In anteprima la postfazione di Rosaria Lo Russo, curatrice di Crepa poeta di Stefano Raspini, dal 18 febbraio in libreria ma già disponibile qui

 

Nel vasto, variegato, vivido, vivace, vociante, versoliberatorio, proteiforme, proteico, patetico, pulsante, strillone, strofeggiante, strappalacrime, strappapplausi, mondo conosciuto nella prima lunghissima ondata dello Slam Poetry, quella nazionale, il personaggio del poeta Stefano Raspini campeggia come un mito di fondazione. Figura mitica prometeica dei palcoscenici improvvisati della poesia performativa italiana della prim’ora, le sue gesta performative sono diventate ben presto, e lui performante, un classico dell’underground poetante. Uno che conta innumerevoli tentativi d’imitazione, come la Settimana Enigmistica. È il Poeta Naïf in versione Bambino Incazzato, che pesta i piedi tonitrüando mentre scaglia leggii, si impossessa a due mani del microfono e ci sputa dentro la sua rabbia bonaria esilarante e surreale contro la casta regnante dell’Italia a cavallo dei millenni – gli altrettanto mitici coniugi Lario-Berlusconi –, dopo essersi assestato a proscenio gettandosi sulle care pinguedini e poggiando sui gomiti per guardarci bene in faccia. Non fa paura la rabbia di Stefano sul palco, è catartica, fa ridere a crepapelle. Tutti amano Stefano il Puro, il Santo Folle della Bisanzio Padana, l’Eroe della Poesia Performativa, quello che ha battuto persino Giovanni Lindo Ferretti in una gara di versi. Stefano barista futuro premio Nobel per la letteratura, Stefano dei lavori precari, Stefano Forever Young. E intanto lui si diverte a partecipare, è competitivo senza essere aggressivo: traspare sempre e comunque il suo desiderio più forte, quello di vincere, partecipando: Stefano, l’utopia della sinistra italiana.

Uno che non perde l’Innocenza del Fanciullino-Fanciullaccio manco quando pubblica libri o quando lo scrittore e pedagogo Giuseppe Caliceti immortala la sua biografia nel romanzo fiume Fonderia Italghisa. Non smette di essere il suo Personaggio. Eppure. Eppure chi lo avrebbe mai detto, allora, all’inizio del Duemila, che Stefano Raspini agiva, con consapevolezza, un ruolo? Non è di tutti i poeti castigare ridendo i costumi senza darsi pose da vate. Ben presto mi ha colpito l’umiltà di Raspini, quell’umiltà che di solito caratterizza l’operare degli artisti che facendo pensano all’opera più che a se stessi e al proprio successo. Di anno in anno Raspini non smette di fare, di fare a più non posso, intrecciando consapevolmente – ma non scopertamente – vita, performance, bar, discoteche alternative, scrittura e ancora fallimenti di bar, discoteche, vittorie di bar discoteche, libri di poesia che non promuove. Per Raspini scripta volant. Contano solo le parole gridate al vento delle piazze estive. Resta l’azione. E l’azione è unitaria, perché è politica. Raspini, il meglio della mentalità marchiata ’77, il Moralista dell’Italia contemporanea di allora. Etica e poesia unite, ma veramente. Non il moralizzatore moraleggiante. Il Moralista, quello la cui azione lascia un segno in chi lo guarda e lo ascolta partecipe. Coniugare Etica e Poesia senza diventare ridondante e noioso è ciò che fanno, o dovrebbero fare, i poeti, e per farlo devono, o dovrebbero, scansare accuratamente ogni tentazione narcisista estetizzante autopromozionale. Difficile, specie quando vinci e rivinci prosciutti, o due piotte, nelle piazze primarie del Poetry Slam italico. Eppure è andata così. Coerente a se stesso quanto altri mai, Stefano Raspini è stato un performer così. E quando la piazza attuale, vieppiù giovanilista, vede bene di riconvocarlo, è ancora così: brache larghe, camicia sudata, capello unto (si lava la mattina dopo la performance, così una volta ebbe a dirmi), faccia da Bambino Incazzato ma di Buon Cuore.

Oh, sì, fin qui ho scritto un caotico coccodrillo anticipato del più volte vincitore slammer italico d’inizio secolo e millennio. Anche se sembra un secolo fa. Anche se abbiamo la sensazione di essere postumi. C’è poco da fare, purtroppo. Siamo entrati catastroficamente in un’altra epoca, e si possono tentare consuntivi. E questo libro che avete fra le mani è anche un consuntivo.

