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Fabio Maria Serpilli

Fabio Maria Serpilli è nato ad Ancona nel 1949. Oggi risiede ad Agugliano.

Dopo la Maturità Magistrale, ha compiuto gli studi  di filosofia e teologia alla Pontificia Università Lateranense a Roma. Molto intensa la sua attività di poeta e scrittore. È autore di  46 libri tra poesia, narrativa e saggistica. Nel 1989 pubblica la raccolta di poesie Castalfretto nostro (tipografia Tarabelli.  Chiaravalle) in dialetto anconetano con prefazione di Valerio Volpini che, recensendo il volume, definisce Serpilli “l’erede di Franco Scataglini”.  Nel 1993 con le poesie in lingua Mistero in cartapesta (Edizioni Guardamagn. Varzi, Pavia) vince il “Premio  di Poesia Contemporanea”. Con Portonovo (in dialetto) nel 1997 si aggiudica il “Premio Guido Modena”, a Finale Emilia e l’opera viene pubblicata.  Nel 1999, la sua silloge in italiano Distici mistici viene pubblicata nell’antologia … e dello spirito (Nuove Ricerche editore. Ancona). Gli altri poeti sono Plinio Acquabona, Umberto Marvardi, Marco Guzzi, Fulvio Panzeri. Nel  2002 esce il libro di poesie in neodialetto anconitano el paés e la cità nel volume I luoghi dell’anima per la Pequod di Ancona. Nel 2005 la casa editrice Quattroventi di Urbino pubblica nel volume Poeti e scrittori dialettali il suo ampio saggio La poesia in dialetto nelle Marche, una breve storia della letteratura dialettale da fine ‘800 a oggi. Gli altri autori sono Giuseppe  Polimeni (Università di Pavia) e Fabio Ciceroni. Nel 2006 e nel 2007 è stato coordinatore dei laboratori di scrittura poetica,  promossi pubblicazioni ricordiamo il libro di poesie in lingua  Ad aperto silenzio (La Fenice editore in Senigallia) con cui si è aggiudicato il Premio “Città di Senigallia”. In neodialetto anconitano è il testo poetico Esino, immagini e parole (Tipografia Tarabelli. Chiaravalle, 2005). Sempre in dialetto è la raccolta Falconara e i quaranta padroni (L’Orecchio di Van Gogh. Falconara, 2009).
Dal 1996 a oggi è curatore delle antologie che pubblicano i vincitori dei Premi di poesia Festival del Dialetto (Varano di Ancona,  giunto alla 39ª edizione) e del “Premio letterario nazionale in lingua e dialetto (Poesia Onesta)” approdato alla 8ª edizione.  Tra i  riconoscimenti pubblici ricordiamo la Benemerenza civica del Comune di Falconara Marittima. Nel 2007 ha ricevuto il “Premio  alla carriera” per la poesia ad opera del Comune di Sassoferrato e dell’Associazione “Alessandro Olimpo degli Alessandri”,  celebre madrigalista del 1500. L’anno successivo è il Comune di Ancona a conferirgli il meritato riconoscimento.
Fabio M.  Serpilli è presidente di VERSANTE Associazione Culturale che organizza eventi di poesia e arte nel territorio. Nel 2012 insegna  “Scrittura creativa” presso l’Accademia di Belle Arti di Urbino. Tiene laboratori di scrittura poetica a Falconara M.ma, Agugliano,  Senigallia, Ancona, Camerata Picena allo scopo di appassionare i giovani alla poesia e fornire loro gli strumenti espressivi  adeguati.
Hanno scritto di lui Mario Luzi, Franco Scataglini, Valerio Volpini, Fabio Ciceroni, Giuseppe Polimeni, Marzio Porro, Giancarlo  Galeazzi, Gastone Mosci, Giuseppe Bomprezzi…
Dal 1981 è sposato con Raffaella Guidi (di mamma genovese e papà urbinate) e ha una figlia, Elisabetta.
da Maestà e desolazió (2006)
El mare pìa tintura come sopràsta el celo
si vento nun el mòve nemeno nu rispira
Senza mentovanza si vento n’el mentòva
sopra la londa vechia londa nova
Gocia gocia gocia gran mare pò venire
uceano più uceano nun fàne un infinire
In pèle in pèle e a fond’abìso
io te sento anzimà parola
Senpre in fondo al gnente sbati el muso
ma senpre che t’amanca te fa iluso
*
Il mare prende colore secondo il colore che ha il cielo
se il vento non lo muove nemmeno respira
È senza ricordo se il vento non lo ricorda
dopo un’onda vecchia c’è un’onda nuova
Goccia goccia goccia, un gran mare può diventare
un oceano più un oceano non fanno l’infinito
In superficie e in fondo all’abisso
io ti sento in ansia e ansimare, parola
Sempre in fondo al nulla batti il viso
ma proprio ciò che manca ti rinnova l’illusione
 QUESTIONARIO
1. La preghiamo di indicarci i modelli di riferimento (italiani e stranieri) della sua poesia dialettale, dove questi studi e letture l’hanno portata all’individuazione del suo stile.
Eliot, Pound, Machado, Dickinson, Ungaretti, Montale, Caproni, Merini.
I neodialettali italiani: Biagio Marin, Tonino Guerra; Raffaello Baldini, Franco Scataglini, Pier Paolo Pasolini, Albino Pierro, Ernesto Calzavara. Virgilio Giotti.
Eliot mi ha indicato il peso delle parole, Pound mi ha insegnato la libertà e la bizzarria dello scrivere, Machado la nettezza d’immagine, Dickinson la contemplativa leggerezza, Ungaretti la brevità, Montale il pensiero, Caproni la lievità melica in contrasto con l’assidua ricerca, Merini la sorpresa che ti riserva la parola. I dialettali: Marin la capacità di dire tutto con un vocabolario ristrettissimo di parole, Guerra la cordiale dialogicità, Baldini di narrare in un arcaico dialetto tutta la modernità, Pasolini la primitiva dolcezza del cuore e della natura, Pierro la capacità introspettiva, Calzavara il coraggio di sperimentazione linguistica in dialetto, Scataglini il cilicio metrico, Giotti l’umana semplicità dei piccoli gesti.
 
