò il suo percorso: giunse in India e si dedicò alla scrittura e alla meditazione.


Nella prima foto: Ella con L.G. Jassani al Taj Mahal, nel 1957. Nella seconda foto: Ella Maillart, Mosca, 1930.

Ella e Annemarie ebbero ambedue la passione per la narrazione di storie quotidiane, il racconto dei paesaggi mitici e la descrizione di personaggi improbabili: «Chi non scrive è disarmato», così definì la sua vocazione alla scrittura e al viaggio la Schwarzenbach. Ma fu Ella Maillart che raccontò, nel suo stupefacente La Via Crudele, il viaggio nella sua dimensione di scoperta interiore e paesaggistica compiuto insieme alla donna più affascinante che avesse mai conosciuto. La cornice dei territori determinò descrizioni straordinarie, intuizioni e scoperte che sembrarono susseguirsi vorticosamente. Oltrepassata la linea d’ombra che in ogni viaggio pare far naufragare tutto, si affacciarono sul mondo misterico delle civiltà monoteiste: la Persia, l’Afghanistan e l’India, i paesi dei filosofi dell’attesa e della meditazione. Per la Maillart, l’Afghanistan era «un paradiso perduto, un mondo originario, semplice e armonioso dove vi è ancora spazio per quel fattore sconosciuto chiamato divino». La scrittrice coinvolgeva il lettore con il suo romanzo in itinere come un archeologo alla ricerca del suo tesoro. Infatti, chi legge le sue opere è chiamato a ricostruire la narrazione e si sente trascinato dalla creativa messa in scena dell’autrice che sembra disseminare indizi per nuove scoperte da svelare. Ella e Annemarie prepararono il viaggio verso Oriente con grande meticolosità. Non solo sete di conoscenza e audacia irresponsabile nel tentativo di attraversare le antiche strade del mondo: le due viaggiatrici invieranno articoli e reportage per diversi giornali e riviste europee dei loro incontri paesaggistici e umani, perché era pur necessario avere risorse per continuare quella fuga verso frontiere e confini così labili.

Per Maillart il viaggio fu un continuo rivivere quei luoghi nei racconti di Senofonte: dall’avanzata dei Diecimila al salmodiare all’alba fino a incontrare Zoroastro nel deserto pietroso, talvolta percorrendo la Via della Seta battuta da Marco Polo. L’itinerario delle due viaggiatrici si consumò nel dolore di un’amicizia che non risolse la dipendenza dalla droga della Schwarzenbach e non sconfisse i fantasmi di una deriva umana ed esistenziale che era quella di intere generazioni di giovani di un’Europa assurda e brutale sconvolta dai conflitti mondiali. Maillart amava la natura, le competizioni, lo sport, avrebbe desiderato forse che la sua amica abbandonasse l’assurdità autodistruttiva delle droghe e si affidasse al suo amore per il corpo e per il prossimo, ma Annemarie era trascinata nel vortice della sua stessa fragilità: «Non posso che ammirare Ella fino a esserne entusiasta e provare vergogna. Ma non riesco ad imitarla, siamo troppo diverse».

Per l’impresa, lunga migliaia di chilometri, venne utilizzata l’autovettura della Schwarzenbach: una Ford Roadster Deluxe 18 cv. Le due donne si prepararono consultando carte ed esperti, redazioni giornalistiche a Londra, Berlino e Parigi. Il bagagliaio fu caricato con apparecchi fotografici e macchine da scrivere, mappe, libri e ricambi per le riparazioni.

Annemarie Schwarzenbach e Ella Maillart a fianco della Ford Deluxe, qualche settimana prima della partenza per l’Afghanistan, 1939

