Fabrizio Venerandi è stato cofondatore, con Maria Cecilia Averame, della casa editrice Quintadicopertina (2010). All’interno della casa editrice ha seguito gli sviluppi della narrativa interattiva e della programmazione dei libri elettronici. È stato docente di progettazione ebook al Master Editoria della Cattolica di Milano. È scrittore di libri, di letteratura elettronica, di videogiochi. Con il Laboratorio Defunto Bib(h)icante è poeta e performer.
Tra le sue opere: NeoNecronomicon (1990), Il trionfo dell’impiegato (1999), Pantagrognomicon (2001), Lavori di bocca (2010), Chi ha ucciso David Crane? (2010), Ezekias contro le donne gatto del pianeta Smirt (2015), Poesie elettroniche (2016), Il mio prossimo romanzo (2017), Mens e il regno di Axum (2018), Guida all’immaginario nerd (2019).

Poesie elettroniche è un ebook in formato aperto EPUB3, leggibile con qualsiasi programma ne supporti il formato, da Adobe Digital Edition a iBooks di Apple. Le poesie programmate da Fabrizio Venerandi si possono cliccare, possono essere modificate dal lettore, appaiono o scompaiono in base all’orario della giornata: sono in tutto e per tutto delle poesie interattive.
Abbiamo avuto il piacere di intervistare il «poeta-nerd», in occasione de La Punta della Lingua 2019.

Ritieni che la riflessione sulle possibilità espressive offerte dai nuovi media alla poesia, che è alla base de “Poesie Elettroniche” (Quintadicopertina, 2017), riprenda un percorso incominciato da lontano – ad esempio nel 1990 con Necronomicon -, oppure vedi tutta la tua lunga militanza letteraria come un crescendo unitario?

Non saprei se definirla “militanza letteraria”, piuttosto credo che sia, permettimi di fare un anacoluto, io sono nato e cresciuto negli anni settanta/ottanta, ho visto arrivare l’informatica nelle case, i primi home computer, i cabinati dei videogiochi, le prime avventure testuali, le connessioni alle BBS, i modem, tutta questa roba qua che – per buona parte era basata sulla parola scritta e che raccontava cose, creava informazioni in modi impensabili fino a solo un decennio prima. Sono tutte cose che racconto in “Guida all’immaginario nerd”. Queste cose mi hanno cambiato. Il mio modo di pensare, di immaginare, di creare mondi e pensieri tiene conto che esiste l’informatica. Per me non è una “militanza”, per me è il modo più naturale di raccontare qualcosa. Quando alla fine degli anni ottanta scrivevo le descrizioni e le mappe di Necronomicon, quando alla fine del duemila creavo l’ipertesto di “Chi ha ucciso David Crane?” o – più recentemente – quelli di “Mens e il regno di Axum”, così come quando scrivevo il codice per le “Poesie Elettroniche”, non mi sentivo di fare qualcosa di strano. Ero e sono assolutamente a mio agio. Non credo che sia un codice retorico migliore di quello tradizionale, non è una gara. È semplicemente un modo di inventare cose che trovo coerente e omogeneo con quello che sono e che sono stato.

 

Molte delle sezioni in cui è divisa la raccolta (le poesie cangianti, le poesie occluse) presuppongono che il lettore entri in contatto con la materia poetica: questa novità di fruizione del testo che effetti potrebbe causare?

Fare venire nuove idee: pensare a poesie che si deformano al tocco del lettore e che mantengono questa deformazione nel tempo, a poesie che si intrecciano, comunicano in tempo reale con altre poesie scritte da altri poeti, a poesie in cui il lettore non è più un lettore ma un manipolatore di materiali poetici. Non voglio dire che il lettore diventi poeta, solo per il fatto di leggere o interagire con le poesie elettronica, ma cambia il ruolo, sia del poeta nel progettare i suoi materiali, sia del lettore nelle libertà concesse nel suo rapportarsi con il testo.

 

Qualche tempo fa, in un’intervista hai affermato che il media più appagante per narrare storie è il videogioco. La ragione risiede nell’incontro tra media e linguaggi diversi, oppure ci sono anche altri motivi?

In realtà ho detto una cosa un po’ diversa, ho detto che se oggi dovessi scegliere un media per raccontare storie sceglierei un videogioco. Perché oggi il videogioco è un media d’avanguardia, attinge in maniera sempre più consapevole da tutta la letteratura che c’è stata prima di lui e la rielabora utilizzando e formalizzando una serie di strumenti videoludici che diventano letteratura essi stessi. Arcade 3D che usano le storie a bivio per la gestione dei flashback, videogame che usano il format delle fiction per costruire narrazioni ad ampio respiro, racconti interattivi che sfruttano le notifiche del cellulare per interagire con il lettore anche quando non sta leggendo. Oggi il videogioco parla di delusione, di paura, di suicidio, di armonia, di amore, di rivoluzione politica, di droga, di prostituzione, di omosessualità, di libertà e lo fa con autonomia, competenza e completezza sempre maggiori. Da videogiocatore sono emozionato nel vedere come la letteratura elettronica stia permeando questo media facendolo diventare uno strumento adulto, maturo, sofisticato.