2. Ci sono differenze significative tra la sua produzione di poesia in dialetto e quella in italiano (se presente)?
Scrivo sia in lingua che in neodialetto. Quando scrivo in lingua (ma c’è poi una lingua italiana omogenea?) tengo presente anche la duttilità di grammatica e sintassi dialettale. Inoltre cerco di tenere presenti alcune strutture linguistiche dialettali che possano in qualche modo rappresentare realisticamente i contenuti che voglio comunicare. Quando scrivo in dialetto tengo sempre in mente l’altezza dei valori e delle idealità che l’Italia del Novecento e oltre ha espresso. Voglio scrivere anche in dialetto la problematica viva nel dibattito culturale e ideale. Cioè la produzione dialettale non deve emarginarsi a un sottogenere comico, piagnisteistico.
Il poeta dialettale deve fare poesia vera solo così si può restituire dignità a una letteratura dialettale fin qui troppo mortificata.
3. Con quali poeti contemporanei (dialettali, italiani, stranieri) intrattiene un dibattito costruttivo? Con quali ha semplicemente condiviso un percorso di gruppo (blog, riviste, associazioni) o di scambio di opere letterarie? Quali poeti italiani e/o dialettali l’hanno colpita di più?
I poeti che più mi hanno colpito li ho citati sopra. Aggiungerei Tessa, Loi, con cui ho un dibattito costruttivo. Ho frequentato Franco Scataglini, di dialetto anconetano come me (Lui più neovolgare che neodialettale, come osserva giustamente Valerio Cuccaroni). Ho spazi editoriali su quotidiani e riviste. Faccio molte prefazioni a libri di poesie sia in lingua che in dialetto. Tengo conferenze su dialetti e poesia in dialetto. Progetto e dirigo anche laboratori di scrittura poetica. Sono in contatto con moltissimi poeti dialettali (soprattutto neodialettali) di tutta Italia. E soprattutto curo dal 2005 antologie di poesia dialettale nazionale (La poesia onesta) e regionale (Festival dialettale di Varano –Ancona, giunto alla 36ma edizione e che pubblica tre volumi l’anno di poesia, narrativa).
4. Quale l’immaginario o le immagini più diffuse, nella sua opera in dialetto? Ci sono differenze tra l’immaginario che usa in dialetto e quello delle sue opere in italiano o in prosa (se presenti)?
La città monumento, la città vecchia e i suoi continui riferimenti agli uomini di ieri e quelli di oggi. Descrivo il paesaggio urbano, marino (Ancona è città di mare). Ma soprattutto mi attrae il paesaggio umano: i volti, gli atteggiamenti, le idee, le espressioni dove il dialetto è più idoneo a rappresentare. Il paesaggio che ritengo in maniera assoluta più affascinante è l’uomo con le sue estreme debolezze ma anche le sue infinite sofferenze spesso senza soluzione, redenzione. Sono (cerco di essere) un cristiano senza dogmi e senza chiese o appartenenze.
Si può dire che scrivo gli stessi soggetti sia in lingua che in dialetto, ma il cambiamento di codice linguistico comporta inevitabilmente dei mutamenti davvero non di superficie, ma quasi sempre sostanziali.
 
