Nell’epoca della magia emozionale dell’immaginario post-moderno ⥀ Critica conflittuale e sabotaggio

Nell’era del capitalismo digitale e dell’AI, l’alternanza tra accelerazione e decelerazione spazio-temporale implica non solo rivolgimenti economici, ma incide profondamente sulla psiche umana e quindi sul nostro abitare il mondo. Ne parla Antonino Contiliano

 

Pour être juste, c’est-à-dire pour aver sa raison d’être,
la critique doit être partiale, passionnée, politique,
c’est-à-dire faite à un point de vue exclusive, mais
au point de vue qui ouvre le plus d’horizont.
Charles Baudelaire

 

Nell’era del capitalismo digitale e dell’AI idealizzata, l’alternanza tra accelerazione e decelerazione spazio-temporale – conseguente ai vertiginosi processi della ricerca scientifica e delle applicazioni tecniche – non implica soltanto rivolgimenti economici. Plasmando soggettività, rapporti sociali e forme della vita quotidiana, essa si impone come una macchina di trasformazioni antropologiche, incidendo profondamente sulla psiche, quell’insieme di funzioni mentali, emotive, affettive e relazionali che costituisce il nostro abitare il mondo. Innovazione continua, automazione, robotica e intelligenza artificiale imprimono un’inusitata velocità al cambiamento. Investendo ogni sfera – dal lavoro alla politica, dalla comunicazione al consumo – in uno spazio-tempo più esteso e simultaneamente più contratto, riterritorializzano il rapporto del sé con il mondo e le corrispondenti dinamiche di inclusione ed esclusione. Ciò è rilevabile persino attraverso una semplice analisi empirica e fenomenologica.

Non si tratta di un mero incremento di velocità, ma di una metamorfosi strutturale della temporalizzazione: il modo stesso in cui il tempo viene prodotto, organizzato e abitato. Digitalizzazione, AI e automazione non sono meri strumenti, bensì dispositivi che riscrivono i ritmi esistenziali, comprimendo le durate e frammentando le sequenze su cui si fondavano identità e ordine sociale. Intrecciandosi con la finanziarizzazione dell’economia, il controllo algoritmico della comunicazione e la molteplicità dei poteri, questa svolta genera asincronie sistemiche tra i tempi della tecnologia innovativa, quelli istituzionali e quelli del corpo e della coscienza. Alimenta così, alla radice, disagi e un’alienazione reificante. Nelle reti algoritmiche la persona viene vivisezionata in “dati” (big data, profili online), divenendo individuo frammentato o “dividuale”, secondo la celebre definizione di Deleuze e Guattari.

Maurizio Lazzarato, sul filo Deleuze/Guattari , ha mostrato come le nuove tecnologie del controllo (La fabbrica dell’uomo indebitato, Il governo dell’uomo indebitato, 2012 e 2013) non agiscano più soltanto attraverso l’assoggettamento ideologico tradizionale, ma tramite forme di “asservimento macchinico”. Un’azione capillare di condizionamenti intenzionati che coinvolgono direttamente la vita quotidiana, le relazioni e persino i processi inconsci. L’essere umano viene così integrato nei flussi della macchina sociale come elemento operativo, spesso senza piena consapevolezza del proprio coinvolgimento. In questo scenario il linguaggio assume così una funzione decisiva. La parola non è più soltanto mezzo di comunicazione: diventa dispositivo produttivo. Il capitalismo contemporaneo sfrutta infatti il linguaggio, l’attenzione e la comunicazione come fonti dirette di valore economico. Il sapere sociale, il general intellect di ascendenza marxiana, viene catturato e trasformato in capitale.

