Forme del conflitto ⥀ “Poesia come violenza” di Zachary Schomburg
Collocandosi tra il personal essay e il trattatello di poetica, Poesia come violenza di Zachary Schomburg (Italo Svevo, 2026) rappresenta un posizionamento culturale e autoriale piuttosto netto, nel dibattito contemporaneo, per il curatore e autore del paratesto, Giuseppe Nibali, e per il traduttore, Bernardo Pacini
Accade raramente, nell’editoria generalista e non accademica, che venga pubblicato un testo basato su un’operazione traduttiva composita – un saggio più una breve selezione di poesie, in questo caso – eppure dotato di un apparato paratestuale che, risultando ben più lungo e nutrito, può infine dar conto del gesto intellettuale alla base della pubblicazione. Ciò destabilizza intimamente i parametri materiali della traduzione – conferendole maggior valore, anziché sottrarglielo, come potrebbe superficialmente apparire – come mi era stato personalmente suggerito, anni fa, da un amico autore e critico in merito alla pubblicazione dei Sonetti teologici di Agustín García Calvo (L’Arcolaio, 2019). In quel caso, si trattava di un libretto composto da due soli testi tradotti, un’introduzione e infine la trascrizione di un dialogo tra l’autore e altri due autori spagnoli – David Eloy Rodríguez e Laura Casielles – che faceva risaltare il profilo di García Calvo come quello di un filologo e filosofo spagnolo di orientamento anarchico, oppositore del franchismo, di per sé squisitamente inattuale.
In questo caso, invece, collocandosi tra il personal essay e il trattatello di poetica, Poesia come violenza di Zachary Schomburg (Italo Svevo, 2026) rappresenta anche un posizionamento culturale e autoriale piuttosto netto, nel dibattito contemporaneo, per il curatore e autore del paratesto, Giuseppe Nibali, e per il traduttore, Bernardo Pacini. Quest’ultimo, ad esempio, termina la propria nota alla traduzione ricordando come la lettura delle poesie di Schomburg, tradotte una prima volta da Marco Simonelli per Nazione Indiana, sia stata per lui «una rivoluzione: quel testo ebbe la forza di illuminare ogni mio tentativo di scrittura poetica negli ultimi anni, gettandomi in una crisi determinante che tuttora continua a interrogarmi» (p. 122). Anche per Nibali, Schomburg «rivela qualcosa di importante sul nostro tempo e sulle sue derive estetiche, che sempre di più hanno a che fare con la violenza, pur se declinata, da autore ad autore, da medium a medium, in forme diverse» (p. 51) – affermazione che apre il suo lungo saggio in chiave di postfazione, dove alcuni caveat di questa frase vanno via via sfumando a favore di una sostanziale identificazione con le tesi di Poesia come violenza.
Ora, al di là delle rispondenze dirette per i due autori italiani, di per sé già parecchio interessanti, il paradigma della violenza appare come intrinsecamente diverso da quello del conflitto cui è intitolata questa rubrica; lo chiarisce lo stesso Schomburg in uno degli ultimi affondi del suo testo: «Chiunque ti abbia detto che la poesia è un conflitto tra due cose è un bugiardo. Chiunque te l’abbia detto, dice stronzate: è un poeta» (p. 27). Il “conflitto tra due cose” cui si fa riferimento era già stato introdotto in precedenza come conflitto “tra linguaggio e logica” – restando sempre, in qualche modo, interno al logos – cui ci si sottrae, infine, quasi trovando un momentaneo e consolante rifugio, nell’ambito della “poesia come violenza”; si finisce anche per contemplare con una certa, paradossale tenerezza il posizionamento, a propria volta paradossale, di chi scrive poesia: nelle parole di Nibali – dotate di una icasticità che si può leggere in chiave non soltanto critica, ma anche (e senz’alcun giudizio, in questo) mistica – chi scrive poesia «dice il vero» e «lo fa esponendosi alla menzogna e alla verità all’interno dello stesso gesto» (p. 96).
