Forme del conflitto ⥀ “Tanka per le quattro stagioni” di Fabrizio Bajec

Sull’ultimo libro di poesia di Fabrizio Bajec, Tanka per le quattro stagioni (Vydia, 2025), frutto di una pratica di meditazione che occupa quasi tutto il campo della scrittura poetica, senza per questo rinunciare a squarci di vita activa

 

L’ultimo libro di poesia di Fabrizio Bajec – “ultimo” non solo in ordine di tempo, ma anche nelle intenzioni testamentarie, più volte dichiarate, dell’autore – propone una serie di Tanka per le quattro stagioni (Vydia, 2025), con un accenno, quindi, alla ciclicità del tempo che non può che rimandare, nel nostro caso, anche all’esordio di questa sezione/costellazione, iniziata ormai quattro anni fa con una lettura di Sogni e risvegli (Amos, 2021), dello stesso Bajec. Questo, però, sia detto non soltanto per l’occasione personale, ma anche perché quel libro, come cercavo di annotare all’epoca, si situava non tanto sulla soglia tra visione diurna e notturna del mondo quanto sul margine tra vita attiva e vita contemplativa; allo stesso modo, i Tanka per le quattro stagioni sono frutto di una pratica di meditazione che amplia il suo campo e arriva quasi a occupare tutto quello della scrittura poetica, senza per questo rinunciare a squarci di vita activa.

Bajec, in effetti, suggerisce in questo libro una via ancora diversa rispetto a quella percorsa in Sogni e risvegli e ad altri testi che pongono questioni, almeno in via generalissima, analoghe, come gli ultimi libri di Alessandro Broggi (affrontati qui e qui) oppure, risalendo indietro nel tempo, la produzione più chiaramente influenzata dalle pratiche buddhiste di Giulia Niccolai. Rimane chiaro, piuttosto, il riferimento – ripreso anche da Fabio Pusterla nella sua introduzione al libro (p. 12) – agli Haiku for a Season (Mondadori, 2019, ma risalenti al 1984) di Zanzotto, qui rielaborati in tanka e non per una stagione, ma per quattro). Più che una questione letteraria in senso stretto, sembra utile, in questo contesto, interrogare il testo di Bajec alla luce del conflitto che il côté più conciliante, almeno in apparenza, delle pratiche di meditazione potrebbe mettere in dubbio, con risultati che spaziano dalle eventualità più innocue (come di fatto accade in una parte, minoritaria, della produzione dell’ultima Niccolai) alla (ri)descrizione di mondo, tramite uno specifico lavoro sulle istanze di enunciazione, in Broggi.

Pur rifacendosi in esergo a un detto, in questo senso molto chiaro, del maestro Nāgārjuna – «Benedetta sia la pacificazione di ogni forma di attaccamento e proliferazione di parole e cose» – la declinazione di Bajec sembra in ogni caso collimare con la descrizione fornita da Gabriel Del Sarto nell’introduzione a una sua conversazione con l’autore apparsa su Nuova ciminiera: «Compare quindi una triade non pacifica: poesia (anzi, scrittura)-azione-contemplazione, che se da un lato incrina alcune certezze, o quantomeno degli assunti, precedenti, dall’altro apre a possibili e inedite forme di resistenza al realismo capitalista».

Leggendo tra le righe dell’introduzione di Pusterla, si può intuire come l’apertura sia data, innanzitutto, dallo stesso protocollo formale dei tanka, basato su una sorta di «rovesciamento delle aspettative, tra i tre versi iniziali e il distico conclusivo» (p. 9); ciò detto, le “forme di resistenza” esplorate da Bajec si estendono anche al piano tematico-ideologico e, talvolta, metapoetico. Si veda, a questo proposito, un testo che condensa tutti questi livelli, uscendo anche da una relazione formale stretta con la misura dei tanka: «è la resa totale / il popolo inquieto sceglie i ristoranti / e tralascia la lettura / tale scostamento di bilancio / massacra l’editoria minore (non la poesia) / perché in guerra nessuno / mangia a sazietà» (p. 63).

Ancora più diretto sembra, almeno superficialmente, l’attacco alla lirica di uno dei testi conclusivi, dove viene definita «troia dell’intelletto» (p. 84). Non sfugge, tuttavia, l’ancoraggio nel canone poetico italiano garantito, per ironico rovesciamento, dal registro triviale: «E tu guardi il sacrilego angelo biondo / Che non t’ama e non ami e che soffre / Di te e che stanco ti bacia» (Dino Campana, A una troia dagli occhi ferrigni). La poesia è, per Bajec, ormai una prostituta «che non t’ama e non ami», ma che bacia stancamente – forse, in questo libro, per l’ultima volta?

Probabilmente sì, visto che lo «scostamento di bilancio» del testo citato in precedenza «massacra l’editoria minore» e poi, con clausola dai toni significativamente ambivalenti, «(non la poesia)». In ogni caso, davanti alla sua prostituzione (che sembra additata non tanto in termini moralistici, quanto materiali e forse anche ontologici), la scrittura in versi è stata sopravanzata dalla prosa, nell’opera di Bajec – autore, negli ultimi anni, di almeno due volumi di prosa in lingua francese: Le Moine et l’Enfant. Dialogues Zen avec ma fille (Synchronique Éditions, 2024) e Le point zéro. Un zen radical (Accarias, 2024) – e soprattutto, come si intuisce anche leggendo questi ultimi titoli, da una pratica della meditazione che riconfigura l’intero approccio esistenziale, intellettuale e artistico.