Sul piano individuale, l’accelerazione dissolve le aspettative di durata che un tempo orientavano le scelte di vita. Il soggetto perde i riferimenti temporali che garantivano continuità narrativa. Il presente, contraendosi in una sequenza di urgenze, diventa un presentismo cinetico e cinico, che rende precaria ogni progettualità. Questa condizione si traduce in una pressione performativa: il tempo da risorsa di realizzazione diviene vincolo esterno astratto e ricombinabile, mentre l’alienazione temporale subordina l’agire e la stessa ricerca tecnoscientifica all’efficienza anziché al senso. Edmund Husserl, in La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale, aveva anticipato questi effetti negativi. Oggi il sistema di valutazione e finanziamento, convertendo il tempo in metriche di output, comprime i tempi di riflessione e piega la validazione alla logica del moltiplicatore accelerato.

Contro questa deriva si leva la proposta di una Slow Science – non nostalgica, ma scelta epistemologica necessaria a preservare l’integrità del dubbio, la qualità della conoscenza e la tensione dialettica propria della stessa democrazia liberale e borghese, quel sistema che richiede lentezza e distanza per la deliberazione e la mediazione. L’immediatezza, divenuta valore egemonico, erode le forme partecipative, bypassa il pluralismo e si pone come unico futuro possibile. Ma in un sistema globalizzato coesistono temporalità eterogenee: ai ritmi iperveloci della finanza si oppongono domande ecologiche e culturali di decelerazione, e si sollevano questioni di giustizia temporale e socio-politica. Chi impone il ritmo? Chi subisce l’accelerazione senza beneficiarne? La risposta definisce nuove e maggiori disuguaglianze.

 

Il capitalismo contemporaneo sfrutta il linguaggio,
l’attenzione e la comunicazione come fonti dirette di valore economico

 

Parallelamente, il controllo delle tecnologie comunicative diventa posta strategica per la costruzione della memoria collettiva. L’accesso istantaneo, l’alterazione e la volatilità degli archivi elettronici pongono problemi epistemologici profondi sulla stabilità della verità e sulla trasmissione dell’esperienza, rischiando di produrre una memoria liquida, priva di profondità storica e vulnerabile alla manipolazione.

Di fronte a questa frammentazione, la sfida non è tecnica ma etico-politica. La dialettica tra accelerazione e decelerazione richiede una consapevolezza critica e antagonista che sappia comporre velocità e lentezza a seconda dei campi, preservando spazi di riflessione, cura e riconoscimento. Ripensare il rapporto tra tempo, agency – intesa come capacità di agire liberamente, non solo nell’organizzazione economico-commerciale – e istituzione significa immaginare forme di temporalizzazione riflessiva che scendano fino alle trasformazioni della coscienza e dell’inconscio sociale. La crescente domanda di decelerazione è oggi visibile nei movimenti ecologisti e nella critica conflittuale che emerge dal bisogno di una intersoggettività sfruttata da degradanti alienazioni esistenziali. Jean-Paul Sartre, in Critica della ragione dialettica (1960), opponeva il suo esistenzialismo fenomenologico dialettico alle strutture oppressive, esplorando come la libertà individuale, unitamente al “noi”, possa ancora rendersi agente storico di azione rivoluzionaria – un tema che le rivoluzioni tecnologiche contemporanee ripropongono con urgenza. Riattivare la dialettica marxiana tra il sé e l’altro, tra l’immaginario e le cose concrete è la necessità ineludibile di riposizionare, biunivocamente, un rapporto dinamico e vivo tra il mondo simbolico e quello dei fatti. Una relazione disattivante i rifugi delle soluzioni magiche propinate dai media dei network del marketing pubblicitario odierno.

Il tratto peculiare dell’epoca non è tanto il conflitto frontale tra progresso e conservazione, quanto una paradossale compresenza, negli stessi attori e orientamenti, di pulsioni opposte: accelerare e decelerare insieme. Questa tensione si manifesta in modo esemplare nelle questioni ecologiche, della bioingegneria, dell’organizzazione del lavoro e del decision-making politico, come ha mostrato Hartmut Rosa in Accelerazione e alienazione. Per una teoria critica del tempo nella tarda modernità (2015).