Con questo, non si tratta soltanto di segnalare l’ambivalenza epistemologica che è innegabilmente costitutiva della poiesis, ma, nell’ambito specifico del saggio di Schomburg, di scrivere «assecondando e negando al medesimo tempo la pornografia della violenza» (p. 119). A proposito di queste parole di Nibali, sembra che filtri qualcosa della Susan Sontag di Davanti al dolore degli altri (2003), ma con una torsione verso quell’ambivalenza della corresponsabilità che un tempo si sarebbe forse detta “borghese” e che oggi appare come necessario risvolto, etico più che politico, della convivenza con le politiche identitarie più chiaramente assertive. Se ne può leggere forse un esempio determinante nel recente La realidad di Neige Sinno, del 2025, uscito in italiano per Neri Pozza, testo di cui uno dei moventi fondamentali sembra essere il rapporto con l’alterità – sic – del Chiapas zapatista; quanto alla poesia italiana, il riferimento non può che essere alla Pura superficie (Donzelli, 2017) di Guido Mazzoni – «È un video orribile, è un video molto bello» (Mazzoni 2017, p. 49), cita, molto puntualmente Nibali – non a caso citata da Nibali insieme a una schiera di altri nomi di autori contemporanei più o meno aderenti alla sua tesi (Anedda, Benedetti, Ceni, Di Dio, Brancati, etc.).
Al di là di questo giudizio di fondo, sul quale è certamente possibile un ampio dissenso, ciò lascia trasparire un problema di finalità che la scrittura di Schomburg pone e a un tempo occulta: si tratta di riaprire continuamente la fente, la ferita, della scrittura lirica? Oppure il fatto di porsi nella prospettiva della “poesia come violenza” serve a creare, come nella lettura di Lautréamont secondo Nibali, una «iperbole del male che possa farsi come strumento di catarsi» (p. 95) e a desiderare, come rimedio, il bene? Dove si mostra «tanto il corpo della vittima quanto quello del violento» (p. 118) – assecondando e al tempo stesso negando, come si diceva in precedenza, una medesima estetica pornografica – è possibile pervenire a una nuova lingua dotata, per di più, di una «grammatica antieconomica, non allineata alla lingua del capitale e quindi antigiornalistica e antipubblicitaria» (p. 119)?
In assenza – com’era in fondo prevedibile – di una risposta ben definita sul piano dell’orientamento teleologico, è certamente condivisibile il fatto che la poesia di oggi «non [abbia] come oggetto il cittadino, l’impiegato, il soldato, ma l’animale umano» (p. 51), ma ciò non elimina dall’orizzonte né la cittadinanza (in senso politico, com’è intesa anche da Nibali), né il lavoro, né quella dimensione della violenza bellica che – come si vede nel nostro immediato presente – tende a fagocitare anche le altre dimensioni qui citate. In questo senso, ragionare in termini di un approccio – rappresentazionale o meno che sia – al corpo della “vittima” e del “violento” significa, con ogni probabilità, oscurare il binomio cui si è fatto riferimento, fino a qualche decennio fa, come “parte degli oppressori” e “parte degli oppressi”. Non si tratta soltanto di un allontanamento posizionale da un ambito più o meno marxista, o marxisant, né di una pura e semplice depoliticizzazione; come emerge dalle parole dello stesso Schomburg a proposito di I had a man di Dorothea Lasky – «non sta parlando della propria voce, la voce delle donne o della poesia, ma sta parlando della voce dell’uomo al suo soggetto» (p. 22, corsivi aggiunti) – il fatto di identificare la violenza come assoluta, senza aggettivi o ulteriori qualificazioni (in questo caso: violenza patriarcale, ma potrebbe anche essere: violenza etnica, violenza della repressione, violenza rivoluzionaria, etc.), istituisce una forma di sublime che non può essere altro che ideologica, nella misura in cui si enfatizza una dinamica essenzialmente emotiva di distanza/empatia (tra la “voce dell’uomo” e il suo “soggetto”) ma non se ne esplicita la specifica presa materiale e storica.
