In occasione della 15° edizione de La Punta della Lingua, festival internazionale di poesia totale, Argo presenta dodici brevi interventi dedicati ad alcuni dei suoi ospiti più illustri e agli autori ormai scomparsi di opere che sono state recentemente riproposte nella nuova veste qui presentata

 

«più che l’anno della crescita, / ci vorrebbe l’anno dell’attenzione», scrive Franco Arminio in Cedi la strada agli alberi (Chiarelettere, 2017) ed è in questa direzione che la sua poesia sembra snodarsi: nello sguardo attento al territorio, ai paesi, agli invisibili, nell’auscultazione perenne dei sentimenti. Il suo ultimo lavoro, La cura dello sguardo (Bompiani 2020), è una raccolta di prose in cui i testi poetici si fanno spazio tra le pagine come brevi apparizioni. Poesie che parlano di un entroterra interiore e circoscritto, che prendono coscienza delle ferite aperte, che servono a esorcizzare il dolore ed evocare la perdita, chiamare i nomi dei morti e raccontare, senza provare alcuna vergogna, la propria solitudine. Sembrano essere due i rimedi che Arminio suggerisce per la guarigione: restare vicini, che corrisponde alla possibilità di fare luce, di creare un ambiente nuovo, intimo e irripetibile, e poi cercare le proprie parole, perché «chi cerca le sue parole si ammala assai poco».

(introduzione di Cecilia Monina)


 

 

FARE LUCE

(da La cura dello sguardo. Nuova farmacia poetica, Bompiani, 2020)

 

Lo so che ognuno

è il gigante delle sue ferite.

Lo so che ognuno

è dentro una lotta

senza fine.

Non c’è riparo

al guasto che ci attende,

non si può diluire la morte,

ma ogni giorno

si può avere

un attimo di bene,

si può con umana pazienza

guardare questo mondo

che si scuce.

Se nulla è sicuro

e nulla sembra vero

restiamo vicini,

strofiniamo il buio

per farne luce.

 

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LA BANDIERA DELL’INQUIETUDINE

(da La cura dello sguardo. Nuova farmacia poetica, Bompiani, 2020)

 

Alzatevi durante la cena,

ditelo che avete un dolore che non passa.

Guardate negli occhi i parenti,

provate a fare una federazione di ferite.

Ora che siete in compagnia,

ditela la vostra solitudine,

sicuramente è la stessa degli altri.

Se scoppiate a piangere

è ancora meglio,

scandalizzateli i vostri parenti,

piantate la bandiera dell’inquietudine

in mezzo al salotto.

Fatevi coraggio, prendete un libro

leggete qualche verso.

Parlate dei morti, parlate di voi

e poi ascoltate, sparecchiate,

togliete di mezzo il cibo,

mettete a tavola la vostra vita.

 


Poeta, scrittore e regista italiano, Franco Arminio si autodefinisce “paesologo” e in questa veste ha raccontato i piccoli paesi d’Italia descrivendo la situazione soprattutto del Mezzogiorno d’Italia. Animatore di battaglie civili, collabora con diverse testate locali e nazionali e ha realizzato anche vari documentari. Dopo il racconto erotico L’universo alle undici del mattino, è del 2003 Viaggio nel cratere in cui Arminio racconta l’Irpinia di oggi e la zona del “cratere”, quella colpita dal grande terremoto del 1980, riuscendo a coniugare uno stile narrativo straordinario all’impegno civile e all’indagine psicologica. Negli ultimi anni ha pubblicato molti libri, con notevole successo di critica e crescente apprezzamento dei lettori. Tra gli ultimi: Vento forte tra Lacedonia e Candela (2008, Premio Stephen Dedalus per la sezione Altre scritture), Nevica e ho le prove. Cronache dal paese della cicuta (2009), Cartoline dai morti (2010), Terracarne (2011), Geografia commossa dellItalia interna (2013).Ha pubblicato numerose raccolte di versi, tra cui Le vacche erano vacche e gli uomini farfalle (2011), Stato in luogo (2012), Cedi la strada agli alberi. Poesie damore e di terra (2017, premio Brancati 2018), Resteranno i canti (2018) e L’infinito senza farci caso (2019).