Ettore Maggi, Pane (2010)

Alzarsi quando è ancora buio per fare il pane non è la migliore cura per la solitudine. Ricordo quando uscivo a quest’ora, qualche anno fa. A quest’ora le strade sono vuote, il silenzio è opprimente e te lo senti dentro il cuore. Quando alzi la saracinesca, persino quel rumore metallico, sgraziato, ti restituisce un po’ di calore.

Qualcosa da fare.
Poi, lentamente, vedere che puoi farlo, e stupirti che anche oggi, nonostante tutto, riesci a vincere l’inerzia, a rimettere in moto quel meccanismo interno che ti permette di andare avanti, di continuare a vivere, di pensare che la vita non è né bella né brutta. È soltanto vita. Ti viene incontro e tu non riesci a scansarla, e continui a vivere.
Nonostante tutto.
E il pane, che rompe la forza di gravità, esplodendo di vita, insolentemente te lo ricorda, mettendo ogni giorno in scena le parole di Riccardo.
Riccardo diceva sempre che vedeva la vita nelle mie mani, nei miei gesti.

Ho sempre desiderato fare questo lavoro. Quando avevo sei anni e mi chiedevano “Cosa vuoi fare da grande?” rispondevo senza esitazione: “Voglio fare il pane!”
Proprio così, mettendo l’accento sull’azione, e non dichiarando una professione. La gente rideva, la consideravano una variante bizzarra delle risposte che i bambini di solito danno a questa domanda, astronauta, pompiere, panettiere, e pensavano Oggi risponde così, domani dirà qualcos’altro. Ma io insistevo.
E sono diventato panettiere. D’estate, durante le vacanze da scuola, andavo ad aiutare il fornaio. I miei, famiglia borghese e benestante, non erano dispiaciuti. La consideravano una dimostrazione di maturità, un sacrificio per non dover chiedere i soldi per i miei divertimenti. Perché comunque non credevano che ne volessi davvero fare una professione. Davano per scontato che sarei diventato un avvocato. Magari un magistrato.
Infatti, dopo la maturità mi iscrissi a giurisprudenza, e mi trasferii in un’altra città. Motivai il gesto dicendo che la facoltà di quella città era migliore, più prestigiosa, e i miei approvarono la mia scelta.
Ma non li ingannai, almeno non del tutto.
Mi laureai davvero, pur facendo l’aiuto panettiere. Per quattro anni studiai e feci il pane. I miei coinquilini, vedendo che trascorrevo tutte le notti fuori casa, e che dormivo da metà mattinata a metà pomeriggio, pensavano che andassi in discoteca, che mi dessi alla bella vita.
I miei non sapevano niente.
Il giorno dopo la laurea, quando ormai non ero più aiuto panettiere, ma fornaio a tutti gli effetti, comunicai la mia decisione ai miei genitori.
Mio padre, prima si mise a ridere. Poi si arrabbiò. Mia madre pianse. Infine mio padre disse: “Capisco, sono stati quattro anni duri, hai studiato molto, hai preso il massimo dei voti. Per un po’ basta libri, basta codici. Riposati. Fatti una vacanza. Ti pago io il viaggio. Stai via quanto vuoi. Poi tra sei mesi, decidi se vuoi fare l’avvocato o il magistrato.”

Deludere i miei.
Lontano da casa per attutire i rimorsi di essere un figlio sbagliato. Da sempre sentivo il disappunto di mio padre ogni volta che esprimevo ciò che lui riteneva ridicolo; non solo il pane.
Piangere davanti a lui o davanti a un cartone. Quanto era lontano. Quanto ero lontano, quasi invisibile, ho pensato a volte.
Quattro anni felici, con la coda dell’occhio, pensando che un giorno sarei stato accettato, sarei stato capito, o che mio padre sarebbe scomparso e mia madre avrebbe ritrovato la sua libertà di pensiero. Oppure che mio padre mi avrebbe addirittura cercato, lui stesso, per conoscermi, per chiedermi scusa per non avermi voluto conoscere prima.
Quattro anni nascosto, pensando a quando non avrei dovuto nascondermi più.
Quattro anni con Riccardo, che non aveva lo sguardo severo di mio padre.

