Forme del conflitto ⥀ Poesia civile e Dopostoria nei libri di Andrea Mandolesi e Luca Ariano e Carmine De Falco

Sulla lettura di due libri che rinviano all’etichetta di “poesia civile”, ma che devono fare i conti con i limiti e le frizioni di questo specifico campo: Poesie della Dopostoria di Andrea Mandolesi (L’Arcolaio, 2024)I naufraganti di Luca Ariano e Carmine De Falco (Industria & Letteratura, 2025)

 

Nell’ambito di questa rubrica – che già da qualche anno si interessa delle forme assunte dal conflitto nella poesia italiana contemporanea – non ha ancora trovato grande spazio la cosiddetta “poesia civile”, che pure ha nutrito vasti dibattiti tra gli anni Zero e i primi anni Dieci. Questo, non per una qualche personale ritrosia di sorta verso l’etichetta o il campo poetico che essa può definire, ma per l’osservazione – sicuramente parziale, e già per questo assai discutibile – di una generale estenuazione nei comportamenti, nei discorsi, finanche nelle forme, degli approcci militanti che un decennio fa erano forse più chiari e riconoscibili.

Appare paradossale che ciò avvenga nella congiuntura storica – tra pandemie, guerre e genocidi – che più sembra esigere un rinnovamento della militanza; tuttavia, è pur vero che la dimensione politica della scrittura non si esaurisce nelle posture più frontalmente “civili” o “militanti”, quando ad esempio, come ha recentemente puntualizzato Antonio Francesco Perozzi in un longform sul suo Substack, le omotopie geopolitiche in atto inducono la parola letteraria, e poetica, a un “passo di lato” eterotopico. È probabile, anzi, che il campo poetico italiano si sta orientando da tempo proprio in questa direzione, rispetto alla formalizzazione del conflitto – decretando, cioè, la fine dei destini generali fortiniani in parallelo ai traumi bio – e geopolitici degli ultimi anni, in una sorta di singolarissima e sofisticata dichiarazione di impotenza.

Nessuna ironia o sarcasmo, su questo; d’altronde, non sembra esserci alcuna alternativa etica, politica o anche solo umana a un capitalismo sempre più TINA (there is no alternative, secondo lo slogan thatcheriano ormai da tempo inveratosi). O meglio, le alternative continuano ad esistere, ma sembrano non avere una presa ideologica determinante sul campo poetico o letterario, dove, per citare un intervento di Marco Giovenale del novembre 2024, su Gaza «il noi (di merda) degli intellettuali (di merda) non si è mica sentito, o – diciamo – si è sentito pochissimo (e) male. o meglio uno zero, per altri zeri, di fronte al noi invece energico tricolore bluette del roblox di parigi ’24».

Ecco, ciò che oggi può rientrare nella categoria di “poesia civile” o “critica militante” ha qualcosa a che vedere con il fascino, ma anche con i limiti, di quella determinata presa ideologica, ritagliandosi così una posizione di risicatissima minoranza nel panorama intellettuale e letterario contemporaneo – minoranza che, naturalmente, non si sovrappone affatto in modo pacifico e consolante alle alternative etiche e politiche di cui si faceva cenno in precedenza.
Non l’ha mai fatto, probabilmente, e oggi questo scarto produce nuove linee di tensione.

In questo contesto, che meriterebbe ben altro approfondimento, ritorno alla lettura di due libri che forse rinviano più facilmente all’etichetta di “poesia civile”, ma che devono infine fare i conti con i limiti e le frizioni di questo specifico campo: sono Poesie della Dopostoria di Andrea Mandolesi (L’Arcolaio, 2024) e I naufraganti di Luca Ariano e Carmine De Falco (Industria & Letteratura, 2025). Se per Mandolesi si tratta di un esordio, per Ariano e De Falco – già attivi all’epoca del dibattito sulla poesia civile già citato, presenti nell’antologia Pro/Testo (Fara, 2009) curata da Ariano e da Luca Paci, e co-autori de I resistenti (d’if, 2012) – si tratta di un ritorno e rielaborazione di trame già esplorate, ma questo non impedisce la tessitura di un discorso critico comune ai due, e forse ad altri, volumi.