In questo crocevia le manipolazioni spazio-temporali, sistemicamente orientate alle diseguaglianze di classe, investono sia la funzione delle immagi che dell’immaginario simbolico – freudiano, junghiano, lacaniano, rivoluzionario. Nel campo però le energie quantiche, sostanzialmente affatto imprigionabili, continuano a svolgere una funzione di resistenza psico-sociale e politica individuale e collettiva! Non come rifugio nostalgico in un passato pre-tecnologico, ma come dispositivo foucaultiano critico; capace cioè di decolonizzare l’inconscio occupato dai condizionamenti ideologici del mercato digitalizzato. Il rapporto inestricabile tra potere e sapere, dimostrando come le istituzioni, il linguaggio e le norme sociali controllino e plasmino gli individui, al tempo stesso, nella contingenza delle cose, offre la possibilità di sentire, pensare ed essere diversi da come si sentiva, pensava e si era prima.

Il capitalismo digitalmacchinico e computerizzato, lungi dal rappresentare una rottura radicale e irreversibile negli effetti negativi, si qualifica piuttosto come una variazione del moderno capitalistico. Una ristrutturazione di classe che, agganciando il Romano Luperini di Controtempo – Critica e letteratura fra moderno e postmoderno: proposte, polemiche e bilanci di fine secolo (1999), è leggibile invece come un “modernismo” che convive con l’antimoderno. Il modernismo delle ideologie dominanti che sfruttano la dimensione degli affectus umani (diversamente chiamata oggi epistemologia delle emozioni…) Il predominio istantaneo delle sensazioni e delle percezioni magico-illusorie che degradano la coscienza e orientano le relazioni col mondo simbolizzando l’emozionalità conscia e inconscia come magica e immediata realizzazione dei bisogni.

 

Di fronte a questa frammentazione,
la sfida non è tecnica ma etico-politica

 

Jean-Paul Sartre, negli anni Sessanta, rifletteva: l’emozione è un modo irriflesso e spontaneo di cogliere e trasformare il mondo. Quando le vie tracciate diventano troppo difficili, tentiamo di cambiare il mondo vivendolo come se i rapporti tra le cose e le loro potenzialità fossero retti dalla magia. Tra gli altri esempi, nel suo libro L’immaginazione. Idee per una teoria delle emozioni si legge: se un grappolo d’uva «è fuori della mia portata […] le conferisco la caratteristica “è troppo verde” e mi allontano». È una piccola commedia che recito per conferire all’uva la condotta che non posso tenere. Conferisco – scrive – magicamente all’uva la qualità che desidero. Non molto lontana la magia amministrata dal capitalismo dell’immateriale e della nuova rivoluzione “AI” in corso d’opera e martellante.

Negli anni Ottanta, lo psicoanalista dissidente Ignacio Matte Blanco, richiamando le idee di Sartre sulla funzione e il potere dell’emozionalità magica, nel suo volume L’inconscio come insieme infiniti (1981), riformula la questione dell’immagine magica cosificata. Utilizzando il principio di simmetria/asimmetria e corrispondenze logico-matematiche del metodo della corrispondenza biunivoca tra cose e misure numeriche, proseguiva infatti l’analisi delle astrazioni e delle sottrazioni magiche con la chiave del presupposto logico del principio di somiglianza. Le somiglianze cose-immagini che fanno scomparire di botto ogni differenza tra il simbolico e le cose: la prigione (esempio di Blanco) ha le sbarre; le finestre della mia casa hanno le sbarre; la maglietta che indosso ha sbarre simili; io allora sono in prigione.

Oggi il capitalismo dell’immateriale e dell’AI si nutre di quella stessa magia. L’immaginario diviene così fabbrica di immagini-marchio (brand) di coidentificazione, ma rimangono simulacri immortali di un “simbolico” dissanguato, paragonabile al mondo di Matrix.