Riccardo lo avevo conosciuto a un esame, uno dei primi. Lui era stato bocciato. Io avevo perso trenta. Mi aveva chiesto di aiutarlo e io lo avevo fatto volentieri, mi piaceva l’idea di essere di aiuto a qualcuno, di avere qualcuno da proteggere.
Mi veniva a prendere al forno e andavamo a studiare nei posti più strani. Non avrei mai immaginato che fosse possibile una fusione così totale tra impegno e libertà, fatica e gioia. E amava il mio pane. Vedeva nella mie mani la soluzione di ogni difficoltà, dal pericolo alla noia. Non sapevo più cosa fosse la noia, che da bambino pensavo fosse l’ingrediente principale della vita. Nessuno lo diceva ma ero sicuro che fosse lo stesso per tutti. Ma guai a dirlo.

Non ho fatto in tempo.
Il calore del forno mi dice che è ora. Tra poco, come ogni mattina, sarà il mio momento. Poi, di nuovo solo.
Io e Riccardo avevamo preso una casa diroccata, per quattro soldi, i soldi che io avevo messo da parte fin da quando avevo quattordici anni e lavoravo al forno d’estate, e tra un esame e un altro la rimettevamo a posto, senza viverci. Io dividevo la casa con altri studenti. Lui viveva con i suoi.
In mezzo alla sala, avevamo messo il forno, medicina di tanti dissapori, delusioni, rimpianti. Dopo un esame andato bene si festeggiava con un pane nuovo, speciale. Dopo un esame andato male ci si consolava allo stesso modo, fino alla laurea. Facevo pane di ogni tipo,  miscelando con coraggio gli ingredienti più strani.

Un telegramma. Il grigio di un telegramma per sapere che mio padre era morto. Due righe per cancellare colui che ancora aspettavo, che forse mi aspettava.
Un colpo. Io che avevo ormai un accordo con il tempo, perché il pane mi ha insegnato a capire l’importanza del tempo, io che aspetto ore, dando alla farina il tempo di trovare la sua forma e il suo spazio, io non l’ho avuto, questo tempo.

Non tornai subito. Non tornai a casa, ma al mio forno.
Fu mia madre a venire da me. Motivò la scelta del telegramma.
Fu lei a venire da me, certa più che mai che a quel punto avrei esaudito il loro desiderio di diventare uno stimato uomo di legge.
Le feci il pane. Ci sedemmo. Mi disse che si cresce, si deve. Che avevano aspettato abbastanza, forse troppo, per il cuore di mio padre.

Mai una riga, una parola. Aspetta, mi aveva sempre detto mia madre, prima, non è il momento, non capirebbe. Ora intuisco che tra loro parlavano di me, anche se io pensavo il contrario. Le promisi che avrei fatto il concorso in magistratura.

Faccio altro pane.
Oggi mi è uscito davvero speciale.  Dicono che il mio pane li aiuti a dimenticare. Quando mangiano il mio pane immaginano di essere in campagna, con le loro famiglie.  Anch’io ricordo le strade vuote, quando percorro l’androne, e il rumore metallico che fanno i sorveglianti aprendoti la porta del forno mi ricorda di allora. Mi ricorda Riccardo, che non ha avuto il tempo di capire perché lo dovessi uccidere. Neanche lui ha avuto il tempo.
Ma era colpa sua. Mi aveva rubato il tempo. Il tempo di capire mio padre. Il tempo di farmi capire da mio padre. Il tempo di spiegargli quello che avrei voluto spiegare.

Il pane è pronto. Caldo e croccante. Tutti mangiano il mio pane, qua dentro, anche i sorveglianti, persino il direttore di questo carcere modello, con laboratori, palestre, officine, attività artistiche. Il pane è pronto e io posso tornare in cella, dormire un po’ e aspettare un altro giorno, quando tornerò a fare il mio pane.
*
Il racconto fa parte del volume “Il gioco dell’inferno”, pubblicato da Besa Editrice (Nardò, 2009). Ettore Maggi è nato a Cagliari nel 1967 e vive a Sestri Ponente (Genova). Lavora come tecnico di laboratorio precario nella ricerca scientifica. I suoi racconti sono pubblicati da Mondadori sulle antologie “Professional Gun”, “Anime nere 2”, “Carabinieri in giallo”, “Giro di killer” e su altre raccolte. Collabora con riviste ed è traduttore.