Il cinema iraniano ha rappresentato spesso una soluzione di discontinuità culturale nei confronti delle gerarchie politiche e istituzionali, sempre puntuali nella censura e nel perseguimento di obiettivi autoritari, nemiche assolute di qualsivoglia forma di pluralismo di idee e pensiero. Questa dinamica si è radicata e consolidata nei vari regimi che si sono succeduti, anche prima della rivoluzione komeinista che oggi ha attratto attenzione e curiosità per la sua indiscutibile propulsione a un sistema di valori antioccidentali e liberali. Forugh Farrokhzad, negli anni ’60 in pieno regime pahlavi, rimane protagonista assoluta e icona di un’intera generazione, con la sua produzione poetica fortemente evocativa e la passione anticonformista nei confronti di regole mai accettate e riconosciute dalla austera cultura iraniana del suo tempo e anche di quello attuale. Farrokhzad, nella sua vivacità espressiva e intellettuale, aveva spostato spesso la sua attenzione verso il cinema, un linguaggio di impatto che rispondeva facilmente al suo istinto critico verso l’ingiustizia e la diseguaglianza.

L’incontro con Ebrahim Golestan, regista e produttore di film negli anni ’60, emigrato in Gran Bretagna in una sorta di volontario esilio, decretò la filiazione di un cortometraggio molto interessante e unico nel suo genere: Khaneh siah ast, La casa è nera, che appunto egli produsse per la regia di Farrokhzad. L’opera fu presentata al festival di Oberhausen dove raccolse giudizi entusiastici, anche dell’allora influente regista, sceneggiatore, produttore cinematografico e fotografo francese Chris Marker, nome d’arte di Christian François Bouche-Villeneuve, personaggio misterioso e poliedrico, laureatosi in filosofia alla facoltà dove insegnava Sartre e protagonista della Resistenza, poi impiegato presso l’UNESCO e regista egli stesso di film di grande successo. In realtà, la poetessa è determinata a lavorare alla realizzazione di film e cortometraggi, ma la sua tragica fine interrompe questa ferma volontà, così che possiamo essere spettatori solo di qualche sporadico lavoro come attrice e uno solo come regista. Dal sodalizio amoroso con Golestan, che la accompagnerà fino alla morte, nasce il documentario Un fuoco, del 1959, dove lei si occupa anche del montaggio; questo lavoro ha come sfondo il deserto iranico durante l’incendio di un pozzo petrolifero. Un anno dopo, recita come attrice nel film Il rito del matrimonio in Iran, girato per l’Associazione Nazionale del Film del Canada. Nel 1961, collabora con vari personaggi del cinema iraniano e realizza alcuni documentari commerciali per la casa editrice Keyhan, e per una industria petrolifera e di combustibili  Pars. Collabora alla realizzazione della colonna sonora per il lungometraggio: Onda, corallo e roccia; nel 1962, recita nel film Il mare, mai portato a termine, tratto dal racconto Perché il mare era in burrasca?, opera dello scrittore Sadeq Chubak, scomparso nel 1998. È del 1963, il suo intervento come attrice nel primo e nell’ultimo episodio de Il mattone e lo specchio. Si occupa del montaggio del primo episodio della serie televisiva Panorama e collabora come assistente del regista, dal secondo al sesto episodio.