Il simbolico post-moderno della società capitalistica è un deserto di ghiaccio: segni assolutamente astratti, autoreferenziali, istantanei (sottratti persino allo scarto dell’allegoresi moderna). Non c’è differenza tra la cosa e la sua rappresentazione, se non un’astratta corrispondenza contabile che non sopporta gli scarti rispetto all’immediatezza delle sensazioni provocate ad hoc. L’emozione che vi circola è immediata, istintuale e variabile – come nel virtuale attuale – e nulla ha a che vedere con il “numinoso” e gli archetipi di Jung o con l’emotività sartriana: è una magica illusione senza storia e priva di dialettica temporale e desideri tensivi. Tra il desiderio e la sua dimensione vige il regno delle divisioni senza quozienti, mentre la magia delle fantasie, che annulla la distanza tra percezioni, parole, fatti e azioni, si estende come le vacche tutte nere nella notte hegeliana.

In questo deserto, il tempo è detemporalizzato: presente eterno e passato sono morta citazione; ma il futuro nonostante le manipolazioni programmate delle misure accelerate-decelerate continua a fluire e a smagliare i nessi governamentali. Il potere dei mandarini del “post”, che dispongono del capitale-software e controllano i modi di produzione, giovandosi delle regole pubblicitarie, ideologizzano un’adesione magico-emozionale al sistema. Tuttavia il sistema non può che muoversi tra una crisi e un’altra di deligittimazione psicosociale singolare e collettiva. Poiché il sistema produce livelli patologici di alienazione, ansia, depressione e contraddizioni di massa e di classe, l’immaginario psicoanalitico e politico così continua a conservare un potenziale di sovversione in re.

 

L’urgenza di una decolonizzazione dell’inconscio non è solo terapeutica ma eminentemente politica

 

Dal punto di vista freudiano, il capitalismo delle piattaforme non vieta più – come faceva la morale repressiva borghese – ma al contrario ingiunge a godere e performare. L’algoritmo telematizzato stimola una scarica continua di godimento immediato (like, scrolling infinito), senza tempo per rimuovere, esponendo e monetizzando ogni flusso di dati. La resistenza freudiana consiste allora nella rivendicazione del sintomo e della coscienza dei desideri pulsanti. Tensione infinita. Un campo di forze e desideri dove l’analisi richiede tempo, silenzio e, perché no, anche la noia dell’annoiarsi – l’esatto opposto delle fibrillazioni sanatorie dei flussi accelerati dei cortocircuiti. Riscoprire il Desiderio, strutturalmente insoddisfabile, significa allora opporsi agli oggetti di consumo idealizzato che tappano il vuoto, spingendo il soggetto a cercare l’Altro, a fare legame sociale dialettico, a lottare politicamente immersi nel conflitto con se stessi e con gli altri e l’Altro.

Dal punto di vista junghiano, il digitale trasforma il simbolo – ponte vivo verso l’Inconscio collettivo – in segno o icona mercificabile (meme/geni, trend/tendenza). Il simbolo junghiano unisce gli opposti e crea senso; l’icona social frammenta l’attenzione e genera polarizzazione sterile. La resistenza junghiana passa per il ritorno del “mito” come archetipo di ribellione. Quando la politica tecnocratica riduce l’essere umano a dato algoritmico, riattivare archetipi come il Ribelle, l’Ombra, il Vecchio saggio significa restituire complessità mitica all’esistenza. L’urgenza di una decolonizzazione dell’inconscio non è solo terapeutica ma eminentemente politica. È il filo rosso che segnala come l’accelerazione incontrollata metta sotto scacco la tenuta stessa della democrazia, dove la tensione tra desiderio e soddisfazione dei bisogni si riduce a un quoziente negativo.