5. Quali teorie (estetiche, politiche, etiche, critiche, etc…) sono presenti all’interno della sua poetica? Il suo modo di lavorare a un’opera di poesia (il processo formativo che ha usato) è stato influenzato da queste teorie? Se sì, può descrivere anche le modificazioni della sua scrittura/operatività in poesia, in dialetto, nel corso degli anni?
Domanda da troppi dollari o euri (per dirla in dialetto). Soprattutto la domanda politica. Ho allergia al potere (partitico, religioso, culturale, ecc.) e perciò sono davvero imbarazzato a rispondere: ogni risposta sarebbe una bugia. Certo non posso moralmente stare dalla parte di chi ha tutti i poteri in mano e li usa solo per sé in maniera così personale. Le linee estetiche? In poesia faccio mie le poetiche che mi hanno aiutato a formare il mio stile. Sono le solite istanze: quelle (cosiddette) ermetiche (un richiamo di base alla sinteticità espressiva è sempre utile). Ma non va rifiutata nemmeno una sobria possibilità descrittiva. Ho fatto mia anche l’essenza della poetica surrealista (non manieristica), lo sperimentalismo serio. Mi interessa anche la ricerca di Sanguineti e di Zanzotto, e in poesia neodialettale lo sperimentalismo di Calzavara. Dunque sono per lo sperimentalismo serio, quello cioè che sempre e comunque corteggia la poesia. Le mie scelte etiche? Sto dalla parte dei poveri, dei deboli e dei disperati. Ho allergia alla prepotenza, violenza, arroganza. Rispetto le scelte di tutti (non sopporto – ahimé – i fanatismi né le imposizioni ideologiche). Sono felicemente coniugato da 30 anni, ho una figlia. Non sono omofobo.
Le critiche. Sono necessarie tutte le buone scuole critiche del Novecento, purché servano a meglio far comprendere le poesie dei poeti. Non credo però sia cosa buona scrivere poesia per piacere ai critici.
Credo comunque a un confronto tra il critico e il poeta, dove sono liberi entrambi.
Il processo formativo che ho usato per le mie opere in dialetto? Io, come tanti dialettali di oggi, ho il problema della scelta di che dialetto adottare. Quello classico è ormai quasi sepolto. Quello di oggi è troppo italianizzato. Scataglini non se l’è sentita di rimanere nella tradizione veterodialettale (quella che ha visto il maggiore esponente nel nostro dialettale di eccellenza, Duilio Scandali); in assenza di un dialetto vivo, è andato alla ricerca di un lessico e sonorità protoitaliche, affascinato com’era della lingua provenzale che ha trapiantato nella nostra tradizione ottocentesca. Dice Brevini che egli ha inglobato cultismi provenienti dal latino, dal veneto, dall’umbro e coprendo il tutto con un velo anconetano.
Io ho scelto di salvare le più nobili parole del dialetto, cercando di aprirmi al nuovo lessico piegandolo alla sonorità e al ritmo della pronuncia anconetana. Mentre Scataglini ha scelto come moduli metrici (senza eccezioni e pentimenti) la quartina, il settenario e la rima, io ho tentato il verso libero, con un ritmo che variasse continuamente e seguisse la durata dell’immagine e del pensiero che voglio comunicare. Scrivo e compongo quando sono in stato di grazia (o di disgrazia che è la stessa condizione creativa), scrivo quando la parola mi spinge, quando le parole mi premono il labbro. Poi ritorno sulla carta. Talora i versi rimangono inalterati, altre volte subiscono limature ed altro. Non amo ripetermi e ripetere gli altri (qui cerco di far mia la lezione di Montale). Leggo e rileggo i miei testi, voglio che dicano quello che sento dentro e quando mi sfuggono dal recinto, li lascio liberi lo stesso poiché sento che è l’altra parte di me che parla.. Cerco comunque un compromesso tra ritmo, pensiero e ‘forma’ se ancora forma e contenuto si possono separare o distinguere. Comunque ogni libro ha una storia a sé, per fortuna…
 
