Lo scorso 7 novembre si è tenuto presso il Sisma di Macerata un evento del tutto degno di nota che non potevamo assolutamente lasciarci sfuggire. A distanza di un paio di anni, quando la sua voce aveva mirabilmente resuscitato la poesia stridente di Antonin Artaud, Pierpaolo Capovilla è tornato a Macerata per farci ascoltare la sua interpretazione – nuovamente accompagnata dalla musica del maestro Paki Zennaro delle poesie di Emidio Paolucci, poeta-detenuto (o detenuto-poeta; difficile dirsi quale figura anticipi l’altra). Le poesie di Emidio sono state recentemente pubblicate all’interno del libro, corredato di CD, Finché galera non ci separi (a cura di Luca Pakarov, Haze Auditorium Edizioni, 2019).

«Il grado di civilizzazione di una società si misura entrando nelle sue prigioni»: sono queste parole di Dostoevskij, tratte dal romanzo Memorie da una casa di morti, ad aver tracciato la direzione teorica e politica della nostra chiacchierata con Pierpaolo e Luca, che di seguito vi riportiamo. Perché di galera, appunto, si è trattato, ma anche di molto altro.

Finché galera non ci separi

Ciao Pierpaolo, l’ultima volta che sei venuto a Macerata ci hai portato uno spettacolo veramente suggestivo, nel quale interpretavi l’Artaud di Succubi e Supplizi, sempre assieme a Luca Pakarov, e sempre accompagnato dalla musica del maestro Paki Zennaro. Pensando ad Artaud e alla sua condizione da internato (anche se in quel caso la prigione era il manicomio), ci è parso parecchio immediato ed evidente il nesso con Emidio Paolucci. Credi ci sia effettivamente un collegamento fra i due poeti o, meglio, uno sfondo in qualche modo simile ad accomunarne le condizioni di vita?

P: Sì, certamente. L’analogia ci sta, è reale. Tempo fa feci anche dono di Succubi e Supplizi il testo da cui trassi Interiezioni che abbiamo portato al Terminal – proprio ad Emidio Paolucci; questo l’ultima volta o la penultima in cui siamo andati a trovarlo, io e Luca, nel carcere di Pescara. Sì, c’è questo intellettuale degli anni ’60, che si chiamava Erving Goffman, che scrisse un testo che fu fondamentale, insieme a l’Uomo a una dimensione di Marcuse, e insieme anche alle conferenze brasiliane dello stesso Basaglia. Fu fondamentale nella comprensione di quelli che Goffman definì, brillantemente direi io, ‘spazi concentrazionali’. Ci sono analogie profonde tra l’orfanotrofio, il campo di concentramento nazista, la prigione, il manicomio, la piattaforma petrolifera e il mercantile. Quando non te ne puoi più andare via. A volte lo spazio concentrazionale può diventare la tua famiglia, o può diventare un intero Stato. A volte può accadere, la dittatura cos’è se non un enorme universo concentrazionale? Quindi sì, l’analogia ci sta assolutamente. Artaud fu una figura assolutamente paradigmatica dell’ideologia psichiatrica del ‘900 che si basava sul prendere il cosiddetto malato mentale – oggi diremmo ‘il sofferente psichico’ –, sull’isolarlo dal resto della società, sullo spogliarlo di tutto in maniera che nessuna sollecitazione potesse giungere di nuovo a lui, così da poterlo osservare; e lo si osservava per poterlo curare. È l’ideologia del manicomio, quella che fu spazzata via con la legge 40; noi siamo l’unico paese al mondo ad aver abolito i manicomi. Poi l’ideologia manicomiale si ripresenta comunque nei servizi psichiatrici di diagnosi e cura, quando chiudono la porta, ti legano al letto, nei TSO, si ripresenta nelle REMS, si ripresenta in altri mille modi perché è un’ideologia, ideologia in senso marxiano, cioè una falsa coscienza, che non muore mai.

Questa ideologia è presente indubbiamente anche nel tema del carcere. La nostra Costituzione, la Costituzione della Repubblica italiana, forse la più bella Costituzione di qualsiasi altra repubblica al mondo (però è facile sai dire che è bella la Costituzione, anche se poi nella realtà questa bellezza non viene applicata) dice che il carcere deve rieducare, e invece che cosa fa il carcere nel nostro paese? Nasconde, elimina, per un periodo magari lunghissimo, il detenuto dal resto della società. Prevale dunque la stessa cosa dell’ideologia manicomiale: prevale l’ideologia della vendetta della società su quella della rieducazione e del reinserimento sociale. Quindi l’analogia sta perfettamente in piedi.