Dopo il primo campeggio in Italia e aver costeggiato il lago di Garda, verso Trieste, Maillart descrisse quei dintorni della cittadina italiana come connotati da scritte inneggianti il Duce, «su tutte le pareti rocciose che fiancheggiavano la strada». Oltrepassato il Carso e il confine jugoslavo, finalmente furono a Zagabria dove ragazze di campagna con le loro camicette ricamate e gonne voluminose si dirigevano verso il mercato con enormi cesti sulla testa. Non vi era alcuna percezione di povertà, «mentre lungo la strada la gente indirizzava spesso il saluto hitleriano». La sensazione, nell’attraversare queste terre a est dell’Europa fu, per la Maillart, quella di genti che apparivano con una doppia identità nei costumi e nella vita economica: metà russa nel modo di vestirsi e metà tedesca negli affari. A Belgrado invece, «una folla di gente gremiva le vie, in attesa di una processione. Scarmigliati, cenciosi, lo sguardo vivace, attenti e rapidi come scoiattoli i ragazzini sgusciavano tra le gambe degli adulti, ragazzini così simili ai bezprizornis russi». Nel loro intenso e polveroso percorso iniziale, Ella e Annemarie si spostarono in un campo di zigani, tra il profumo intenso di fieno e la visione di filari di alberi magnifici dove si sentiva il fruscio del vento dell’erba alta: «la cena era a base di maccheroni che venivano da Trieste, il burro da Treviso, nelle cui vie strette non avevamo visto una sola donna, come d’altronde nei caffè […]. La segregazione femminile in Italia sembrava essere altrettanto rigida come quella in Afganistan.» Dalla pianura jugoslava intanto, «sentivamo avvicinarsi l’Oriente con i suoi spazi liberi e non così strettamente misurati come nell’Europa occidentale». Era solo l’inizio del viaggio e, a Sofia, Annemarie tradì per la prima volta la fiducia di Ella: la Schwarzenbach aveva nuovamente fatto assunzione di stupefacenti. Ella aveva ritrovato sul pavimento dell’albergo dove alloggiavano la fiala di vetro che conteneva la morfina. Maillart si sentì quasi colpevole, comunque impotente di poter indurre Annemarie ad abbandonare questa strada buia e senza via d’uscita. Quando ripartirono da Sofia furono silenziose per tutto il viaggio, addolorate ambedue di non aver tenuto fede agli obblighi. Soprattutto per Ella, «il compito sembrava superiore alle proprie forze». Dopo aver viaggiato per chilometri le due donne giunsero alle porte di Edirne, l’antica Adrianopoli, dove si presentò uno spettacolo davvero incantevole alla visione dei giardini incantati. Ella sperò nella conversione di Annemarie, cercò di sostenerla e aiutarla come a nessun altro fosse mai capitato nella sua vita:

Ero assolutamente convinta che quanti fra i suoi amici, uomini o donne, le erano venuti in aiuto fino ad allora, amandola troppo teneramente ed essendo troppo coinvolti dal suo male di vivere, le avevano tutti permesso di agire a modo suo. Nutrivo dentro di me l’orgogliosa speranza di riuscire là dove gli altri avevano fallito, sentendomi diversa da loro e non amando Annemarie nel medesimo modo.

Dai racconti di Ella si capiva quanto fosse importante la scrittura e la lettura come strategie terapeutiche:

Viaggiavamo con tutta una serie di libri che, fissati sul retro degli schienali, subivano infiniti strapazzi, ma era una tal gioia avere disponibile l’opera desiderata al momento voluto! Tra questi, si trovavano autori come Marco Polo, Paul Pelliot, Evans-Wetz, Vivekanada, Maritain, Jung, la biografia di Alessando Magno, René Grousset.

Soprattutto in Annemarie, la scrittura produceva una sorta di impossessamento dei protagonisti in cui lei stessa doveva riconoscersi per auto-narrarsi, forse compiacersi, talvolta lenire i disagi. Tuttavia, più che la lotta politica, Annemarie dimostrò spesso contraddittoriamente nostalgia di casa, dopo anni di lontananza aveva bisogno di riferimenti, forti e adeguati, nonostante la madre, le infedeltà, gli amori impossibili, il nazismo, la droga. Ella invece incarnava con coerenza uno stato d’animo all’opposto: «mi augurerei che il viaggio durasse tutta la vita; nulla mi attrae in Occidente dove, lo so bene, mi sentirei sola tra i miei contemporanei, le cui preoccupazioni mi sono divenute estranee». Annemarie era nostalgica: un fantasma l’accompagnava dalla nascita e sentiva per la Persia degli Immortali la sua residenza per eccellenza: «spesso parliamo della Persia, vale senz’altro la pena intrattenersi sulle sue tante bellezze e curiosità. Ma della nostalgia di casa nessuno parla e questo è il primo stadio del dolore».