6. Il suo modo di scrivere in dialetto è rappresentativo del parlato della sua area di appartenenza (paese, città, provincia, regione)? Quali le differenze con il parlato? Ha introdotto altre lingue/linguaggi/codici/segni nella sua opera in dialetto? Ha recuperato espressioni linguistiche arcaiche?
Il dialetto anconetano ha una grande tradizione. Nel periodo classico (fine Ottocento, prima metà del Novecento) ha avuto ottimi autori di tradizione. Poi c’è stato un periodo intermedio, di autori che oscillavano tra il passato e le nuove tendenze. Ora c’è una ventata di neodialettali da me voluta. Sto allevando giovani che stanno scrivendo ottime cose anche se sono ancora all’inizio. Certo, dopo il colpo d’ala di Scataglini le cose devono cambiare. C’è un’obiettiva difficoltà: il dialetto ‘antico’ è quasi scomparso e il nuovo sta venendo fuori devo dire grazie ai miei sforzi e al mio impegno. Il mio dialetto è quello che si parla oggi in Ancona e in paesi dove ormai la egemonia amministrativa si fa sentire. Così molti paesi e cittadine stanno parlando ormai l’anconitano che io chiamo moderno. Comunque il dialetto anconetano, a parte qualche voce particolare, è comprensibile in tutte le Marche. Il dialetto anconetano si è evoluto seguendo la sorte di altri idiomi. Anche il milanese di Loi non è più il ‘meneghino’ di Tessa e tanto meno di Porta. Io sono presidente di un Premio di Poesia dialettale riservato a studenti delle ex elementari e medie e quest’anno vi hanno partecipato ben 900 studenti. Ormai l’anconitano si parla a Falconara M.ma, Chiaravalle, Agugliano, Castelferretti, Sirolo, Numana e Camerano.
Certo che talora nel mio vocabolario dialettale ho usato e riciclato espressioni arcaiche, ho inglobato termini di altre provenienze linguistiche. Non di rado adotto il plurilinguismo e mistilinguismo che però rientrino in quella che io chiamo sonorità di fondo del mio dialetto senza naturalizzarne la pronunzia. I neologismi d’altronde sono necessari perché il vecchio patrimonio linguistico non è in grado di raccontare le conquiste della tecnologia e della telematica. Il problema è serio perché non si tratta solo di tradurre pedissequamente il termine ufficiale, ma si tratta di dàrgli una personalità linguistica e fonetica locale.
Il parlato cittadino e periferico è un materiale che serve per la comunicazione immediata e pratica, il poeta deve utilizzare questo materiale ma dandogli un segno letterario diverso, nuovo, artistico.
 
7. In percentuale, quante persone pensa parlino in dialetto nella sua area di appartenenza (paese, città, provincia, regione)?
L’anconitano ha provenienze toscane (con molti elementi veneti, ad es. l’uso costante delle geminate) e perciò non è incomprensibile. Quindi un 50% lo parla, gli altri lo comprendono, a parte pochi termini che sono ‘aborigeni’..
 
8. La sua regione presenta leggi di tutela del dialetto o supporta le pubblicazioni in dialetto con qualche legge? E’ in grado di illustrare queste leggi (o dare i loro riferimenti)?
No, poiché come detto sopra è abbastanza comprensibile, a differenza invece del dialetto fermano-maceratese e ascolano.
Agugliano (AN), 13 novembre 2010
         

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