Non siamo però passati da Artaud a Paolucci a causa di questa analogia, questo è un caso. Paolucci l’ho conosciuto grazie a Luca, quando l’ho letto ho iniziato ad interessarmi al suo verso e alla sua poesia e me ne sono innamorato, mi sono affezionato. Quando ci siamo conosciuti ci siamo parlati, siamo diventati amici, fratelli se vogliamo. Ci siamo visti poche volte, sai, però quando ci si vede è come andare, letteralmente, a trovare un parente. Una persona a cui vuoi bene, e che in un modo o in un altro vuoi aiutare. Paolucci è un ergastolano, quello di cui mi accorsi io, a un certo punto, è che non me ne fregava niente se lui fosse colpevole o no. Per me Emidio è un uomo che ha più o meno la mia età e che sta scontando una pena per degli errori che ha fatto nella società. Ogni volta che lo andiamo a trovare non soltanto incontriamo Emidio, incontriamo gli altri detenuti e le loro famiglie, i loro bambini. Avanti e indietro, uno spettacolo dell’umanità. È una cosa bellissima, e ti chiedi: ma perché sta dentro questa gente? Perché lì vedi gli esclusi, gli emarginati, coloro che non hanno avuto una seconda possibilità, vengono quasi tutti dallo stesso quartiere. Quasi come un destino a cui dovevano sottoporsi in un modo o in un altro. E allora viene da chiedersi: ma non ci sono percorsi diversi da quello che può essere il carcere, che è esclusione e stigmatizzazione? Certo che ci possono essere, ci sono eccome. Basterebbe che lo spirito democratico che è assolutamente presente dalla prima sillaba all’ultima della nostra Costituzione fosse applicato; che ci fosse la volontà di applicare lo spirito della Costituzione al nostro ordinamento legislativo in quanto tale.

La gente che va in prigione, ha o non ha il diritto di ritornare in seno alla società? Fino a qualche mese fa avevamo un Ministro degli Interni che diceva: «Che marcissero in galera!» Questo è fascismo allo stato puro, è proprio ideologia fascista spicciola. No! Nessuno deve marcire in galera, neanche il mafioso! I diritti umani devono essere rispettati in prigione più che in altri luoghi della vita sociale di un paese. Dostoevskij lo diceva: «il grado di civiltà di un paese lo si evince dalle condizioni di vita che ci sono nelle sue prigioni». Quindi nessuno deve marcire in galera. In galera ci si va per rieducarsi, per ritrovare o trovare se stessi, attraverso l’aiuto dei propri concittadini.

Questo lavoro che noi abbiamo fatto con Emidio parte da un sentimento di vicinanza, di fratellanza, cristiana fratellanza. Amicizia, solidarietà, vicinanza con la povera gente. Però, al di là dei buoni sentimenti che sono fondamentali quando fai le cose, in questo lavoro c’è una volontà politica. C’è un pensiero politico che vuole avvicinare noi che siamo liberi, che possiamo andare al bar o a prendere l’autobus come dice Luca Pakarov nella sua introduzione, che possiamo decidere cosa fare della nostra vita, o delle nostre giornate, minuto per minuto, con tutti coloro che queste belle cose non le hanno più, per un tot di tempo, magari per tutta la vita: c’è il carcere ostativo nel nostro paese, che ci è stato contestato proprio dall’Unione Europea. Quindi è un gesto politico di vicinanza di un artista come me, io sono un cantante, sono un attore. C’è il maestro Paki Zennaro che ha scritto la musica, c’è Andrea Chiesi che ha dipinto le illustrazioni. Abbiamo già tre discipline applicate. Poi c’è Luca Pakarov che è un giornalista, un intellettuale. Quindi abbiamo cercato di fare qualche cosa per far comprendere a chi leggerà le poesie, a chi ascolterà il disco, che cos’è la giornata di un detenuto in un carcere italiano. Quali sono i suoi rammarichi, le sue nostalgie, i suoi desideri. Come viene vissuto l’eros, che è una cosa imperiosa tra i detenuti. Come vengono poi vissute le piccole, grandi ingiustizie e prevaricazioni che avvengono ogni giorno in carceri sovraffollati e con una cronica mancanza di personale. E anche un cronico deficit di preparazione del personale stesso. E quindi sì poesia, sì illustrazioni e quindi arti grafiche, sì musica, ma facciamo politica, la buona politica, quella con la P maiuscola.

