Press "Enter" to skip to content

Francesco Gabellini

Francesco Gabellini è nato nel 1962 a Riccione. Vive a Montecolombo, in provincia di Rimini.

Ha pubblicato quattro raccolte di poesie in dialetto romagnolo: nel 1997 Aqua de silénzie (Acqua del silenzio) per l’Editore “AIEP” di San Marino; nel 2000 Da un scur a cl’èlt (Da un buio all’altro) per le Edizioni “La vita felice” di Milano; nel 2003 Sluntanès, Pazzini Editore, Villa Verucchio (RN); nel 2008 Caléndre, Raffaelli editore, Rimini; nel 2001 A la mnuda, Ladolfi editore. Note critiche sulla sua poesia, insieme ad alcuni testi appaiono in Poeti in romagnolo del secondo Novecento a cura di Pietro Civitareale, Editrice “La Mandragora” 2005.
Sue composizioni poetiche sono incluse nell’antologia Poeti in romagnolo del novecento a cura di Pietro Civitareale, Edizioni Cofine Roma 2006. Nel 2006 viene inserito nel Dizionario dei poeti dialettali romagnoli del 900 a cura di Gianni Fucci e Giuseppe Bellosi, Villa Verucchio (RN), Edizioni Pazzini 2006.
da Sluntanès
Lusa busèrda
U s mov l’ômbra d’na dòna céra
spèsa la zanzariera, masànd
tla mèna una busìa.
La lòuna sora i tétt la fa
e’ cér dl’invèrne sla niva.
Raz dla nòta a sémm, ch’i s svèggia
par sbài a mizdè.
Burdèll ch’i sta sèmpra daparlòr,
ch’i n taca sa ch’i èlt,
sènza e’ cristàl d’un rid saibàdghe.
LUCE BUGIARDA – Si muove l’ombra di una donna chiara dietro la zanzariera, nascondendo nella mano una bugia. La luna sui tetti fa il chiaro dell’inverno con la neve. Siamo uccelli notturni che si svegliano per sbaglio a mezzogiorno. Bambini che stanno sempre soli, che non legano con gli altri, senza il cristallo di un ridere selvatico.
Risposte al QUESTIONARIO:
Il primo incontro con la poesia in romagnolo l’ho avuto, direi quasi ovviamente, con Tonino
Guerra. Il suo realismo magico mi affascinò molto. Fino a quel momento avevo una idea della
poesia, come di qualcosa di molto complesso, quasi irraggiungibile. Come se la poesia fosse il
distillato di un sapere enorme. Guerra mi aiutò a capire che si può fare grande poesia anche
parlando di cose e persone semplici. E anche che lo strumento ideale per farlo era proprio il
dialetto. Poi conobbi l’opera di Nino Pedretti. “La chésa de tèmp” fu un libro importante per me, lo
frequentai per molto tempo, me ne innamorai. Quando scoprii Baldini fu come trovare un tesoro! I
suoi personaggi assomigliavano tanto a quelli raccontati da mio nonno (un’altra persona che molto
ha inciso nel mio percorso artistico). Erano persone che anche io avevo conosciuto durante la mia
infanzia. Baldini sapeva coglierli in quell’attimo che li elevava a materia poetica, leggeva le loro
nevrosi con una lente straordinariamente lirica e precisa. Ancora una volta potevo apprendere il
grande equilibrio necessario a trattare una materia grezza come il dialetto e riuscire a renderlo
grande poesia. Ho avuto anche il privilegio di conoscerlo personalmente, Baldini. Era come se, in
qualche modo, la sua figura, il suo misurare le parole, completassero un’opera che, solo in parte, era
stata scritta. Lello era tutti i suoi personaggi e quando l’ho incontrato li ha rappresentati in pochi
minuti, tutti insieme. Anche la poesia di Tolmino Baldassari e di Gianni Fucci credo abbiano inciso
molto sul mio percorso poetico e la loro amicizia anche su quello umano. La mia poesia è stata
paragonata a quella di Tolmino, per il lirismo e la vocazione esistenzialista, l’attaccamento a una
poetica delle piccole cose. A me, ovviamente, fanno sempre molto piacere così alti paragoni, ma
credo anche che stia percorrendo una strada che sta cambiando il mio approccio, non solo alla
poesia, ma alla espressione artistica in generale. Credo non sia facile scrivere poesie in romagnolo
oggi, con una così forte tradizione alle spalle, riuscire a trovare una propria strada, un proprio
carattere espressivo, che sia originale e al contempo non ignori, perché non si può ignorare, la
tradizione che ha costruito le basi d’ogni espressione attuale. Si tratta di un confronto e di un
apprendistato con i quali tutti devono fare i conti, anche chi scrive in italiano o anche chi si esprime
con qualsiasi altro mezzo, ma a maggior ragione ne sente il peso chi usa una materia così limitata,
ma non certo limitante, come un idioma dialettale e per di più con una così ricca e qualitativamente
alta produzione che ne ha modellato i caratteri.