Eppure. Non di solo Slam vive il poeta emiliano. Mentre la piazza reale porta in trionfo nuove leve, Raspini si lancia nella piazza virtuale Facebook (da qui in avanti abbreviato con FB), che inonda di poesia orale scritta sostituendo il gridare fonico sguaiato con le colorazioni a cazzotto nell’occhio degli sfondi delle sue lunghissime poesie formato post, magari sottolineando la rabbia coi caratteri cubitali o con l’allineamento al centro. Un’invasione spudorata, totalmente incorrect rispetto alle regole implicite del galateo social, che premia – ancor più della realtà mondana – l’estetismo vacuo e impostore che infetta l’insiemistica delle bolle poetiche. Un vero delirio, Raspini su FB, carica anche video in cui il suo primo piano sproloquia ruggendo alla mancanza di interlocutori diretti. Raspini non ha mai attuato strategie seduttive col pubblico, e su FB questo emerge con ancor più evidenza che dal vivo. Su FB appare la sinopia del Poeta Naïf Raspini, in tutta la sua mancanza di misura, argini e savoir faire. Immagino in quanti lo avranno bannato, questo Raspini spamming. Da Santo Folle della Bisanzio Padana Raspini conclude la sua carriera di Slammer facendo di sé Spazzatura: perché in mancanza di relazione reale, dal vivo, occhi, carne, voce, il Sé è un Prodotto: o seduce o è spazzatura. O si vende bene o si butta subito. Oppure lascia indifferenti, ci si scrolla velocemente dagli occhi, le orecchie spente, il prodotto poetico su FB. Immagino quanti avranno tolto l’audio agli sproloqui video di Raspini su FB.

Eppure. Su FB anche se scripta volant sformattandosi, verba manent, ritornano, riemergono, riappaiono, invadono. Prendo a cuore, anche per esasperazione, la verbigerazione raspiniana, e il più delle volte leggo fino in fondo, per vedere fin dove si spinge questa foga, per affezione. Leggo la sua poesia orale, e vedo affiorare tracce e a volte lasse di una poesia inaudita. Fino allora, intendo, mai udita, sopraffatta dalla potenza dell’invettiva. Affiorano immagini liriche inedite, metafore stravolgenti al pari di quelle, anch’esse nate sui palchi, della poetessa performer Anne Sexton, che qualcuno definì metaphor mad. Sì, qualche vertigine metaforica si faceva notare, provocando il riso catartico, durante le performances di Stefano. Ma poi sfuggiva via, perché dal vivo verba volant. FB ha permesso di rattrappire, coagulare, e quindi rendere semipermanenti allo scroll, le metafore matte della poesia di Raspini. Dunque c’è uno stile nell’apparente sproloquiare, intendo uno stile diverso dall’invettiva. C’è uno stile piuttosto letterario che orale, che oltrepassa la vulgata anaforica ed euforica di cui tutti sono capaci. Scrollando la poesia di Raspini come un albero pieno di frutti maturi mi cadono in testa metafore strabordanti, deliziose, ironiche, strazianti, che rintronano nella mia testa di lettrice di poesia, di lettrice intendo dire silenziosa oltre che a alta voce.

Scrollando la poesia di Raspini raccolgo in grembo, o forse meglio nel grembiale, frutti maturi lirici, quelli che la voce ruggente insabbiava nelle acque intorbidate del maremoto anaforico. Comincio a copincollare su un file questi prodotti esibiti su FB, per il puro gusto da bastian contrario di insabbiare l’andazzo orale anaforico setacciando l’oro lirico metaforico. E dico lirico, non liricheggiante. E taglio, sposto, non riscrivo niente, mi limito a comporre un mosaico con le tessere cristalline che ricavo dalla scrittura. Come annota in una mail inviata alla sottoscritta il curatore della collana, Valerio Cuccaroni, qui “si inventa la lirica dell’io nascosto”, e come lo stesso Cuccaroni scrive in un messaggio tramite l’applicazione WhatsApp sul telefono cellulare a Raspini, che me lo inoltra con il consueto emoticon cuore, qui emerge “una forza dirompente e spiazzante specie quando si fa struggente”. Ricostruendo il prodotto letterario incriptato nella scrittura orale di Raspini, sempre confrontando con il diretto interessato le mie sforbiciate, ogni risposta di Stefano è stata un darmi carta bianca incorniciata di cuori pulsanti, tramite la suddetta applicazione su telefonino. Sì, questo è anche commovente, è anche un bel rapporto di maternage fra amici – e io e Stefano siamo persone simili, e per questo amici veraci –, però proviamo a decifrare smaliziatamente espressioni quali prodotto letterario incriptato, per la cui decrittazione l’autore delega altri da sé dandogli carta bianca, concetti riassumibili nell’espressione critica sintetica di Cuccaroni, inventare la lirica dell’io nascosto.