Già dal titolo, infatti, Mandolesi colloca il proprio libro nella «Dopostoria» che è propria più di Pasolini che non della “fine della storia” di Fukuyama, mentre Ariano e De Falco si situano in un naufragio in corso: le dimensioni temporali non sono mai nettamente separabili, e nemmeno in questo caso, se si pensa, ad esempio, all’origine dell’espressione «Dopostoria» – al maschile, in quel caso – in 10 giugno 1962 di Pasolini. Poesia che è nota anche come Io sono una forza del Passato, da uno dei suoi versi più noti, e che con questo rievoca non tanto l’attaccamento alla tradizione che vi ravviserebbe una “critica di destra” sempre pronta all’appropriazione dell’opera di PPP – spesso a dispetto di una qualsiasi occorrenza autenticamente fondata – quanto piuttosto una riflessione dialettica realmente mobile tra passato, presente e futuro. Uno spostamento eterotopico, a proprio modo – anche quando, come si vedrà, i versi di questi autori offrono spesso spunti per un’opposizione più frontale.

Venendo allo specifico del libro di Mandolesi – che, da una rapida ricerca, pare sia stato generalmente trascurato dalle riviste online e dai lit-blog di poesia – i cinque testi lunghi che lo compongono (poemetti in versi liberi, principalmente, ma anche in terzina dantesca e quartine sciolte) esplorano vari temi, così censiti dal postfatore Paolo Andreoni: «le controffensive del potere che perseguita gli ultimi e dimenticati residui di umanità, la condizione dei senza fissa dimora, la devastazione ambientale, i cambiamenti climatici, la diffusione di droghe che garantiscono il diritto al lavoro e quindi il permesso di soggiorno, lo smantellamento dello stato sociale, il silenzio delle arche di Santa Croce [a Firenze], la non autosufficienza logica dell’anarchismo e il martirio di chi imbraccia le armi in sostegno dell’autodeterminazione delle minoranze» (p. 76). Per tutto questo, «non c’è più tempo», nella Dopostoria del titolo, ma ciò non impedisce, d’altra parte, l’esibizione di un labor limae, a livello formale, che infine si traduce in un andamento spesso aulicizzante e al tempo stesso consapevole delle contraddizioni, anche ideologiche, del proprio tentativo – come accade ad esempio, pur nella differenza di stile e forme, in Tempo stellare (Bertoni, 2023) di Luca Mozzachiodi. In Mandolesi, infatti, l’endecasillabo è spesso sforzato, anzi «svenato», come testimonia esplicitaente un tu quoque dal valore chiaramente metapoetico: «(tu pure, svenato endecasillabo, / nato all’epica, schiaccerai parole / nella cripta del palato / per sentir che n’esce)» (pp. 10-11). La forzatura è generale e riguarda anche l’impianto paratestuale delle note, che è lungo almeno tanto quanto il testo in poesia; si manifesta anche a livello microtestuale, con scelte che vanno da un uso talvolta stiracchiato dell’apocope, per ragioni metriche (ad esempio, «che credon difendere ogni diritto», p. 16) a vere e proprie torsioni espressionistiche della lingua, come, nelle pagine iniziali, con gli «xyla scersa di xylella» (p. 10), a rimescolare lingua greca e dialetto salentino, o anche questo passaggio a dir poco pirotecnico: «per le picche inflora l’aiglentino / glifo; sato- / rna l’albanella al rosignolo romba / babìa l’ali fra la forca», etc. (p. 22).

A tal proposito, Andreoni sottolinea a ragione il «plurilinguismo tanto raffinato quanto elitario» (p. 76) dell’autore, il quale, come si anticipava, pure se ne mostra consapevole, descrivendo, in chiusura, il proprio «umanesimo / d’accatto» (p. 28) – per quanto impegnato a diventare «gesto armato», come si chiosa immediatamente a seguire, «ché non conosco / altre armi fuor che quelle dell’intelligenza / per dare forma a un popolo, ordine al politico» (p. 28). Questo stesso velleitarismo è naturalmente da sgrossare, nella sua imposizione di forma e ordine, ma dà sicuramente conto di un testo intriso di reminiscenze canoniche – da Montale (il primo testo s’intitola Xenia) su su fino a Pascoli, del quale è ripresa paro paro «l’estate dei morti» (p. 22), passando per l’eredità scivolosa dell’«incendiario» Papini (p. 23) – ma che non disdegna di terminare con una clausola fulminante, sulle orme di Ho Chi Minh: «Anche i poeti imparino a lottare» (p. 29).