Finché galera non ci separi

A proposito di P maiuscole, pensi che la Poesia svolga un ruolo catartico per una persona come Emidio?

P: Non credo che la poesia serva a liberarci dai nostri mali, la poesia serve ad indagarli il più a fondo possibile. Quindi è precipitare nel male in cui viviamo, in queste circostanze storiche. Se questo lo vogliamo chiamare catarsi, chiamiamola anche catarsi. Ma non c’è catarsi nella poesia di Paolucci. Paolucci è un carveriano, uno che parla chiaro. Semplice e portentoso. Te le sputa in faccia le parole. Non è uno che si è pentito della vita che ha fatto. Lui era un rapinatore, un rapinatore seriale. Un po’ come le rock stars. Quando fai un concerto cerchi l’adrenalina, cerchi quella cosa lì. C’è un’analogia. Durante le chiacchierate con Emidio ne abbiamo parlato di questa analogia.

Noi cerchiamo con questo lavoro   ̶ risulterà, mi auguro, evidentissimo più tardi, quando interpreterò le sue poesie  ̶ di far entrare l’ascoltatore in galera. Si entra in galera e così si incomincia a capire che cos’è la galera. Io non sapevo cosa fosse la prigione, non lo so neanche adesso. Ma entrando in quella sala colloqui, e vedendo quella gente, qualcosa ho capito. Vedendo quella gente mi sono commosso. Perché uno deve spacciar droga quando ha tre figli a carico? Forse perché non trova un lavoro? Un pezzo di pane bisognerà pur darlo a quei ragazzi. Più o meno siamo informati sul carcere, ma quando lo tocchi con mano la cosa cambia. Ne abbiamo una conoscenza bianca. Non c’è empatia, non senti quello che vive la persona. Cosa che invece cambia dal momento in cui vai a ficcare il naso dentro alla galera, che separa il detenuto da noi. E quello che abbiamo voluto fare con questo disco qui è veramente ficcare il naso dentro alla galera, nella speranza di riuscire a suonare le corde del cuore di chi ascolta.

In effetti far passare tutto questo discorso attraverso l’arte potrebbe veramente spingere chi lo ascolta all’empatia. Razionalmente siamo tutti in grado di pensare al carcere, a com’è il carcere e a come possiamo cambiarlo…

P: L’arte, ma soprattutto la musica e la poesia, servono proprio a questo: ad avvicinare da un punto di vista empatico. Perché l’empatia non te la fa Carl Marx o Kant. L’empatia te la fa il poeta: un Pasolini, un Antonin Artaud, te la fa Shakespeare. Te la fa Emidio Paolucci. Tra l’altro oltre ad essere un lavoro politico è anche un lavoro artistico, perché ci abbiamo visto qualcosa di buono. Non è perché è semplicemente un detenuto. È chiaro che Emidio è uno scrittore capace.

È autodidatta?

P: Completamente. In galera puoi fare un sacco di cose, senza riempirti di psicofarmaci. C’è una poesia in cui Emidio narra questa cosa, e la descrive così, col linguaggio galeotto: il ‘canestro’. Il ‘canestro’ è colui che si sveglia la mattina, prende i suoi psicofarmaci, rimane sul letto e non si muove più per tutto il giorno. Questa è la rieducazione, questo è il reinserimento che si fa: psicofarmaci a pioggia per i detenuti delle carceri italiane, così stanno buoni. Queste cose vanno dette: come per osmosi, l’ideologia manicomiale fa il suo ingresso nell’istituzione carceraria e gli psicofarmaci sono assolutamente perfetti, coerenti. Manca il personale? C’è sovraffollamento? La risposta sono gli psicofarmaci. Ora pensa ad Emidio, che in certi periodi soffre di forte depressione tanto da non riuscire a dormire o a mangiare, che rinuncia agli psicofarmaci e si mette e leggere Carver, Joyce, la Bibbia, Collodi, Antonin Artaud. Leggere pur di sentirti ancora vivo. C’è qualcosa di speciale, c’è profumo di eroismo.