Per usare la nota espressione benjaminiana, in Schomburg sembra mancare una vera e propria critica della violenza; su questo punto, si muove con maggiore accortezza Nibali, che non manca di cogliere una vicinanza «paradossale» proprio tra Benjamin e il René Girard della Violenza e il sacro (inevitabilmente più congeniale del filosofo berlinese, rispetto alla sua argomentazione): «entrambi vedono nella crisi della legittimazione della violenza il tratto distintivo della modernità, ma mentre Benjamin spera in una rottura, Girard descrive un’esposizione crescente della violenza alla propria nudità» (p. 85). Un punto di contatto certamente possibile e assai fondato, ma che non può mancare di interrogare chi legge su due prospettive tanto diverse in merito alle questioni, sempre dirimenti, della modernità; se la questione ricade inevitabilmente fuori dai limiti di spazio del saggio di Nibali, così come di questa recensione, sembra però opportuno convocare un’altra lettura ancora che resta al margine dalla postfazione del libro e che viene invece chiamata in causa da Luigi Riccio, nella sua eccellente lettura del libro di Schomburg per Inverso. Si tratta della violenza connessa alla presa di parola, nel senso del magistrale saggio di Michel De Certeau sul Sessantotto:
Certo la presa della parola ha la forma di un rifiuto. È protesta. Come vedremo, la sua fragilità è quella di esprimersi solo contestando, di testimoniare solo per via negativa. Forse è, parimenti, la sua grandezza. Ma in realtà essa consiste nel dire: “Io non sono una cosa”. La violenza è il gesto di chi ricusa qualsiasi identificazione: “Io esisto”. (La presa della parola e altri scritti politici, Meltemi, 2007, p. 37).
Che sia la pubblicazione di un libro (che impone sempre «un patto bdsm con il lettore», come sostengono Riccio e Mikel Marini, in un altro contributo, sempre per Inverso, perché «[un libro mi domina] anche solo perché mi tiene fermo lì per un po’») o, al contrario, una presa di parola che contesta la Poesia, come sul palco di Castelporziano nel 1979, la presa di parola è ancora tra le questioni politiche più importanti per chi intenda affrontare un foglio bianco o un microfono, risultando, appunto, intrinsecamente connessa alla violenza con la quale si ricusa una determinata identificazione, per dire: “Io esisto”. D’altra parte, però, la critica di De Certeau riguarda un
fenomeno duplice e diviso […]: per un verso prolunga il gesto politico costituente delle assemblee rivoluzionarie moderne, per un altro annuncia un individualismo politico di tipo nuovo, tutto interno al capitalismo perché nato dai quantitativi di soggettività che il benessere e la scolarizzazione di massa hanno distribuito, nel dopoguerra, a persone prive, fino a quel momento, dei mezzi necessari per prendere la parola come individui. I decenni successivi affosseranno il legame con le assemblee rivoluzionarie e tireranno fuori il lato inappartenente e narcisistico che era implicito nella rivendicazione di autonomia.
Come ne scriveva Mazzoni in questo testo, poi confluito nel suo libro I destini generali (Laterza, 2015).
Quella «rivendicazione di autonomia», in ogni caso, si radica nel rifiuto di una società autoritaria – o «dell’esclusione», nella formulazione originaria di De Certeau – che fondava la propria legittimità sull’espulsione generalizzata di individui e gruppi dai circuiti del potere e del sapere (e, dunque, dalla presa di parola stessa). È così che la duplicità del fenomeno, nella lettura di De Certeau e poi di Mazzoni, ricade sulla violenza stessa, evidenziandone una volta di più la qualità «espressiva», ma anche il carattere di mancata articolazione politica – come scrive Davide Lampugnani in un recente articolo (2024):
Di fronte alla perdita di credibilità delle autorità, la violenza rappresenta una forma estrema – seppur effimera – di rivendicazione di tipo «espressivo» (De Certeau 2007, p. 81): come se fosse un segno o, ancora più significativamente, un «lapsus» all’interno di un tessuto politico, economico, culturale e religioso, al tempo stesso, sempre più saturo e sempre più vuoto. Difatti, né l’espulsione di individui e gruppi, né l’esplodere della violenza, sembrano essere in grado di affrontare la vera grande questione dischiusasi alle soglie della società tardo moderno: quella dell’autorità.
È su tale questione che si incardina una possibile lettura “complementare” – o meglio: non antagonistica, bensì dialettica – dell’importante saggio di Schomburg, che molto utilmente Nibali e Pacini ci offrono alla lettura: ricordando come lo Zeitgeist non sia solo nella Pura superficie e nella tradizione (epigonica o critica) che questo libro di poesia ha inaugurato nell’ultimo decennio poetico italiano, ma anche, e da ormai molti decenni a questa parte, nel dibattito che deriva da Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975) di Pasolini.