In questa chiusura, riacquistano potenza il verso e il progetto poetico di Mandolesi, nutrendosi non tanto dei «feroci istinti preelettorali» criticati in un altro passaggio (p. 16) o comunque di un’adesione ideologica precisa, quanto di una critica esplicita, anzi di un’invettiva, rivolta «ai poeti sotto padrone, ai critici che tengono bordone» (p. 27). Non si tratta di richiamare alla lettura di un vero Marx la poesia comunque engagée che si possa leggere oggi (p. 28) – critica che mi è capito di sentire agitata anche da circoli poetici di area destrorsa (nello stesso modo in cui si diceva delle appropriazioni di Pasolini, o di Gramsci) – ma di tutto un percorso poetico che trova il proprio acme in un commovente tributo alla memoria esemplare di Lorenzo Orsetti/Orso, che non trova effettivamente pari nella poesia contemporanea, e che si può leggere qui sotto.

Non nella Dopostoria ma nel naufragio si colloca invece, come si anticipava, la scrittura di Luca Ariano e Carmine De Falco. In particolare, con I naufraganti si delinea il momento dell’antitesi, e del negativo, in una possibile dialettica ternaria, e dunque in una possibile (ma al momento non confermata) pubblicazione trilogica, di un progetto di scrittura collaborativa inaugurato più di un decennio fa con I resistenti. Peraltro, l’esito sintetico non è affatto scontato, perché la “resistenza” invocata e convocata nel 2012 si confronta, dopo tredici anni di crisi, pandemie, guerre e genocidi tuttora in corso, con il «nuovo status» – anche per gli stessi autori, che così scrivono nella breve introduzione al libro – «di naufraganti in una terra di mezzo tempestosa, dove diventa anche difficile condividere opinioni ed idee, intravedere approdi» (p. 6).

Il posizionamento appare dunque di natura principalmente ideologica – rifuggendo, qui, l’uso deteriore del termine, o comunque restando nella condivisione, anche da parte di chi scrive, di un posizionamento politico che può essere comune – dove, soprattutto, le forme del nuovo libro di Ariano e De Falco ripercorrono quelle dei Resistenti, introducendo soltanto alcuni elementi di scarto, tuttavia molto rilevanti. Per chi conosce l’opera a firma individuale dei due autori, è infatti possibile rintracciare – anche in assenza di attribuzioni esplicite, nel volume – una certa soluzione di continuità tra la poesia di impianto narrativo, con i tanti personaggi di un possibile “romanzo in versi”, e al tempo stesso ricca di appigli alla lirica novecentesca, di Ariano e la scrittura plurilingue e stratificata, forse più mutante nelle forme e non soltanto per una più assidua formalizzazione della scrittura in blocchi di prosa, di Carmine De Falco – già ravvisata, da chi scrive, nelle Meduse di Dohrn del 2020. Soluzione di continuità che non esclude, peraltro, la mescidazione di stili e poetiche all’interno dei singoli lacerti  – di un testo, anche qui ,dalla veste poematica – e con esiti generalmente armonici; si tratta del resto di una formula collaudata, cui si aggiunge, nel caso dei Naufraganti, almeno un elemento di rilievo, sottolineato anche da Giuseppe Andrea Liberti nella sua postfazione: «Qualcuno ricorderà che i Resistenti si chiudevano con delle Sacche di resistenza che combinavano frammenti tratti dai testi di diversi compagni di strada, a riprova del riconoscimento di una comunità (non solo) letteraria capace di contrapporsi alla «decadenza socio-culturale» esercitando una poesia che fosse rivolta a un «agire collettivo e plurale» (cito dalla Nota al testo). Più che il riallestimento di versi altrui, si tratta ora di tradurre e riscrivere voci internazionali, come quelle di Ana Seferović o [di Zeina] Beck» (p. 63). Lo spazio di scrittura aperto dalla collaborazione dei due autori si apre di nuovo, ora con respiro internazionale, a una pluralità di voci: ciò ha particolari implicazioni etiche e politiche (non solo e non tanto tematiche, quanto di rispettosa accoglienza della scrittura, così come dell’esperienza dell’oppressione e della militanza altrui) già evidenziate – senza bisogno di ulteriori specifiche da parte di chi scrive – da un testo come quello di Zeina Beck, intitolato Gaza mothers soothe their kids.