Finché galera non ci separi

Per quanto riguarda invece la produzione di questo lavoro, come vi è parso il dialogo con il mondo editoriale e discografico?

L: A livello di mercato editoriale la poesia vende poco; attualmente ha pochi lettori. Un editore ci mette tanto tempo prima di decidere di fare un libro del genere. Inoltre, per Emidio volevamo un lavoro più corposo di un semplice libro, che avrei potuto stampare anche da solo. Noi ci siamo impegnati, chiamando le persone che ci sembravano più affini ad un lavoro di questo tipo, e tutti ci hanno inizialmente detto di sì. Tutto molto bello ma, quando poi si andava a stringere, gli editori sparivano. Il problema però è che tu avevi già paventato ad una persona che sta in galera l’ipotesi di pubblicare i suoi lavori. Noi abbiamo la giornata piena di impegni e di cose da fare, così il tempo scorre. Questa persona, invece, sta solo aspettando la tua risposta. Malgrado Emidio non ci abbia messo mai pressione, nel momento in cui abbiamo visto che due editori avevano ormai mollato l’osso, siamo entrati nel panico: non ce la sentivamo di deluderlo. Alla fine abbiamo trovato in Claudio Chianuradi (Haze Auditorium Edizioni) un interlocutore entusiasta. Le cose, se si vogliono fare, si possono fare. Non bisogna puntare ad un guadagno immediato, ci vuole pazienza. Noi sappiamo che bisogna fare le cose giuste. Si vive una volta sola. Facciamo le cose giuste, costi quel che costi. Il principio è stato “fare la cosa giusta”, quella che ti senti di fare, quando attorno c’è un mondo che è la cosa più profondamente ingiusta.

Pensando alle dinamiche che scaturiscono oggigiorno all’interno dell’istituzione carceraria (sovraffollamento, alto tasso di recidiva, suicidi e così via), nonché alle condizioni di vita degli internati, vengono in mente le parole che utilizza Foucault in un saggio del ’77 intitolato Le vite degli uomini infami. In quelle pagine, che dovevano oltretutto fungere da introduzione ad un’antologia di esistenze di detenuti, si parla di vite destinate a passare senza lasciare traccia, che giungono a noi perché imprigionate in giochi di potere; vite di cui è inutile cercare un altro volto perché esse sono semplicemente quello per cui le si è volute schiacciare. Ebbene, alla luce di questo e di quanto già accennato, sembra proprio che a dominare ormai da tempo sia una radicale contraddizione tra il sistema di tutela dei diritti fondamentali dell’uomo – si pensi a tutta la legislazione europea in merito, nonché agli illuminati progetti di rieducazione e di reinserimento sociale – e l’insieme delle tecniche, foucaultianamente parlando, di assoggettamento e di normalizzazione applicate all’interno del carcere. In altri termini, stabiliti una soglia, una norma e degli obiettivi, si procede per mezzo di tecniche di coercizione e di correzione capillare, che si rivelano tutt’altro che attenti alla dignità e al rispetto del detenuto. Dunque gli spunti sono questi: che peso ha oggi questa contraddizione? Esiste veramente? Oppure è proprio quest’assistenzialismo malato ad alimentare da sempre questa macchina dell’infamia, prendendo, ogni giorno di più, il sopravvento sui diritti imprescindibili della persona? Quanto questo progetto si propone di mettere in discussione una certa retorica buonista che permea il discorso sul sistema detentivo?

P: È esattamente quello che dici tu, ma questo lo abbiamo scoperto strada facendo. All’inizio abbiamo pensato solo: che bravo Emidio, scrive delle belle poesie, diamoci da fare, diamogli una mano. L’abbiamo fatto con il cuore, senza porci troppi problemi. È stato l’istinto, perché siamo istintivamente democratici. Siamo gente che la democrazia ce l’ha nel DNA: ci fosse una dittatura in questo paese noi resteremmo comunque democratici e combatteremmo la dittatura con tutte le nostre forze. Noi viviamo in una democrazia ampiamente imperfetta, ma è pur sempre una democrazia questo piccolo lembo di territorio in cui viviamo. Siamo fortunati ad essere nati in Italia, potevamo essere nati in posti in cui non ci sarebbe stata nessuna attenzione ai nostri diritti. Noi pensiamo agli Stati Uniti d’America come alla più grande democrazia del mondo; casomai è l’Italia la più grande democrazia. Quello che dobbiamo fare è prenderci cura della nostra Costituzione e della nostra democrazia, a tutti i livelli della vita sociale. Io sono un artista e lo faccio al mio livello. Majakovskij diceva: ragazzi dobbiamo fare la rivoluzione? Bene, chi alla penna e chi al cannone. Io sto alla penna!

