Regia: Aleksandr Sokurov

Genere: Docufiction

Durata: 87

Con: Louis-Do de Lencquesaing, Benjamin Utzerath

Paese: Francia, Germania, Paesi Bassi 

Anno: 2015

Da uno dei più grandi registi in circolazione ci attendiamo ogni volta meraviglie, e Sokurov, per non smentirsi, stavolta più che metterle in scena decide di filmarle. Le meraviglie in questione sono contenute al Louvre, museo in cui il film è in gran parte ambientato, vero protagonista di questo docufiction sopra le righe dell’autore di Faust, di Taurus, di Madre e figlio e dell’Arca Russa (girato, quest’ultimo, all’Ermitage di San Pietroburgo e celebre anche per essere un unico, mirabolante piano sequenza di 96 minuti). Il racconto di Francofonia, in parte collocato temporalmente durante l’occupazione nazista in Francia, si incentra sulla rivalità/complicità tra due uomini, il direttore del Louvre Jacques Jaujard e il conte Franz Wolff-Metternich, ufficiale incaricato di ispezionare il museo e traferirne alcune opere in Germania. All’interno di quella che nel film è solo un’esile trama, si intersecano altre vicende, compresa quella dello stesso regista, che sta cercando, in quello che è verosimilmente il suo studio, di realizzare il film che stiamo vedendo.

Con lento movimento della cinepresa, Sokurov si accosta così ad opere d’arte di grande bellezza e impatto nell’immaginario collettivo, consentendo allo spettatore di avvicinarsi e sostare di fronte a dipinti come La zattera della Medusa di Géricault, Ritratto di Dama di Leonardo da Vinci o l’immancabile (siamo pur sempre al Louvre) Monna Lisa; oppure alle enormi sculture egizie o elleniche; e in modo forse più intimo che dal vivo, in quanto raramente è dato di attraversare un museo di questo tipo senza che sia gremito di visitatori, e la nostra attenzione – pur concentrata e desiderosa di cogliere il più possibile – perde forse in gran parte quella capacità di abbandono e penetrazione che vorremmo di fronte a un’opera d’arte.

In questo contesto ciò è quasi impossibile: la cinepresa stringe fino a isolare tutto quanto non sia l’opera (e a volte solo alcuni dettagli dell’opera); la lentezza con cui incede è maestosa, solenne, e il nostro sguardo viene conquistato da questa disposizione emotiva e messo a suo agio nel compito di contemplare da vicino, nel buio e nel silenzio della sala cinematografica. (A parte il riferimento alla sala del cinema, è un po’ quello che accade al Faust di Sokurov quando si smarrisce nel volto di Margarete, e lo sguardo dell’uomo indugia con vertigine, per interminabili istanti, su quei tratti che desidera. E in quell’ennesima rivelazione della bellezza, Faust intravede anche se stesso, poiché grazie all’intervento di Mefistofele la ragazza è vittima dello stesso incanto).

Ed è proprio questo tipo di incanto ad interessare Sokurov anche in questa Sinfonia Francese – Napoleone, che compare come una macchietta nel film, è sì responsabile di essersi impossessato di alcune di quelle opere: ma che sia per egomania o sete di bellezza il dato non cambia, e il Louvre rimane ciò che è: un immenso contenitore d’arte realizzato da uno degli architetti preferiti dal regista, Pierre Lescot – ed è a quanto sembra il discorso d’ammirazione che a Sokurov preme più di altri. Il Museo del Louvre (come già l’Ermitage), ha nel suo grembo il frutto del genio degli artisti lì riuniti, coloro che da sempre ritraggono splendore e miserie della guerra, della carestia, dei miti, celebrando questi eventi nella misura in cui li temono o li desiderano. Durante la Seconda Guerra Mondiale sono accadute crudeltà pari se non peggiori alle molte lì rappresentate, e il sospetto (forse la certezza) è che il meccanismo che muove la grande volontà distruttiva della nostra specie continuerà nonostante il monito, e il riscatto dell’arte sarà sempre più dispendioso non solo in termini di vite umane, ma di tempo e di spazio per contenere tutta la bellezza di cui abbiamo bisogno per sopportare il destino al quale andiamo inesorabilmente incontro.