L’immaginario freudiano e junghiano non può limitarsi a un nostalgico ritorno al passato. Deve farsi “immaginario radicale” nel senso di Cornelius Castoriadis – capacità di istituire nuove forme simboliche antagoniste contro l’ordine egemone – e non meno nel senso del sogno di Karl Marx: «Il mondo possiede da tempo il sogno di una cosa, di cui esso deve solo possedere la coscienza per possederla realmente». La vera resistenza non sta nel rifiuto luddistico del digitale, ma nell’utilizzare la profondità psicoanalitica per decodificare i vettori del potere digitale. Solo sabotando l’automazione della psiche – attraverso la riscoperta del conflitto interiore (Freud), del mistero del senso (Jung) e non meno del divenire rivoluzionari. L’individuo atomizzato può trasformarsi nuovamente in soggetto politico collettivo come dei nuovi “gruppi in fusione” marxiani/sartriani. La psicopolitica neoliberista si combatte riattivando quei territori dell’Inconscio mescolato tra simmetrie e asimmetrie – che l’algoritmo non riesce a mappare – e le contraddizioni dell’iocrazia computerizzata e dividualizzata. Come dire un conflitto localizzato nell’indivisibilità delle cose – totalità omogenea indivisibile secondo il principio di simmetria e il metodo cantoriano della corrispondenza biunivoca tra parti e tutto – per cui il rapporto tra il sé e l’altro è della qualità sì dicotomica ma simultaneamente unità conflittuale. Una relazione senza fine e anti-frammentazione dei comportamenti umani e sociali.

Il conflitto intrapsichico e sociale infatti – richiamando ancora una volta Matte Blanco – si posiziona come una relazione dinamica di contrasto e contraddizione dell’asimmetrico nella sfera del simmetrico che, grazie alla logica delle classi, identifica le parti col tutto magicamente nelle frequenze di una somiglianza generalizzata, senza differenze. Una indifferenziazione originaria che, prepersonale, si trova

alla radice della bipolarità conscio-inconscio, […] In quanto siamo esseri simmetrici non siamo indipendenti dagli altri, poiché siamo un’unità con gli altri. Per l’essere asimmetrico, invece, questa assenza di limiti individuali è inconcepibile. Di conseguenza, tutte le volte che tale assenza diventa onnipresente e, perciò, imperativa, ciò è sentito dal nostro aspetto asimmetrico come una perdita della nostra identità in quanto individui; […] un pericolo di annientamento. Questo contrasto tra i due modi di essere costituirebbe la fonte più profonda del conflitto.

In ciò, per concludere, si pensa che una poesia dell’impegno militante e critico – parziale, appassionata, politica – agisce come sovversione e trasformazione rivoluzionaria che non denega la realtà del tempo e dei suoi ritmi oscillanti. Perché il tempo, come scrive Ilya Prigogine, nasce da un fondo senza fondo, dall’infinito dello zero. Spetta ancora a noi scegliere tra il mondo che si svolge nel tempo capitalistico e il tempo del mondo anticapitalistico: quello in cui l’immaginario non è più simulacro costruito sugli archivi volatili dei big data, ma immagine di pensiero critico conflittuale, apertura di orizzonti alternativi nella dialettica delle temporalità soggettive e oggettive, coinvolte nei vortici delle piattaforme multinazionali giganti. I giganti che, nel saggio La letteratura al tempo del GAFAM (Google, Apple, Facebook, Amazon, Microsoft) di Francesco Muzzioli, non si limitano a plasmare l’economia, ma impongono una devastante riconfigurazione culturale. Un’industria editoriale che, piegata alla logica del rapido consumo e a mera scenografia per adattamenti audiovisivi, alimenta una scrittura piatta e trasforma ogni esperienza in un prodotto emotivo e magica immedesimazione.

Di fronte a questo assedio – scrive Francesco Muzzioli – si rifiuta sia il vittimismo sterile sia la nostalgia per un passato che non tornerà. La posta in gioco è una ribellione radicale e gioiosa. Il desiderio che rivendica il diritto di “scrivere nel modo più folle” così come Gaston Bachelard, nelle sue psicoanalisi del fuoco, rivendica/va il diritto di sognare indagando le immagini inconsce e l’evoluzione della conoscenza scientifica umana non disgiunta dalle concrete relazioni di ognuno col mondo naturale e storico. E se rivolta, è la ribellione po(i)etica che non cerca riconoscimento né premi, ma una possibilità di liberazione e della ricomposizione di un mondo altro che attualizzi nel “comune” le potenzialità degli associati.

(Antonino Contiliano)