È la lotta di classe il cuore della democrazia: è quando un popolo è cosciente di sé, di essere un popolo, un consorzio umano, una comunità che vive insieme e che insieme deve affrontare il passato, il presente e il futuro. È la lotta e la coscienza di classe che hanno portato alla conquista dei diritti, nel bene e nel male: una sanità universale, un’educazione universale, l’abolizione dei manicomi. E un carcere democratico? No, il nostro carcere non è democratico. Si è visto come negli anni abbiano prevalso, da un lato, un’ideologia reclusiva, quindi prevaricatrice, che è la stessa ideologia del manicomio e, dall’altro, l’ideologia che Umberto Eco definisce Ur-fascista, ossia quella di un fascismo che non muore mai, anche in seno ad una grande repubblica democratica come la nostra. Tra l’altro il fascismo lo abbiamo inventato noi: è un serpente immortale che continua a strisciare sotto le nostre vite. Lo si è potuto benissimo constatare nei quattordici mesi di governo della Lega. Avete visto il modo in cui è stato trattato Cesare Battisti? Quello è stato uno dei momenti più vergognosi della storia politica dell’Italia repubblicana. Un ministro della Giustizia, Bonafede, che si vanta insieme a quel fascista di Salvini di far marcire in galera una persona! Come si fossero portati a casa un trofeo di guerra e questo non ha niente a che vedere con la democrazia: se passa questo concetto, passa solo un messaggio virulentemente antidemocratico. Finché galera non ci separi rappresenta, in questo senso, un piccolo passo nella direzione opposta rispetto a questi infami che vorrebbero riportare il fascismo nel nostro paese. Siamo in piena emergenza democratica. Voi siete giovani e dovrete stare attenti; dobbiamo stare attenti, tutti. Affinché la democrazia non si svuoti delle sue qualità, serve vigilanza democratica. Il fatto è che è facile svuotarla, la democrazia. Degli esempi: ci sono le leggi, ma non facciamo mai i decreti attuativi; c’è una Costituzione, ma ci sono leggi che vanno nella direzione diametralmente opposta ad essa; trattiamo un latitante come se fosse un animale da portare in mostra. Il trofeo di un safari, neanche di guerra. Insomma, questo Finché galera non ci separi credo che sia un momento del mercato dell’arte, della poesia e della musica in Italia che va proprio nella direzione opposta rispetto a quella verso cui stanno andando alcuni paesi in questo momento. Ci stiamo prendendo le nostre responsabilità.


L’intervista si conclude con un sincero ringraziamento per il tempo dedicatoci, insieme all’augurio che il progetto di Finché galera non ci separi possa avere una buona riuscita. Questo in un senso, sia chiaro, ben preciso. Dall’entusiasmo e dalla passione delle parole di Pierpaolo e Luca emerge, difatti, un dato inconfutabile: il desiderio che la lontana ma spregiudicata voce di Emidio, impressa nella carta stampata e nell’interpretazione di Capovilla, possa sensibilizzare se non svegliare, come uno schiaffo in faccia, gli animi degli interlocutori. Parlare di carcere non è semplice. Non lo è mai stato. Da anni si tenta di farlo attraverso sensibilità artistiche e modalità letterarie diverse, cercando di squarciare quel velo di indifferenza e di pregiudizio calato, nel corso dei decenni, su questa realtà. Eppure, la performance a cui abbiamo assistito ha del necessario: nulla è costruito a tavolino, tutto è crudelmente viscerale, reale. Come traslati nel regno del dionisiaco, le luci si dipanano, la musica di Paki Zennaro lentamente invade la stanza, Capovilla prende posto davanti al leggio. Un respiro profondo e Pierpaolo diviene Emidio. La metamorfosi è compiuta.

Intervista a cura di: Martina Accorroni, Chiara Mammarella e Federico Fronzi.
Foto per gentile concessione di Anita Habluetzel Esposito