Come molti altri poeti che scrivono in dialetto, ho provato spesso la tentazione di scrivere anche in
italiano. Anzi forse anche più di una tentazione. Ogni volta che pubblico una raccolta penso che la
prossima la scriverò in italiano. E inizio anche a farlo, ma poi, fino a oggi, sono sempre tornato al
dialetto. Del resto anche quando parlo, ogni giorno, se devo dire qualcosa che incida maggiormente,
qualcosa che voglio che lasci un segno, ebbene quella cosa la dico in dialetto. Come se mentre
parlassi mi mettessi improvvisamente a cantare, o a urlare, ma dolcemente. Ecco, il dialetto per me
è un urlo dolce, un urlo sussurrato. O un bisbigliare ad alta voce, un vociare dietro una porta, che
non si capisce, ma canta. Il mio scrivere in italiano, invece, viene più dalla mente, è più conscio. E
del resto molto del materiale depositato nel nostro inconscio, sta lì dai tempi della nostra infanzia. E
la mia infanzia parla in dialetto.
Forse l’unico rapporto continuativo di scambio reciproco di opinioni e di dialogo costruttivo l’ho
intrattenuto con Tolmino Baldassari. Sono debitore a Gianni Fucci di molti consigli e suggerimenti,
non ultimi quelli sulla grafia del romagnolo, ma con Gianni, purtroppo ci si sente, mea culpa, solo
troppo di rado. Ho occasione di scambiare, quando capita, qualche parere con l’amico Gianfranco
Lauretano, ma anche in questo caso il nostro rapporto non ha un carattere continuativo. In sostanza,
vivo abbastanza isolato dal mondo della poesia, un po’ per mia indole, e un po’ per cause di forza
maggiore, che si chiamano lavoro e famiglia e che occupano la maggior parte del mio tempo.
Tornando alle influenze dei maestri, oltre a quelli già citati per quanto riguarda l’orizzonte
romagnolo, in passato mi hanno molto colpito e probabilmente hanno pure lasciato un segno, anche
poeti che hanno scritto o ancora scrivono in italiano e anche in altre lingue e dialetti. Mi sento di
fare i nomi di Eugenio Montale, Pier Paolo Pasolini, Sandro Penna, Attilio Bertolucci, Giorgio
Credo sia sempre molto difficile parlare della propria poesia e ancor più della propria poetica e
delle teorie che l’hanno influenzata. Posso dire che una costante della mia poetica potrebbe essere
l’elevazione delle piccole cose, come metafora anche di dare la parola a chi non ha mai potuto
parlare o non ha mai avuto il diritto di significare. In questa più ampia linea di poetica si trovano
ombre e silenzi, voci di un mondo costantemente minacciato, dolcezze sempre malinconiche.