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(da: Z. Schomburg, Poesia come violenza)
Poesia come violenza
[…]
Il padre di James Tate morì in azione durante la Seconda guerra mondiale, più o meno nello stesso momento in cui sua madre lo stava mettendo al mondo. In Il pilota scomparso, di fronte alla perdita, alla solitudine e alla ricerca di un’identità. James Tate mutila i volti dei vivi. Che marciscono. Sono polenta gialla. Il suo dolore è bellezza. Nei primi dieci minuti del film La montagna sacra (1973) di Alejandro Jodorowsky, una fila di uomini giace supina, con le mani legate davanti a sé, e viene fucilata da un plotone di esecuzione. Invece del sangue, dai fori che si sono aperti nel loro petto escono uccelli in volo. In Murakami a volte cadono cose strane dal cielo. Penso a Magnolia, le rane che si schiantano sul parabrezza nel finale. E penso a Magritte e a quegli uomini eleganti con la bombetta in testa. Ma che dire della neve? O della pioggia? Sono le più strane di tutte.
[…]
L’ora del mostro
Durante L’ora del mostro, c’era questo mostro che usciva in scena e cercava di uccidere tutti gli spettatori. Nessuno se lo aspettava, nemmeno i produttori, ai quali il mostro aveva riferito che avrebbero suonato qualche pezzo blues al pianoforte. Dopo ogni spettacolo, il mostro si scusava e chiedeva un’altra opportunità. Penso che stavolta racconterò qualche barzelletta, diceva. Ma puntualmente veniva meno alla parola data e cercava di uccidere tutti. Alla fine i produttori lo sostituirono con un gorilla vestito da uomo che usciva in scena e suonava un Wurlitzer, ma non cambiarono mai il nome dello spettacolo. Era sempre L’ora del mostro. Non credo che allora qualcuno avesse capito cosa fosse davvero un mostro.
(da The Man Suit)
Forme del conflitto sono già state rintracciate in:
Sogni e risvegli di Fabrizio Bajec
Il divieto di accorgersi di Elisa Donzelli (documento apparso su Le Parole e Le Cose)
Movimento e stasi di Massimo Palma
Il mare a Pietralata di Claudio Orlandi
Nella spirale (Stagioni di una catastrofe) di Gianluca D’Andrea
Pietra da taglio di Anna Franceschini e Lacrime di Babirussa di Riccardo Innocenti
Waves di Vincenzo Bagnoli e Eleanor di Alessandra Cava
Per far vivere altro cadiamo di Marco Carretta (scritto di Matteo Cristiano)
Lottare per le idee di Giuseppe Muraca
Togliattə di Mariano Correnti e Liricologismo di Marzia D’Amico
Non sappiamo come continuare di Demetrio Marra
Ipotesi sul mio disfacimento di Bernardo Pacini e Fracking di Alessio Verdone
Avrei voluto da giovane solo vivere di Nadia Agustoni
Poesie della Dopostoria di Andrea Mandolesi e I naufraganti di Luca Ariano e Carmine De Falco
Lorenzo Mari
Lorenzo Mari vive e lavora a Bologna. Ha pubblicato alcuni libri di poesia, tra i quali gli ultimi sono Querencia (Oèdipus, 2019) e la plaquette Tarsia/Coro (Zacinto, 2021). In prosa, ha pubblicato il racconto Via Mascarella alta e bassa (autoproduzioni Modo Infoshop, 2019) e ha ottenuto il XXXV Premio Teramo Giovani - Giacomo Debenedetti per il racconto Un percorso sicuro.
Traduce dallo spagnolo (Agustín García Calvo, Sonetti teologici, L'Arcolaio, 2019; César Vallejo, Trilce, Argolibri 2021) e dall'inglese (David Keenan, Memorial Device, Double Nickels, 2020, insieme a Matteo Camporesi).
Ha curato l'edizione italiana di ZURITA. Quattro poemi del poeta cileno Raúl Zurita (Valigie Rosse, 2020), nella traduzione di Alberto Masala.
Collabora con varie riviste online (Pulp Libri, Fata Morgana Web e Jacobin Italia).