 
Forbidden Journey di Ella Maillart, 1938, The Albatross Library – Ella Maillart sulla cima della madrasa di Ulag Beg, Samarcanda, Uzbekistan, 1932

A Corlu, avevano intravisto il primo nido di cicogne su un minareto, ma non avevano messo in conto che fotografare in Turchia (come in Iran, Russia e Giappone), poteva essere in qualche modo pericoloso. Vennero arrestate e portate in una caserma: il commissario rimase impietrito alla visione di ben cinque apparecchiature fotografiche sulla sua scrivania. Ma che ci facevano quelle due donne con tutto quel materiale pericoloso alla sicurezza nazionale? Non era altrettanto credibile che avessero passato la notte a dormire all’aperto, due donne sole e, per giunta, senza qualche timbro d’ingresso sui loro passaporti. Il commissario decise di rilasciarle solo dopo aver cercato in tutti i modi di far sviluppare le fotografie. Arrivarono «un fotografo con le mani annerite dall’acido senza riuscire ad aprire la Leica» di Ella e una maestra di francese per tradurre le parole delle due compagne di viaggio durante gli interrogatori della polizia. Dopo almeno cinque ore, forse per la stanchezza del commissario che voleva tornarsene a casa, furono liberate e approfittarono per dileguarsi a gran velocità: ormai Istanbul era alle porte. Finalmente le due arrivarono a nord di Istanbul dove le classi più agiate vivevano in un borgo chiamato Therapia. Nel borgo vi era un bell’immobile con delle camere dall’arredo europeo, l’ultimo che avrebbero trovato sulla loro strada per l’Oriente. Proprio a cena, sul terrazzo, furono servite le pietanze e Annemarie incontrò un medico che aveva conosciuto già ad Ankara in un suo precedente viaggio. La mattina seguente, nel London Oteli, il letto di Annemarie era vuoto ed Ella ebbe un colpo al cuore, sorpresa dell’assenza dell’amica. Corse fuori a cercarla e finalmente la trovò al telefono sussurrare qualcosa in un angolo: parlava con il medico che aveva incontrato la sera prima. La Schwarzenbach gli aveva chiesto del Leucodal: dopo la confessione di questa verità ambedue erano sconvolte e amareggiate. Frastornata, Annemarie diede all’amica ogni potere di dissuasione e la supplicò di non essere abbandonata a se stessa. Giurò che se fosse capitato ancora le avrebbe lasciato la Ford e sarebbe rientrata a casa in Svizzera e confessando quella sorta di «ossessione per quei pochi istanti di oblio, momenti poi pagati con ore di cupo scoramento». Insieme decisero di guardare avanti e continuare il viaggio nella speranza che non accadesse mai più: purtroppo il rapporto era ormai compromesso.

Ella Maillart davanti al consolato britannico a Mashhad, in Iran

Ripartirono, immaginando i tre vasti altipiani, anatolico, iranico e tibetano ognuno più grande ed elevato dall’altro sulle cui cime abitano popoli e genti fra le più disparate e diverse: «Una varietà sufficiente per giustificare molte vite dedicate ai viaggi, una bellezza sufficiente perché si provi il bisogno di ringraziare l’autore di una diversità tale che nessuna intelligenza umana potrebbe mai concepire.» Dopo aver superato Cifte in un breve soggiorno, passando per Erzurum arrivarono in Armenia, «fredda, monotona e indimenticabile, un vento greve soffiava sulla vasta regione la cui altitudine si aggira sui 2.000 metri. Là l’estate è così breve che il grano deve maturare in sessanta giorni e l’orzo in quaranta». Poi si passava a nord, a contemplare il mitico Ararat, il monte dell’arca che delimita la frontiera fra l’Iran e l’allora Georgia sovietica, stato cristiano incastonato in un gruppo consistente di nazioni mussulmane. Su quella strada si finiva giusto ai confini del mar Caspio. Oltrepassando le rigogliose montagne e valli dell’Azeirbajan che oggi è iraniano e si continua a parlare il turco, Maillart citava un passo tratto dal Milione di Marco Polo che descrive la città di Tabriz, detta anche Toris:

Gli uomini di Toris vivono di mercanzia e d’arti, cioè di lavorare drappi a seta e al oro […] . Quivi hae ermini e iacopini, giorgiani e persiani e di quegli v’ha che adorano Malcometto, cioè lo popolo della terra che si chiamano Taurizinz. Gli saracini di Toris sono molto malvagi e disleali.