Liberti scrive, a questo proposito, che «non tutto è perduto. Non ancora, almeno» (p. 63): non so se tale apertura della pagina e del campo poetico possa bastare, o non si limiti unicamente a segnalare la possibilità di una solidarietà, nel naufragio, che può arrivare fino alla pagina stampata – rendendola, in un modo ancora diverso, “eterotopica”, per usare la terminologia di Perozzi. Di certo, è anche su questa base che non «resteremo qui ad ammirare le gesta / d’un pasciuto godimento estetico / prima di altri armageddon che solo / frammenti destrutturati / ci rendono digesti nel macabro / deserto dell’immagine / che basta a se stessa» (p. 22). E naturalmente non basta opporsi al «deserto dell’immagine» con la parola poetica, né deplorare la preminenza dei «frammenti destrutturati» di un discorso, culturale e politico, di fronte a una totalità che si intende perduta: il discorso necessita di essere precisato, ampliato e approfondito, nonché praticato al di fuori dei limiti di questa pur doppia nota di lettura.

È, in fondo, un orizzonte al quale si appellano anche i libri di Mandolesi e di Ariano e De Falco, nel momento in cui rivolgono lo sguardo al campo poetico, ora nelle forme dell’invettiva ora in quelle della solidarietà e della pluralità di voci: nella Dopostoria, nel naufragio, occorre confrontarsi con quello che c’è – con tutto quello che c’è, anche nelle più recenti riproposizioni di una “poesia civile” data forse troppo presto per morta – per scriverne, per scrivere.

 

 

(da: A. Mandolesi, Poesie della Dopostoria)

 

[…]

Scroscian nel nulla rumori impietrati
di volo veloce che screpola rotto
come passare di stracci imperlati –
ombre allungate in fondo al cappotto
ricacciano al mondo da un sogno di febbri
dove qualcosa dilegua ormai smorto
…………………………
a volersi fingere, a voler sentire
se ancora si slarghi
il cuore a pronunciarsi
«rincaso», nell’odore più fiero del lavoro
per cui la vita è conosciuta, ed è
come che viene; camminando lemme
lemme il viale che non imbruna sotto
vescicole di luce, mentre dal fondo
di Santa Croce si maggiora l’abuso edilizio
dell’ex Inpdap (e muore, qui, la lingua
nell’inciampo dell’acronimo).

[…]

Ti spazi come in un volo
di grifone, fra estremi baluardi
patrizi che puntellano le mura.
Sprofondato in budello di lugubre,
imperiale travertino che i fiati elettrici
rabbuia, buttato come un confinato
in muta colombaia di partigiani, balugini
d’ottone in nido intrecciato da bandiere
dell’Ypg, smunte nell’apnea di luce, a ricordare
l’ardore in cui fu la vita realmente vissuta,
non l’ingenuo rifarla in versi od altra
arte (fine pratico o teoretico, oggi
non fa nessuna differenza, ma solo capendo
il suo posto nel mondo potrà essere
nel mondo), tu
crudo sorriso tempestato nella polvere
d’altri popoli, giunto – da un’Italia
dissociata nelle sue auto narrazioni,
nei perduti miti di Stato-nazione
in cui s’illude d’essere indispensabile
al mondo, e solo mostra in ogni ridicolo atto
di reazione e progressismo
il suo inconscio di suddita mai riscattata
da un qualunque risorgimento – ai confini
degli imperi, ubi sunt leones, per scoprire
la Storia che ancora si svolge, per poetare
alla vita una possibile realtà nella parola
di cui ci si innamori nuovamente

[…]

 

 

(da: L. Ariano, C. De Falco, I naufraganti)

 

[…]

folclore è quel che resta alla fine della neve. 