Il libro che avete fra le mani si intitola Crepa poeta. Titolo d’autore, ovvero il titolo del prodotto che avete fra le mani è una raccolta di poesia che Stefano Raspini ha intitolato Crepa poeta. Sotto questo titolo l’autore da tempo ha inteso raccogliere la sua ultima produzione poetica1, ma accogliendo la mia proposta di editing incondizionatamente. Come dire che lui, performer di poesia orale, non frapponeva alcun ostacolo all’operazione di cristallizzazione scritta, altrimenti detta labor limae – ma qui più che una lima si è usata l’accetta – per riversare sulla carta intonsa la sua poesia così che da orale, cioè senza il progetto strutturale del libro, si facesse il libro da intitolare all’augurio di morte del poeta. Quale poeta è morto? Il poeta orale performativo? Per forza, le poesie che state per leggere sono scritte. Ma – si badi bene – non si tratta di un progetto di nobilitazione dall’orale allo scritto. Non si tratta di una quintessenzializzazione, ma di un progetto di editing. Il presunto Poeta Naïf in realtà è uno dei lettori forti più forti che conosco, solo che nasconde sornionamente la sua cultura letteraria, o meglio, non la esibisce nei consessi pubblici. Allora, voi direte, poteva farsi l’editing da solo, come fanno tutti i poeti dall’età moderna e contemporanea in poi. Ma se c’è una cosa profonda che la pratica performativa insegna, o dovrebbe insegnare, ai suoi praticanti, questa è la verità fattiva dell’anonimia del presunto autore di poesia. Non del poeta orale ma di chi fa poesia, per statuto del genere, orale e letterario che la poesia è. La poesia differisce dalla prosa proprio in questo e per questo: per l’anonimia, la non-autorialità del poeta. Genere fatto a metà di flatus vocis e a metà di tradizione letteraria, quando chi lo praticava aveva coscienza indisturbata del genere e del ruolo sociale della poesia, nessuno dubitava della sua anonimia, tanto da favorire una tradizione marcata per lungo tempo dall’anonimato. È una storia antichissima e antica, che riguarda al più il genotipo poesia.

Questo però ci riguarda, o ci dovrebbe riguardare: l’anonimato ha smesso di essere un valore, ma la radice del poetare come un Fare prevede tuttavia il valore, etico e estetico, dell’anonimia, ovvero del fare da voce e da tradizione, accoppando, anzi con Cuccaroni, nascondendo l’io, persino quando la poesia è autobiografica. Perché poesia non è narrazione ma evento, tanto per riverginare due termini abusati. Non racconta, agisce. Non racconta una storia, agisce universali linguistici (anche quando finge di narrare): altrimenti non si tratta del genere poesia ma del sentimento poetico di un individuo. Ovvero di poetese. Poesia non è mai individualista: fedele com’è alla sua origine orale e pedagogica poesia è sempre sociale, societaria, socialista, per genere. Ovvero, è un’operazione linguistica.

Crepa poeta, libro a 4(000) mani, inventa, scopre, decritta, disvela, agisce, la testualità lirica di un io nascosto: così sovvertendo la Tradizione. Secondo la cui dittatura è piuttosto l’io lirico a velare e svelare un tu, l’oggetto del poetare. Qui invece è un Tu che è un Altrui, la Sottoscritta Poetessa Performer, che facendosi copista e taglista – e cioè, come ogni masticatore di filologia sa, facendosi altro autore – inventa, – ovvero rileva e mette su carta – il dettato nascosto da un Io Lirico niente affatto pieno di Sé. Anzi, che si svuota ad ogni scarica verbale su FB, anonimandosi. E che sa di farlo. Mi avvedo di esser stata felicemente anonima suora trascrittrice di una volontà letteraria in versi non-autoriale, antichissima e contemporaneissima, e vi invito a scoprirlo leggendo, prima di leggere il libro intero, – alla luce di quanto detto fin qui –, l’incipit del nuovo libro di Stefano Raspini:

 

Vi vedo cervelloni setacciare ogni parola
trovarvi un senso un lato emozionale
confuso e rischioso sul fiume
che passa di traverso
al luogo deputato al suo passaggio
Così tutto è segnato
predisposto al poetico equilibrio
chiamami dopo lo studio
fotto l’autore lo brancolo nel buio.

 


Note

1 Cfr. Delirio, Baobab-Millelire, Reggio Emilia, 1993; AA. VV., Ipermarket Emilia Nord, Reggio Emilia, Baobab-Millelire, 1995; Antiretina, Reggio Emilia, Baobab-Millelire, 1998; Tramite inferriate, Torino, No Replay, 2015; L’uomo benzina, Torino, Miraggi, 2015.

 

*Foto di copertina di Corrado Foffi