 

Per quanto riguarda l’ambito poetico, qual è invece il metodo più appagante per fare poesia nel 2019?

Non esiste una risposta univoca, la poesia è un sacco di cose diverse. Ho scritto le “Poesie Elettroniche” pensando a una lettura digitale, ma con il Laboratorio Defunto Bib(h)icante continuo da vent’anni ad andare a leggere e fare performance dal vivo, dove conta solo il corpo e la voce, dove non c’è testo scritto. Compongo poesie digitali sul mio blog, o su facebook, ma quando posso salgo sul palco degli slam poetry per sfidare gli altri poeti che vanno in giro a fare versi. Il modo più appagante per fare poesia nel 2019 è farla viva, dargli corpo, voce, codice.
Per un poeta è più difficile rispettare i limiti di un foglio A4 oppure quelli di un linguaggio di programmazione?
Il codice. I formati per fare ebook elettronici oggi hanno ancora molte limitazioni, sia per l’implementazione sia per il supporto da parte degli ebook reader.

 

“La Punta della Lingua” è un evento in cui la poetry slam – di per sé collettiva – ha un peso determinante: questa caratteristica si potrebbe attribuire anche alle “Poesie elettroniche”, che sembrano invece pensate per un solo lettore?

No. Nelle “Poesie Elettroniche”  il rapporto è ancora tra poeta e lettore. Anzi, sono pensate appositamente per creare un rapporto di intimità e di collaborazione con il lettore, basato sugli occhi e sulle dita. Non sono particolarmente adatte – per esempio – a un lettura pubblica. Non è facile declamare un testo che cambia sotto i tuoi occhi.

La compenetrazione di linguaggi multimediali diversi richiede la padronanza di un vastissimo campo di competenze, spesso non racchiudibili in una sola persona. Nell’ottica di una poesia futura come campo di sperimentazione tra diversi linguaggi, anche la collaborazione e la capacità di mediazione diventeranno competenze irrinunciabili?

Penso che da un lato si creeranno piattaforme per la gestione di una nuova retorica digitale, dei CMS per la poesia elettronica dove alcuni procedimenti siano formalizzati. Dall’altro scrivere letteratura elettronica sarà sempre di più un lavoro di gruppo, come è già oggi per molti videogiochi. Peraltro nel fare “Poesie Elettroniche” ho volutamente lasciato l’ebook privo di protezioni DRM e ho gestito il codice javascript al di fuori delle pagine XHTML che racchiudono il testo, in modo che altri poeti potessero cancellare i miei versi e mettere i loro, continuando a sfruttare gli strumenti retorici javascript che animano i miei. Un invito all’hacking che ho sfruttato in alcuni laboratori che ho fatto nelle scuole secondarie.

 

Credi possibile, un giorno, vedere all’opera programmatori e poeti insieme, per la creazione di poesia che superi il modello imposto dalla stampa?

Se il poeta si dimentica del libro e della poesia, sì. Al programmatore bisogna parlare avendo già in testa quello che si può fare o non fare con la programmazione e con i versi. Molti scrittori e poeti italiani non hanno questa cultura. Non si tratta di un problema generazionale, ma di conoscenza, di curiosità, di studio. Qualche anno fa parlavo con Nanni Balestrini, gli spiegavo quello che stavo facendo con Quintadicopertina, le idee che volevo sviluppare per la letteratura elettronica. Lui mi ascoltava guardando con attenzione un punto impreciso dietro la mia schiena, e alla fine vedo questo signore con i capelli bianchi aprire la bocca e iniziare a dire cose sulla letteratura elettronica che erano dieci, venti anni avanti rispetto a quelle che mi ero sentito ripetere da tanti giovani scrittori italiani. Nanni Balestrini aveva la testa da informatico, conosceva quello che gli strumenti digitali potevano fare e quindi diceva cose che erano sul pezzo, erano attinenti al media, erano pertinenti. Se si vuole fare poesie elettronica bisogna imparare a dire cose pertinenti.

Reading di Fabrizio Venerandi, tratto da alcune poesia-post pubblicate su Facebook.

Pubblicato da La Punta della Lingua su Lunedì 1 luglio 2019

Fabrizio Venerandi sta presentando le sue poesie elettroniche. Poesie che si muovono, che scompaiono, ma anche che si possono visualizzare solo di notte.Questa sera effettuerà delle letture insieme a Fabio Orecchini e Vincenzo Ostuni.

Pubblicato da La Punta della Lingua su Lunedì 1 luglio 2019


Fabrizio Venerandi è cofondatore, con Maria Cecilia Averame, della casa editrice sperimentale Quintadicopertina (2010).  È scrittore di libri, di ebook digitali, di interactive fiction e MUD. Con il collettivo bib(h)icante è poeta e performer. Tra le pubblicazioni più recenti, Poesie Elettroniche (Quintadicopertina 2016), Il mio prossimo romanzo (Antonio Tombolini Editore, 2017), Guida all’immaginario Nerd (Odoya, 2019). Nel 2018 ha ricevuto la menzione speciale per Poesie Elettroniche al Grand Prix Möbius di Lugano.