Eroina greca (di Marco Benedettelli, 2010)

C’è una strada che si dirama a spina di pesce, proprio sotto l’Acropoli di Atene. Una strada sul dorso di un colle, un’arteria da cui si irradiano altri vasi sanguigni, che vanno a tapparsi, più o meno tutti, sulle pareti marce di palazzi di quattro o cinque piani che squilibrati presidiano lo spazio, atrofizzati in una immobilità che si sbriciola al sole bollente di luglio. 

Sotto le finestre slabbrate, sul fondo di viottoli inondati di spazzatura, oltre un bar presidiato da donne carnose e incappellate con parrucche gonfie e ricciolute, due uomini stanno accostati all’uscio sbarrato di una casa, in piedi e tremanti. La loro testa è china, la schiena è ricurva e i singoli dischi delle colonne vertebrali imprimono sulle loro magliette lo scheletrico profilo arcuato dei corpi alla deriva. Armeggiano nei bassifondi della loro disperazione senza alzare lo sguardo. Poi uno dei due si cala le braghe e i lembi della maglietta continuano a coprirgli le natiche, ma miserevole resta lo spettacolo delle gambe scure, rinsecchite e cosparse di peli fragili ed arricciati. L’ago di una siringa scintilla e poi scompare, risucchiato dall’oscuro campo magnetico che innesca la ritualità dei loro movimenti meccanici. Il silenzio che i due condividono in quell’istante si fa trepidante, poi arriva una piccola lacerazione, applicata forse sul glande, o sull’inguine a pochi millimetri dall’attaccatura dello scroto, una puntura acutissima che inonda d’un liquore caldo l’antro dove i due barcollano ciechi.

Una donna ha la pelle d’iguana, dura come il cuoio, lucida di putrefazione. Un reggipetto di terz’ordine stringe le sue mammelle flosce che le esplodono sotto il mento. Il suo ombelico artatamente scoperto è un miserevole occhio di gallina che trema nell’ombra del porticato di cemento dentro cui la donna, lungo una catena indefinibile di giorni, ha scavato il suo alveo d’oblio. Al suo fianco in tre o quattro sbandano e forse sbavano, spettinati, alti e ossuti, spolpati dal vento gelido che fischia fuori da qualche buco infernale e martoria il loro crani. In un angolo, davanti a un negozio di elettrodomestici chiuso e fallito, con le mensole in vetrina ricoperte di polvere,  dei ragazzi immobilizzati per terra fra la vita e la morte sembrano più detriti che naufraghi, schiantati da un veleno radioattivo gocciolato dal sole, piuttosto che ingurgitati dal morbido canto di mille sirene lunari. Hanno la faccia rappresa in una smorfia gonfia, sprofondano sul grigio duro dei marciapiedi, racchiusi in se stessi come embrioni, pietrificati da una gettata di pus lavico che schiuma dalle fessure del loro futuro frantumato. Immobilizzati in una brina che ottunde la memoria.
La stessa abolizione del sonno e della veglia scandisce il fluire del tempo all’Hotel Zenit dove i movimenti ristagnano in pozzanghere nelle stanze e sui corridoi. Il suo portone  è sbarrato, la sua vetrata crepata e l’insegna è un cassettone bifacciale imbullonato sopra l’ingresso, con incollato sopra il disegno approssimativo di uno zigurrat. Poche presenze nella penombra fra i palazzi. Le calze sono smagliate e la postura è spaventosa, la donna all’imbocco della via che porta all’Hotel Zenit  tiene la testa sprofondata fra le mani, e il suo corpo oscilla in un ritmo spastico, dalla fluidità contratta, come una lancetta che ticchetta incantata, unico relitto di un orologio meccanico squagliato da un calore inimmaginabile. La cantilena che la donna scandisce col suo corpo è naif e contemporaneamente straziante. Accasciata sulle ginocchia copre gli occhi col palmo delle mani e l’assenza del suo volto amputa qualsiasi possibilità di trovare il bandolo della matassa e risalire alle radici di quello strazio. Degli uomini le orbitano intorno, meccanici manichini. Uno di loro, quando ripassiamo, è seduto al posto della donna, che non c’è più, l’uomo ha la scarpa sfilata e si inietta un ago sul collo nudo del piede.
Un bambino saltella per strada, è di pelle nera, ha i lineamenti dolci dell’Africa orientale, è down. I suoi occhi che sporgono dagli zigomi livellati con la fronte inanellano domande attraverso invisibili composizioni geroglifiche. La madre esce da un piccolo locale pubblico, lo raccoglie con tenerezza, arrivano anche altri uomini, sorridono al bambino, gli accarezzano a turno le guance. Lui li guarda  con gli occhi d’insù che palpitano gioia, batte i piedi per terra. Poi rientrano tutti nel locale, una piccola stanza dentro cui, al di là delle vetrate sulla strada, fra le fessure delle tendine, si scorgono le sagome di giovani uomini africani che bevono il tè e fumano il narghilè. È un circolo di rifugiati sudanesi e nei piani alti dello stesso palazzo mucchi di afgani e di iraniani e di somali dormono gettati in dieci per stanza, in venti, con le persiane abbassate, i corpi nudi, i pettorali rilassati nel sonno e le schiene brune arcuate. Tengono i panni stesi alle finestre decrepite e vasi di piante sui cornicioni. Degli occhi di donna, racchiusi in una testa minuta, si ritirano quando alziamo lo sguardo.
E poi un tizio grasso e tarchiato imbocca la via, attraversa il nugolo di tossici e ha lo sguardo illuminato da una depravazione completamente franca. A un metro da lui c’è una ragazzina, gracile, la pelle colore del formaggio di pecora. Che i due siano insieme lo si capisce quando squilla la risata di lei, soddisfatta, forse complice, mentre lo fissa. Camminano, lui ancheggia sui fianchi tozzi, lei è emaciata, le traspaiono vene azzurre sulla fronte e sulle braccia, veste con sciatteria, ha gli occhi cerchiati d nero, tende la mano quasi con amore al vecchio proprio davanti all’ingresso dell’Hotel Zenit, i due varcano la soglia mano nella mano, scompaiono dentro. Si spoglieranno, nudi, in una stanza. Lo stomaco di lui, gonfio, i polpacci senza più peli, lo sguardo trasognato. E lei, con il ventre cadente che restituisce una impressione di morbidezza, e porzioni di pelle bucherellata sulle braccia, che raccoglie i soldi, prima di salirgli sopra.