Intorno alla svolta che negli ultimi anni ha intrapreso la mia scrittura, mi sono molte volte
interrogato. La svolta va nella direzione di una apertura al dialogo, alla misura colloquiale
e diretta, mediando attraverso l’umanità dei personaggi la sostanza lirica che comunque mi
appartiene. Ecco allora l’incontro con il teatro. Nella scrittura per il teatro mi sembra di trovare
una dimensione di essenzialità dell’esposizione, che sempre ho cercato anche nella poesia. La
forma drammaturgica assume una dimensione letteraria che, proprio perché transitoria, la rende
pulita e fortemente incisiva. In questo ambito, già da molto prima di iniziare a scrivere per il teatro,
ritengo fondamentale per me la lettura dei testi di Samuel Beckett. Credo che le opere del grande
scrittore irlandese siano quelle che maggiormente abbiano influenzato la mia scrittura e anche la
mia vita. Credo che, così come anche altri grandissimi scrittori, Beckett rappresenti un nodo epocale
in ambito letterario, un autore che ha rimesso in discussione tutto e ha aperto nuovi orizzonti di
interpretazione con i quali non è possibile non fare i conti oggi.
Il mio modo di scrivere in dialetto penso che sia abbastanza rappresentativo per quanto riguarda
un’area molto ristretta, che forse è eccessivo addirittura riconoscere nella città di Riccione, una
cittadina balneare di non più di 40.000 abitanti. Ma già in diverse zone della città alcuni termini
dialettali variano. In ogni caso quando scrivo in dialetto, mi sento di esprimermi con un idioma
che appartiene ad una comunità più estesa e che individuo nella Romagna. Ciò credo che risenta
anche della influenza delle letture dei maestri, soprattutto di quelli di Santarcangelo di Romagna.
Proprio per questo motivo ultimamente ho iniziato a fare uso di prestiti linguistici all’interno del
dialetto romagnolo, soprattutto, appunto, dalla parlata di Santarcangelo. Sono parole diventate mie
attraverso la lettura delle poesie e dei testi teatrali di Baldini, di Guerra, di Pedretti e di Fucci. Non
mi interessa più di tanto se non appartengono al mio dialetto, perché neppure io so qual è veramente
il mio dialetto e che cosa stia diventando. Appartengo a quella generazione di mezzo che l’attore
Ivano Marescotti ha identificato come quelli che: il dialetto “lo capisco ma non lo parlo”. Scrivo in
una lingua che non uso diversamente, eppure è stratificata dentro di me. In questo sta anche la forza
espressiva di questa lingua, nel non sapere più di preciso a chi appartenga, dove siano i suoi confini,
come resista, come ancora esista. Diventa lingua ideale della contemporaneità.
Nella zona in cui vivo ora, sulle colline a pochi chilometri da Riccione, ancora una percentuale
abbastanza alta di persone parla in dialetto, ma nelle città della riviera, Rimini, Riccione,
Cattolica… la percentuale si abbassa notevolmente. Ciò è legato al fenomeno del turismo e delle
tendenze modaiole di queste località. Si organizzano convegni in Romagna, dove quest’anno
sembra venga rispolverata la legge regionale di tutela e valorizzazione del patrimonio linguistico
dialettale n. 45 del 1994, ma che per alcuni anni era stata soppressa, e in questi convegni si valutano
le strategie per tenere in vita il dialetto. A poche centinaia di metri da dove si svolge il convegno
si trovano parchi tematici, dove la realtà viene ricostruita in plastica, centri commerciali senza più
alcuna identità di luogo, i connotati delle città cambiano così rapidamente che i cittadini stessi, nati
in questi luoghi, si perdono. Il prossimo convegno sul dialetto, cioè durante la prossima campagna
elettorale, proporrò di organizzarlo all’interno di uno di questi centri commerciali, ma forse il
paradosso non verrà colto. Le lingue sono organismi viventi e quando il loro habitat, quell’humus
culturale che le ha fatte nascere e sviluppare, viene a mancare, anche loro si estinguono. Forse tutto
ciò è inevitabile. Almeno prendiamone atto.
         

image_pdfimage_print
Condividi