Come era possibile attendersi, Ella ebbe una vera e propria sindrome di Stendhal alla visione della Moschea Blu di Tabriz costruita nel XV secolo da Shah Gahan con le sue mura in mattoni ocra. Un vero incanto laddove «gli smalti blu intenso su cui luccicavano sembravano stelle in un cielo notturno, particelle d’oro». Insomma il blu persiano, non aveva nulla a che fare con il blu di Prussia, «in cui si percepisce il freddo componente verde; è una tinta oltremare, compatta e profonda, con una sfumatura di rosso cupo i cui riflessi baluginano a tratti». Annemarie sempre più permeata dalla nostalgia di tornarsene in Svizzera: intravedeva il paesaggio dell’Engandina con parti del territorio iranico, con i suoi freddi pungenti e le nevi mosse fra tonfi di valanghe.  La Schwarzenbach fino a quel punto appariva come una cittadina apolide con i suoi ricordi incastonati sull’affanno di una ricerca spasmodica di strade, città, case, chiese e moschee, villaggi abbandonati e città morte, sentimenti e voglia d’eterno in un mare di nulla. Per Ella, l’Asia era il passato, antico e irripetibile in cui identificarsi: un territorio di nessuno ma spirituale, una zona di frontiera che rappresentava la deriva del tempo. Per Ella, Annemarie apparteneva alle persone che, per genio innato, sono poeti e «si muovono solo fra quelle idee nate e nutrite dalla propria immaginazione intanto che i loro stati d’animo trasformano il mondo». Maillart era invece consapevole di percepire fatti e relazioni esclusivamente nella loro dimensione realistica, per questo motivo asseriva di possedere una sensibilità meno epidermica di quella di Annemarie. Avevano però una stessa vocazione: ambedue avevano scelto di rimanere libere per adempiere a un obbligo supremo verso se stesse e poter superare quella prova necessaria la cui causa era ancora sconosciuta alla ragione.

Sulla strada per l’Afghanistan, la Ford di Annemarie Schwarzenbach a Trebisonda sul Mar Nero.

In direzione Qazvin, colte da un lampo di luce in cui appariva la stupenda Soltaniyyè, Ella rimase ancora affascinata dai mattoni smaltati del grande mausoleo. Era l’Iran magico, davvero quello dei racconti orientali sognati a lungo. Nella consapevolezza della grandezza del deserto, della sua solitudine e, nello stesso tempo, della sua magnificenza si avvicinavano a un monumento fantastico figlio delle dominazioni mongole del 1200 nell’intera area dell’Asia centrale, fino in Cina. Oldjaytu dal nome quasi impronunciabile per noi occidentali era un monumento del 1316, fatto costruire dal sultano omonimo dell’edificio che era stato «alleggerito da sei torrette rotonde rispettivamente sopra sei spigoli». Grandi pannelli, come nella migliore tradizione persiana, erano finemente smaltati con forme simboliche geometriche. Il turchese e il blu persiano ben si conciliavano con il colore dei mattoni e il deserto pietroso talvolta ocra, o rossiccio e marrone, oppure ancora rosa salmone. Era stato costruito per ospitare i resti del genero di Maometto, quell’Alì che avrebbe diviso irrimediabilmente la storia dell’islam in sciiti e sunniti. Nella lingua dei mongoli, Oldjaytu significava fortunato: il sultano in un attraversamento del deserto del Merv sarebbe stato graziato dalle piogge in piena siccità con il pericolo di morire di sete. Lasciando Soltaniyyé, un’affascinata Ella ben riportò un detto persiano: «La grande arte rende forti, giovani, felici». Aver raggiunto Teheran non fu il massimo della soddisfazione; le due compagne di viaggio passarono il tempo in pratiche burocratiche per lasciare il Paese e potersi dirigere finalmente spedite verso l’Afganistan che distava almeno milleduecento chilometri. In Iran, lo shah aveva creato un sistema di controllo della popolazione che viveva in uno stato di prigionia come accade ancora oggi. Egli aveva cancellato ogni qualsivoglia tipo di libertà civile e d’espressione. Inoltre, tentava un’opera forzata di occidentalizzazione che si dimostrerà fallimentare e che condurrà alla rivoluzione popolare poi islamica del 1979, a differenza di quanto fece Ataturk dopo il crollo dell’impero ottomano. In quel frangente, non interessava molto né ad Annemarie, tanto meno a Ella la vita mondana a Teheran: dopo essere passate nelle lussuose e annoiate piscine dei noti ambienti diplomatici partirono alla volta di Kabul, passando per il nord di Herat. Alcune condizioni ambientali non permettevano di fare la strada a sud, verso Kandahar. Era la valle felice di Annemarie quella attraversata ai piedi del Damavand che, come ogni grandissima altura di questo mondo ha una sua epica, una sua mitologia e tante storie da raccontare. Superata Gorgan, dopo tantissimi chilometri, alla strada normale si sostituì la steppa che preannunciava l’ingresso in Asia centrale. In quella sorta di terra di mezzo, Ella intravide a Kurgush tape, alcuni Kirghisi con i tipici stivali a tacco alto che si sostenevano con la pregiata lavorazione del formaggio. In quelle aree, moltissimi cittadini sovietici avevano trovato rifugio in Iran, negli anni trenta, arrivando a Mahshad. Così per un gioco assurdo della storia, anche numerosissimi iraniani erano emigrati nel Turkmenistan quando lo shah aveva obbligato loro di diventare contadini e sedentari. I capi delle tribù furono incarcerati per ricattare i figli fuggiti altrove e obbligarli a tornare in patria, imprigionando alcuni dei più recalcitranti proprio nella torre di Gunbad-i-Kabas. Quest’ultima appariva nei suoi sessanta metri in mattoni monolitica, col tetto conico e quasi perfettamente cilindrica. Stupende le incisioni sufiche che davano alla struttura una sua dignità antica di tomba di re. Più in là, sulla pianura adiacente ma già distante, Annemarie ed Ella si fermarono sul manto erboso a guardare lo spettacolo di quella torre in mezzo alla desolazione: «indimenticabile, impregnata di un’energia che rischiava di esplodere». Nel suo scritto, Ella ricorda che furono i tempi in cui Avicenna avrebbe scritto il Compendio di ogni conoscenza mentre Ferdowsi, l’immortale punto di riferimento storico e culturale dei persiani, Il libro dei re. Il Medioevo del Vicino oriente aveva partorito personaggi come Khayyam, Hassan Sabbah, Nizam al-Mulk, Tusi. Maillart chiude questo capitolo con una citazione del libro di E.G. Browne, Literary History of Persia chiedendosi come il re Kabus, un uomo così severo e rigoroso, avesse potuto scrivere versi d’amore così stupefacenti:

In sei si annidano
tra la tua chioma di nero corvino;
Nodo e ricciolo, intreccio e spirale, onda e tirabaci;
In sei, come puoi vedere, regnano sul mio cuore:
tristezza e desiderio e amaro affanno; pena, impazienza e passione.

Bellissime le descrizioni di Ella ai paesaggi che si alternavano nella loro missione di avvicinamento direzione Kabul, fra consolati, dogane, deserti, steppe e bazar nei vari villaggi capitati sulla loro strada. In questo progetto di viaggio non mancheranno i moltissimi riferimenti storici e culturali che la Maillart cita costantemente, soprattutto nella consapevolezza che la dominazione mongola di quelle immense aree avvenuta per circa quattro secoli si era fatta modellare, pacare e conquistare dai popoli conquistati, su tutti dai persiani. A Mahshad, le due compagne avevano incontrato una coppia di francesi davvero incredibili: provenivano da Parigi e avevano deciso per un viaggio in bicicletta. La donna era un avvocato e il marito un alpinista che, in realtà, aveva già cercato nel passato contatti con Ella per aver letto suoi reportage su giornali svizzeri. Volevano giungere a Kashgar in bicicletta oltrepassando la catena dell’Himalaya. Nicole e Raymond furono affabili e gentili e le ore passate insieme nel bazar e nelle strade dei villaggi erano state davvero piacevoli:

In fondo, rimaneva ancora poco dal confine afgano, dall’altra parte della frontiera ormai così prossima, avremmo esperimentato un modo di vita patriarcale, semplice e armonioso in cui forse si dava ancora spazio a un fattore misterioso chiamato “divino”, mentre sul nostro continente, dove gli uomini come novelli prometei si sono attribuiti ogni potere sulla natura, incombeva la follia.

A Kabul ci fu l’epilogo. Appena entrate in città Ella fu colta da una vera e propria gioia, trionfante. Annemarie aveva invece contratto un raffreddore incredibile e la tosse si fece sempre più ossessiva tanto che non riuscivano a dormire la notte. Per questo motivo le due amiche si rivolsero al medico dell’ambasciata britannica. La malattia era più grave del previsto tanto che fu diagnostica una bronchite, dieci giorni di convalescenza e l’impossibilità di continuare il viaggio.