Il club Andino Boliviano 1939 rimbalza la casetta sgangherata che gli si staglia su un lato. Uno stretto tetto spiovente di tegole marroncine delimita doghe di legno bianco e rosso, sfondo di una grande scritta Coca-Cola traballante. Appoggiata su pietre scure smottate con rigore, si affaccia a terrazza sulla valle brulla e puntellata di piccole pozze d’acqua che riflettono un cielo grigio andino.

5000 metri per non respirare. la montagna che c’è. vecchie paia di sci dal taglio superato e maglioni natalizi occidentali. sci troppo lunghi e squadrati. Alta quota di dolore dopo qualche giorno. dove neve non c’è. Natali anni ‘80. il vecchio guardiano ci arriva una volta per mese. Gambe troppo corte per sci troppo larghi. non tagliano la neve già più. qualche giorno almeno per imparare a respirare il cervello. ma la neve non c’è. adattarsi all’altimetria, masticare foglia di coca, mischiare l’impasto alla polvere. bere mate, fumare, lungo rituale sciare, sulla neve non c’è delle Ande.

avamposto della nostalgia e di neve non c’è.

[…]

Proviamo ad elevare a generazionale questi fallimenti personali
incolpiamo le sovrastrutture per l’inquietudine
che ci affonda, alla crisi per il nostro non riuscire.
Ma non è forse questa amarezza
destino da sempre di menti più giuste, profonde?
Sarà perché siamo stati allevati da maestri riconciliati col mondo
dalle comodità dei new deal, dai nuovi corsi
che hanno al centro l’elettrodomestico,
addomesticazione dei bisogni subito prima
dell’elettrificazione delle voglie. Ora che siamo
terminali malati di smartphone, genitori
di fono-suono intelligente che si autoalimenta,
autonomamente dato, e si diffonde
con aridi mash up di contenuti, ridotto tutto
a sequenza di zeri e di uno. Di acceso e di spento,
di luce e di buio. Questa luce e buio che batte la mente
e resta poco a noi. Ignoranti annoiati.
Di questo gioco fuori luogo di casate e perdite di tempo

[…]

Sonetto contagiato 

Il virus che va e viene per la gola
non si farà trafiggere dall’Oki
che passa dritto dentro nello stoma
Scatena muchi, espande dentro i bronchi.

Contrattosi nel paracetamolo
il fiato indebolito non ispira.
Ed esce molto più rapidamente,
in tondo sulla bombola d’ossigeno.

Fattori che s’uniscono nefasti
screzian giunture, i tremolii reumatici.
Il dazio che immunizza il tuo sistema,

finché le cellule memoria avranno.
È quando ci scordiamo della storia
che siamo condannati ad ogni aggravio.

 


Forme del conflitto sono già state rintracciate in:

Noi di Alessandro Broggi

Sogni e risvegli di Fabrizio Bajec

Il divieto di accorgersi di Elisa Donzelli (documento apparso su Le Parole e Le Cose)

Movimento e stasi di Massimo Palma

Anatema di Rosaria Lo Russo

Il mare a Pietralata di Claudio Orlandi

Nella spirale (Stagioni di una catastrofe) di Gianluca D’Andrea

Pietra da taglio di Anna Franceschini e Lacrime di Babirussa di Riccardo Innocenti

Waves di Vincenzo Bagnoli e Eleanor di Alessandra Cava

Per far vivere altro cadiamo di Marco Carretta (scritto di Matteo Cristiano)

Lottare per le idee di Giuseppe Muraca

Togliattə di Mariano Correnti e Liricologismo di Marzia D’Amico

Non sappiamo come continuare di Demetrio Marra

di Alessandro Broggi

Ipotesi sul mio disfacimento di Bernardo Pacini e Fracking di Alessio Verdone

Avrei voluto da giovane solo vivere di Nadia Agustoni

Istruzioni politico-morali, Poesie per giovani adulti, Tre movimenti e una stasi di Michele Zaffarano