Il documentario La casa è nera, viene realizzato nell’autunno del 1962, e si concentra su una comunità di lebbrosi rinchiusi in una casa di cura a Tabriz, nell’Iran settentrionale. L’opera suscita interesse particolare e qualche sconvolgimento d’animo. A mio avviso, rimane un documento importantissimo per gli argomenti affrontati e un capolavoro del cinema documentaristico. I testi sono della stessa poetessa e la voce fuori campo appassionatissima e struggente è di Farrokhzad. La sua intensità rapisce e destabilizza lo spettatore, avvolto da una voce che trasmette calore e carisma, segnali di una personalità forte, che si percepisce immediatamente. Farrokhzad colpisce nel segno, pone serie questioni di carattere umano e istituzionale, di tipo sociale e politico, mette disagio agli autoritari, ai censori, ai benpensanti, ai religiosi spinti dall’ipocrisia di chi ritiene che “i panni sporchi è consigliabile che si lavino in casa propria”. È la critica iraniana che demolisce l’opera, accusando Farrokhzad di aver strumentalizzato malati e situazioni di disagio, con scene e soggetti  “sgradevoli e sconvolgenti”, utilizzati ad hoc come atto di accusa contro l’Iran dei despoti Pahlavi. Forse quest’ultima accusa è quella più comprensibile e meno audace delle altre volgarità messe in opera, prodotte in una sistematica macchina del fango contro di lei. L’effetto però è contrario rispetto a quello che cercavano di veicolare le autorità persiane e il film (così come accade anche oggi, ad esempio con La separazione, interpretato dalla splendida Leyla Hatami) ottiene, tra i sessantacinque documentari presentati, il primo premio alla regia al Festival Internazionale di Oberhausen, insieme ad altri riconoscimenti in tutto il mondo. È la storia che si ripete in modo inesorabile, in un paese dalle fortissime pulsazioni dove la contestazione alla subdola presenza del potere in ogni settore della vita civile è soprattutto di matrice femminile. L’Iran degli uomini e delle donne della società civile, con il suo enorme background di valori culturali e filosofici, è sempre costretto a compromessi con il potere, in un gioco assurdo e violento di mediazione a tutto quello che concerne la libertà di espressione, una sorta di elastico che si tende e si ritorce senza spezzarsi completamente nel rivendicare libertà di pensiero. Oggi la stessa storia di ieri: negli anni ‘60 con il conflitto forzato ed ossessivo di modernizzazione indiscriminata e laica, con una parte consistente della società religiosa e tradizionalista, poi nell’estensione della controriforma della rivoluzione komeinista degli anni ‘80, con picchi di oscurantismo e tentativi di miglioramento dell’asfissiante censura per evitare la persecuzione, incarcerazione e talvolta uccisione di intellettuali non allineati. In questo dolorosissimo piano di annichilimento delle intelligenze “sabotatrici”, giudicate in patria “pericolosissime e controrivoluzionarie”, le potenze occidentali guardano con sostanziale indolenza, giudicando semplicisticamente e volutamente ogni sorta di accordo o apertura con quel paese come un “passo in avanti sulla questione dei diritti civili”, scambiando e invertendo il significato di interesse economico con quello di libertà e autodeterminazione di un popolo.

Ad ogni modo, ripercorrendo la strada che ci porta ad alcune considerazioni sul film di Farrokhzad, bisognerà sottolineare che il rapporto di osmosi raggiunto dalla poetessa, all’interno della casa per lebbrosi, fu così coinvolgente che alla fine delle riprese ottenne, con il permesso dei genitori del minore, l’adozione di un bimbo affetto da lebbrosi, Hossein Mansouri, che successivamente portò via con sé a Teheran. Il film è una chiara metafora e, soprattutto, un viaggio nell’animo umano, alla scoperta dei misteri che ci affliggono e ci affascinano nello stesso momento: la bruttezza, il dolore della malattia, la morte, la vita con le sue enormi e inspiegabili contraddizioni frutto di fatti che spesso rimangono inspiegabili e irrazionali. Nei fotogrammi iniziali, come un’apparizione, la voce di un uomo interviene in un monologo che sa quasi di avvertimento. In realtà, è un appello affinché, testualmente, questa “visione di dolore senza sollievo che un essere umano non dovrebbe ignorare” non passi inosservata, perché “eliminare questa bruttezza e alleviare le sue vittime è l’obiettivo del film e dei suoi registi”. Ed è proprio una donna che si specchia, forse nel ricordo di un tempo in cui il suo volto non era ancora trasfigurato dalla bruttezza e dai fantasmi visibili della malattia, che suscita il primo sussulto, la prima ansia che ci induce alla riflessione.

Sulla parete bianca forte rimane l’impatto cromatico per chi guarda, dove si chiarifica, seppur nascosto per buona parte dal velo, il viso di questa donna avvolto in tessuti differenti e damascati, in un’immagine che vuole essere indiretta e per questo riflessa, dove l’occhio non ancora invaso dalla lebbra osserva, dilatandosi e contraendosi ripetutamente, la devastazione di quello che resta. La malattia porta a ritenere che si è in qualche modo colpevoli, prescelti, innesca il vorticoso disagio della diversità, e getta in uno spazio dove è in discussione la propria dignità e ci si spoglia della propria forza. Intanto, in una classe di bambini delle elementari, una carrellata della cinepresa sui protagonisti del film ci dimostra che la malattia ha diversi stadi e differenti intensità nella sua forza devastatrice. Dopo queste immagini iniziali, comincia una sorta di litania del ringraziamento: i bambini ringraziano Dio per quello che non hanno ancora perso e per ciò che possono fare: “Oh Dio ti ringrazio per avermi creato, ti ringrazio per avermi dato una madre premurosa, un padre gentile. Ti ringrazio per la creazione dell’acqua, degli alberi e delle piante da frutto. Ti ringrazio per avermi dato le mani con cui sono capace di lavorare. Ti ringrazio per avermi dato gli occhi per vedere le meraviglie di questo mondo. Ti ringrazio per avermi dato le orecchie per godere di dolci canzoni. Ti ringrazio per avermi dato i piedi per andare dovunque voglia”. Fuori campo, la voce avvolgente di Forugh che ci conquista e ci trascina in una eco senza sosta: Chi è che ti loda nell’inferno, o Signore? Chi nell’inferno?

