Ma.Gi.Ca.

Careca avanza nella trequarticampo, un tacco improvviso per Maradona, due passi, un attimo di sospensione, gli avversari sono poco più che ombre in campo, passaggio in profondità, scatto di Giordano, sinistro al volo tra palo e portiere. Gol! Potevo dire di averli visti, di esserci stato, di essere stato presente quando la Ma.Gi.Ca giocava. Poi più niente, niente più stadio, niente più Ma.Gi.Ca.

Non so quando sia iniziata quest’abitudine di girovagare da solo per le strade vuote. Immagino da quando ancora ragazzo smisi, per ragioni a me ignote, di andare allo stadio con mio padre. Forse, semplicemente, perché non c’era più lui, Maradona,  non giocava più nel Napoli, squalificato prima e venduto al Siviglia poi e quindi non aveva più senso andare a vedere un’orchestra senza il direttore e il primo violino. Di quella Ma.Gi.Ca. rimaneva solo Careca, un grande, ma da solo non ce l’avrebbe fatta ad arrestare il declino, che ineluttabile arrivò. O non andammo più semplicemente perché mio padre si era stufato di quell’appuntamento settimanale, che era per lui diventato un obbligo. Da allora non sono più andato allo stadio. Senza neanche rendermene conto, mi sono trovato sempre più spesso a camminare per strada quando giocava il Napoli, quasi sempre da solo.  Le prime volte mi sembrava un caso, e forse le abitudini o i tic nascono in questo modo, eventi casuali che poi diventano, senza che ce ne rendiamo conto, abitudine, nevrosi, destino. Le strade a Napoli durante le partite si trasformavano in un deserto o, per usare un’altra metafora lisa, sembrava ci fosse il coprifuoco, si vedeva solo qualche sporadica auto passare a tutta velocità o qualche povero disperato con cane a rimorchio per motivi fisiologici. Ricordo che all’inizio fantasticavo di un possibile incontro con qualche donna, di un sorriso, di uno sguardo d’intesa, di una scintilla inaspettata. Poi questa visione scomparve, mi sembrava che così sporcassi la purezza di quei momenti, o che più semplicemente mi impedisse di sprofondare definitivamente in una solitudine senza ritorno.

L’amore totale per il Napoli, come può essere solo l’amore di un bambino, doveva continuare in assenza. C’era un ricordo da custodire, qualcosa che era accaduto una volta e per sempre, una gioia immensa e anche un pianto dirotto e disperato. Le immagini che mi tornano in mente sono quelle del primo gol di Maradona in campionato al San Paolo contro la Sampdoria, con la mia esultanza smisurata e poi il gol di  Butragueño che ci eliminò dalla Coppa Campioni e il mio pianto senza fine. Nulla doveva contaminare quella bellezza, quell’età, l’azzurro cielo di quelle maglie, la tensione impotente di chi guarda, la vibrazione continua degli spalti gremiti, il boato del pubblico, gli abbracci e poi le triangolazioni “di prima”, gesti indelebili di un rito.

Ed ora, in questa domenica pomeriggio di fine campionato, dove si decide un’intera stagione, non posso far altro che camminare, aggirarmi senza meta per le strade del mio quartiere, tra palazzi stracolmi di gente riunita, nascosta dietro le pareti dei loro appartamenti, in un rito di cibo e dirette televisive. Persone, che dopo la fine della partita, usciranno in strada per tentare di dare un senso agli ultimi scampoli della noia domenicale. Per il momento le strade sono a mia disposizione, mi avvio verso Girolamo Santacroce,  inizio a scendere verso il Centro. Mentre osservo distrattamente il Golfo sulla mia destra, sento il vocio alzarsi e abbassarsi ritmicamente dai palazzi alla mia destra. Il cielo è velato da una lieve foschia, quasi che il bello mozzafiato del panorama  non si volesse mostrare in tutto il suo splendore per non atterrirmi. Arrivo a Piazza Mazzini, deserta, il crocevia fra tre zone della città, un non luogo, un punto di passaggio, soltanto che ora non passa nessuno, anche il chiosco delle bibite è chiuso, c’è solo, dall’altra parte della piazza, una bancarella con le bandiere del Napoli, passo davanti, le osservo, poi su un’asta d’alluminio vedo appese varie sciarpe, con scritte diverse e di varie gradazioni d’azzurro, ce n’è anche una con la scritta tricolore “Napoli primo amore”, la stessa scritta della sciarpa che acquistai al primo scudetto. Sono tentato di comprarla, chiedo il prezzo all’ambulante che mi spara 15 euro, io controbatto 5, lui fa una smorfia tra il disgusto e il dolore, comprime la sua faccia grinzosa e bruna in un’espressione come se avesse il collo in un cappio che lo sta soffocando, poi,  con uno scatto improvviso della mascella, riapre la bocca:

“Siete tifoso del Napoli e non vi vedete la partita?”.

“No, non la vedo mai. E voi ? Non la vedete?”

“A me o’ calcio non mi piace, per me è commercio, la sciarpa non la volete? Facciamo 12. Si vede che siete tifoso, anche più tifoso di quelli che se la vedono la partita.”

“No, grazie ho cambiato idea.”

Sorrido, mi allontano salutandolo, mentre lui mi risponde qualcosa che non riesco a sentire. Imbocco Corso Vittorio Emanuele, vedo i tetti nella conca di Montesanto alla mia sinistra, l’asfalto rosso che li copre,  incrocio un cane, mi annusa le caviglie, poi ne sento il latrato mentre si allontana. Ogni cosa sembra muta, restia, chiusa in se stessa, ostile. Come se gli oggetti mi rimproverassero la mia presenza ostinata. Un motorino sfreccia a una velocità impensabile, nell’attimo del mio stupore sento alzarsi dalla città bassa un rumore prima lontano e sordo, che poi esplode in un unico grido di gioia e riempie di sé ogni cosa. Sorrido tra me e me. Ecco. Ritorno sui miei passi, continuo a camminare. La partita starà quasi per finire, posso tornare a casa, all’angolo della mia strada sento un “NOOOO!!!” che avvolge l’aria ferma del pomeriggio, suppongo sia un gol della squadra avversaria o un errore degli attaccanti del Napoli. L’incertezza mi scuote ed è, forse, quel che amo veramente di questo momento, poter fantasticare sulle diverse possibilità, su chi può aver segnato o sbagliato, su cosa può essere accaduto in campo mentre io osservo l’asfalto davanti ai miei piedi e so che conta solo questa bellezza, fatta di supposizioni, di cemento e balconi, di luci improvvise tra i palazzi, dell’eco dei miei passi sull’asfalto. Dopo qualche minuto un fragore, un boato definitivo e totale, i clacson delle auto impazzano. Non mi resta che rincasare, ascoltare le voci della gioia di là della finestra, come una festa a cui non sono stato invitato, una formula magica di cui ho perso per sempre il segreto. Prendo il telecomando, accendo la Tv, mi siedo in poltrona, sprofondo, chiudo gli occhi, ascolto, ripenso a me sugli spalti del San Paolo, a mio padre affianco a me, alla tensione prepartita, alla gioia di vederli sbucare dagli spogliatoi, al fischio d’inizio. Poi non penso più a niente. Ricomincio lentamente a respirare.

©Francesco Filia