Scoppiò la guerra in Europa e questo travolse anche la serenità di Annemarie nervosa e depressa; non assumeva i farmaci prescritti e fumava di continuo. La situazione scatenò una accesa discussione fra le due compagne di viaggio ed Ella capì che era venuta meno la necessità di continuare insieme. Annemarie si trasferì al consolato francese in quanto moglie di un diplomatico. In un momento di sincerità, quasi a sentirsi obbligata a liberarsi di un peso, Annemarie confessò «la sua infinita miseria. Non appena la guerra era cominciata era caduta nuovamente preda del proprio demone. Prima la codeina poi la stessa storia di sempre: la sua seconda natura con audacia insensata, con inganni selvaggi, aveva preteso e ottenuto tutto ciò che le era necessario». Il saluto fu straziante e avvenne di sera, dopo cena. Tuttavia non fu l’ultimo incontro fra le due. Ella proseguì per l’India e vi rimase. Annemarie vi giunse invece nel 1940 mentre si recava a Bombay, per imbarcarsi su una nave che l’avrebbe condotta in Svizzera. La malattia era alle spalle e Annemarie aveva di nuovo quel viso radioso dei tempi migliori; visitarono ancora le rovine di Mandu, la Città della Gioia, residenza delle dinastie Khilji e Ghur, austeri mausolei e fortificazioni sull’altopiano roccioso di Malwa. Ella fece un suo ultimo tentativo di trattenere almeno per un anno Annemarie perché sapeva che la guerra con la sua falce di morte avrebbe troppo facilmente rotto quel fragile equilibrio ritrovato, ma non ci riuscì. «Verrò di nuovo a voi, e sarete fiera di me», urlò Annemarie prima di accendere l’autovettura e dirigersi verso Silvaplana per l’imbarco. Vari i viaggi intrapresi in un periodo relativamente breve che troverà la sua tragedia proprio negli Usa, quando a causa di dinamiche poco chiare Annemarie venne ricoverata in strutture psichiatriche dopo i violenti litigi con Margot von Open e Carson McCullers. Nel 1942 Annemarie sarà ancora in Congo e poi in Africa del Nord per incontrare suo marito. Fra Ella e Annemarie continuerà una bella relazione epistolare prima di un’interruzione che destò nella Maillart un certo disagio. Paura legittima perché Annemarie era morta al suo ritorno in Svizzera.

Ritorno in Svizzera, 25 gennaio 1940

Nella primavera del 1943, Ella inviò un telegramma all’amica scrivendo: Ricordatevi, la verità trionfa. Dalla Svizzera, Ella ricevette la risposta che non avrebbe mai voluto leggere: «Annemarie è morta in pace, il 15 novembre del 1942, in seguito a un incidente in bicicletta». Si chiuse così il viaggio umano e letterario di Ella e Annemarie. Un altro destino.

Per la bibliografia essenziale:

Ella Maillart, La via crudele. Due donne in viaggio dall’Europa a Kabul. Ella Maillart. Edizioni Edt. Torino – 1993

Annemarie Schwarzenbach. La gabbia dei falconi,  BUR. Milano – 2007

 

 


Francisco Soriano

Francisco Soriano nasce a Caracas nel 1965. Attualmente, vive a Ravenna e svolge la sua attività di docente.
È stato insegnante e dirigente scolastico per diversi anni nella Scuola Italiana di Teheran, “Pietro della Valle”, occupandosi di inclusione e didattica dell’italiano a stranieri. Ha pubblicato numerosi saggi storici e raccolte di poesie tradotte in persiano: “Dove il Sogno diventa Pietra”, “Vita e Morte di Mirza Reza Kermani”, “Nuova antologia poetica di Zahiroddoleh”, “Dalla Terra al Cielo. Tusi e la setta degli Assassini di Alamut”. Ha coordinato laboratori di poesia e traduzioni in lingua persiana e ha organizzato mostre di pittori e fotografi contemporanei di livello internazionale, serate dedicate alla poesia italiana e persiana con attrici e attori protagonisti del cinema internazionale. Attualmente scrive articoli di letteratura e si occupa di problematiche concernenti diritti umani e di genere per la Rivista “Argo”. Le sue ultime pubblicazioni sono: “Fra Metope e Calicanti”, edita dalla Casa Editrice “Lieto Colle”, nel 2013; “La Morte Violenta di Isabella Morra”, edita da “Stampa Alternativa”, nel 2017; “Haiku Ravegnani”, edita da “Eretica Edizioni”, nel 2018; “Noe Ito. Vita e morte di un’anarchica giapponese”, edita da “Mimesis Edizioni”, nel 2018.
Grazie al suo amore per il Medioriente, oltre a essere vissuto per molti anni in Iran, ha visitato il Libano, la Giordania, la Siria, l’Armenia, l’Azeirbajan e la Turchia.

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