Un uomo cammina, costeggiando il muro della casa nera, in una prospettiva che pare luminosa solo nell’immagine di un assolato meriggio: egli cronometra il tempo con i suoi passi e la sua mano ferita e caduca come un tronco senza rami, batte le pareti del muro mentre Forugh scandisce i giorni della settimana con la sua voce. Il suo breve percorso, viene intervallato da immagini immediate di volti feriti e oggetti in bella posa sui davanzali delle finestre della casa nera, nature morte, affreschi del cortometraggio che emoziona. Non tutto è perduto. Visioni di cura delle criticità sui corpi di questi poveri lebbrosi si ripetono in una speranza che lascia comunque atterriti, mani e piedi a cui vengono ridotte le pelli e le screpolature causate dalla terrificante malattia. Ma è la solitudine di certi corpi in preghiera, forti di una fede che li trascina nei giorni sempre uguali e dolorosissimi che colpisce. “Vorrei essere colomba” dice Forugh, “fuggire via con le ali perché ho conosciuto la miseria e la malvagità del mondo”. Dunque, disuguaglianza, disagio, svantaggio sociale che si determina anche con la malattia e nelle patologie più gravi, verso cui la società nutre paura e ossessione emarginando ed escludendo. Forte è il senso sociale e morale della denuncia della poetessa che produce immagini filmiche e poesia che Pasolini e Morante chiamerebbero semplicemente “civili”.

Dalla lunga supplica a Dio e a Colui che tutto ha voluto, Farrokhzad chiede umanità e comprensione che dagli stessi uomini sono state negate. Bellissime sono le metafore poetiche recitate dalla poetessa, man mano che il film si dipana in visioni infelici e talvolta speranzose e di giubilo: ragazzi che giocano con una palla, lanciandola nel terriccio e nelle pozzanghere d’acqua e un ballo intervallato da strumenti a percussione, che vengono chiamati in persiano “tombak”. Prima del finale, in cui il maestro chiede a un bambino di definire la bruttezza, si intravede un uomo con la gamba amputata che si dirige all’interno della casa con le stampelle dove l’attende, fissa, la cinepresa: l’ultima frase dice “aspettiamo la luce e l’oscurità regna”. Ultima metafora, che mostra l’uomo claudicante e quindi incerto nel suo percorso che non si libera dell’oscurità ma vi penetra, nella casa nera, nel microcosmo dei dolori e delle ingiustizie che generano apartheid.

Forugh Farrokhzad muore tragicamente in un incidente stradale nei pressi del cimitero Zahiroddoleh, che ospiterà le sue spoglie ai piedi dei monti Alborz, a nord di Teheran, meta ancora oggi di giovani e appassionati di letteratura. Ma prima di questo triste epilogo, questa artista viaggia diverse volte in Europa: nell’estate 1959 e nella primavera del 1961 è in Inghilterra per seguire i corsi di produzione cinematografica. Nell’estate 1964 parte per la Germania, l’Italia e la Francia. Nella primavera del 1966, partecipa alla seconda edizione del Festival del Cinema d’Autore a Pesaro, dove conosce Bernardo Bertolucci, che stava realizzando il film documentario La via del petrolio. Bertolucci la intervista, e l’operatore che aveva accompagnato il regista italiano riprende l’intera conversazione. Esiste un documento vocale dell’intervista fatta a Forugh, in cui Bernardo Bertolucci rivolge domande in francese alle quali lei risponde in persiano. La conversazione riguarda la difficile relazione tra intellettuali e potere, la modernizzazione e il documentario La casa è nera, in cui la lebbra è la metafora della solitudine umana e dell’esclusione dei deboli, della disuguaglianza sociale e della mancanza di amore: “Quando la mia fede era impiccata alle fragili corde della giustizia / e in tutta la città / facevano a pezzi il cuore dei miei occhi, / quando soffocarono con il fazzoletto nero della legge / gli occhi infantili del mio amare, / e dalle tempie pulsanti della mia speranza / sgorgavano fiotti di sangue, / quando la mia vita ormai non era più nulla, / nulla, se non il tic-tac di un orologio, / capii che dovevo amare, amare, amare follemente.