Anche tale pratica, in ogni caso, non è priva di durezze, nella forma dell’autocritica – «mentre fai le uova / (i tuoi versi giapponesi) / altri ingoiano l’orrore» (p. 41) – forse dovuta al senso dell’autodisciplina connaturato alla pratica stessa. Pratica che non manca di individuare i propri maestri, benché in modo diverso (e intrigante, quanto a comparazione), dalle dinamiche proprie dal campo letterario (dove la marca di genere del maestro ha varie implicazioni culturali e politiche, peraltro). «[P]are /che il maestro divenne / la luna piena» (p. 48): trasformazione quasi mistica – ma senza misticismo d’accatto, come potrebbe accadere nella succitata “lirica” – del maestro che non ne esclude la caduta, come esperienza della fragilità umana: «in ospedale il maestro finì a terra / schiaffo sull’acqua immota / fracasso di cimbali in un tempio greco» (p. 61). Anche in morte, in ogni caso, il maestro non cessa di indicare la differenza tra la propria figura e condotta e quella di chi scrive (sempre in chiave autocritica per lo stesso Bajec, rispetto alla volontà testamentaria di questo libro): «il cadavere sorrise a quella bravata / senz’altra forma di testamento» (p. 61).

Con il “rovesciamento” delle forme del tanka individuata da Pusterla ma anche in altre forme, l’autocritica accede occasionalmente, ma significativamente, anche al livello politico: un accenno di ironia rispetto al disimpegno – «Alain legge i nostri flyer / ne approva e dimentica / il senso quando è in vacanza» (p. 21) – si unisce alle note aspre della critica al velleitarismo ideologico – «e il tuo sogno / di salvare il mondo ti bagna» (p. 46). In medio stat virtus? Non proprio, se si guarda ad esempio a un testo, dedicato al maestro zen Bernard Senryû Deverrière, che parte da una premessa simile alla meditazione sul vuoto – «se il cielo è vuoto / c’è spazio per tutti» (p. 53) – per terminare con una sorta di ascensione, che è anche un assalto al cielo, mancante, tuttavia, di ogni «speranza» (e quindi, si potrebbe aggiungere, anche di ogni volontà di potenza).

Sembra, dunque, che non sia più del tutto calzante l’annotazione di Antonella Anedda rispetto alle prime pubblicazioni di Bajec come costellate di «immagini sghembe» (p. 9); allo stesso modo, appare solo parzialmente valida la categoria di sous-réalisme evocata da Pusterla per sottolineare il rapporto di Bajec con Eugène Guillevic (1907-97), poeta francese perlopiù ignoto, o comunque non tradotto, in Italia, cui è inoltre dedicato uno dei tanka del libro. Emerge invece l’integralità – non di certo l’integralismo – di un percorso che è insieme esistenziale, culturale e politico, dove le pratiche di meditazione in parte procedono insieme, in parte informano, se non anche sovradeterminano, l’esperienza politica.

Ciò si rende manifesto in modo definitivo, almeno per il presente libro, con i testi conclusivi, dove la violenza che permea certo registro basso o scatologico, occasionalmente usato dall’autore nella sua generale asprezza di toni, si vede riflessa e superata da una violenza che tende a cancellare tutto: «tutto cancellato / eppure ancora presente / a disposizione» (p. 77). Come non vedere in quest’ultima citazione anche un movimento dialettico, anche inteso in modo assai tradizionale, che risuona con un testo dai toni parmenidei e insieme post-parmenidei come l’ultimo: «esistenza e non- / esistenza volteggiano / ancora abbracciate» (p. 89)?

 

 

Primavera

come un palo piantato
su una barca l’uomo
in mezzo al lago
veglia sulla fauna
ma è solo un fantoccio

 

 

(Orléans, cortile dell’Hôtel Groslot)

un albero cinese
sotto l’acqua
.                         un bimbo ripete
«tutti insieme dai!»
protesta no vax
ridotta
            matrimonio in corso

 

 

(a Bernard Senryû Deverrière)

se il cielo è vuoto
c’è spazio per tutti
venite a verificare
nessuna speranza
da coltivare ma salite

 

 

tutto cancellato
eppure ancora presente
a disposizione

 

 

(immagini salvate)

la pianta di bacche
nell’umido cortile
del sanatorio

 


Forme del conflitto sono già state rintracciate in:

Noi di Alessandro Broggi

Sogni e risvegli di Fabrizio Bajec

Il divieto di accorgersi di Elisa Donzelli (documento apparso su Le Parole e Le Cose)

Movimento e stasi di Massimo Palma

Anatema di Rosaria Lo Russo

Il mare a Pietralata di Claudio Orlandi

Nella spirale (Stagioni di una catastrofe) di Gianluca D’Andrea

Pietra da taglio di Anna Franceschini e Lacrime di Babirussa di Riccardo Innocenti

Waves di Vincenzo Bagnoli e Eleanor di Alessandra Cava

Per far vivere altro cadiamo di Marco Carretta (scritto di Matteo Cristiano)

Lottare per le idee di Giuseppe Muraca

Togliattə di Mariano Correnti e Liricologismo di Marzia D’Amico

Non sappiamo come continuare di Demetrio Marra

di Alessandro Broggi

Ipotesi sul mio disfacimento di Bernardo Pacini e Fracking di Alessio Verdone

Avrei voluto da giovane solo vivere di Nadia Agustoni

Istruzioni politico-morali, Poesie per giovani adulti, Tre movimenti e una stasi di Michele Zaffarano

Poesie della Dopostoria di Andrea Mandolesi e I naufraganti di Luca Ariano e Carmine De Falco