Il “Fuori” deleuziano nella diegesi nomade di “Noi siamo altri” di Marco Palladini ⥀ Il deserto de-costituente

Antonino Contiliano recensisce Noi siamo altri (ZONA, 2025), l’ultima opera del poliartista Marco Palladini

 

Leggendo il titolo dell’opera Noi siamo altri del poliartista Marco Palladini e osservando la coesistente immagine di copertina – un visionario in posa leniniana, il vestiario, il berretto, il braccio, il dito verso un orizzonte possibile di prossime idealità e rotture – è inevitabile, e non silenzioso, il raffronto con l’iconografia di Lenin. Il protagonista della rivoluzione comunista dei soviet e simbolo di riferimento per tutti i soggetti che nel Novecento ne hanno agito la passione politica. Tuttavia, l’analogia è subito disattivata: la postura non rimanda più al potere costituente del capo rivoluzionario, bensì al suo rovesciamento critico, all’avvio di un’altra ricerca. Noi siamo altri (ZONA, Genova 2025) si presenta infatti come un palinsesto esistenziale errante, un archivio nomade di esperienze e riflessioni che attraversano un’intera vita e i suoi “altri” possibili. Lo stesso autore chiarisce e avverte che tanto l’“Io” quanto il “Noi” sono “finzioni”, e che ricordare significa anche inventare, immaginare, costruire figure in cui “vedendo noi stessi, vediamo altri da noi”.

 

Marco Palladini

 

È in questo scarto – tra il soggetto e il suo doppio, tra memoria e invenzione – che si innesta il filo deleuziano del “Fuori”. L’esistenza, qui, è differenza che si differenzia: una forza che dispiega le proprie intensità estetiche e politiche nello spazio immanente dei corpi e della loro resistenza all’oblio. L’oblio, infatti, non è dimenticanza o rimozione ma il luogo di una rimemorazione in cui, contratti, coesistono passato, presente e futuro. Una memoria in cui scrivere un nuovo palinsesto. Il palinsesto diviene così una figura rizomatica, una superficie d’iscrizione di eventi eterogenei, dove la narrazione non rappresenta ma attraversa, non ordina ma connette. Il Fuori non è un altrove, ma il piano stesso dell’immanenza dove i vissuti si piegano e si riarticolano: una narrazione nomadica, in continuo spostamento fra soglie e faglie di tempo e di soggetto. Lo stesso Palladini, per ricordarne la nota, ci avverte che il suo tessuto è un palinsesto che copre l’arco di un’intera esistenza.

L’indice stesso dell’opera – da Marx può aspettare, la schizofrenia no; A colloquio con mio padre; La mia avventura giornalistica a “Paese Sera”; Teatro come campo di battaglia; […] a Note di sconclusione – testimonia questa pluralità di direzioni e di intensità. Ogni racconto è una linea di fuga e di gravità, un frammento che prolunga il divenire di un “noi” aperto, non sintetizzabile. Il Fuori, inaugurato emblematicamente dal racconto d’apertura Marx può aspettare, la schizofrenia no, è l’orizzonte da cui i personaggi e le voci emergono: spazio d’esteriorità irriducibile che investe la diegesi e ne impedisce la chiusura identitaria.

La schizofrenia come immagine del Fuori (forse anche il richiamo all’opera Mille piani. Capitalismo e schizofrenia di Deleuze/Guattari), nel libro di Palladini è però quella relativa alla follia del fratello Luciano. La follia che non rappresenta una patologia o un disturbo psichico analizzabile nei termini dell’edipica triade del metodo di Freud, ma una forma di resistenza e memoria tutt’altro che parametrabile. Resistenza e fuga dai dispositivi che deterritorializzano e riterritorializzano le individualizzazioni e le soggettività in ogni contesto pre-modellato, producendo un inconscio riconducibile alle ragioni normalizzate e al controllo di certe pratiche di potere coi loro dispositivi di internamento e cure medicalizzate. In parallelo con Deleuze e Guattari, Palladini, infatti, la assume come condizione-limite del desiderio deterritorializzato, in grado di connettere biografia, storia e linguaggio (per inciso). Il “Lenin” della copertina – rovesciato e ironizzato – diviene allora la figura di un fuori del potere, un simulacro postumo che segnala la crisi dei fondamenti, la fine di ogni teleologia rivoluzionaria e la sopravvivenza, dentro le rovine del Novecento, di un desiderio di trasformazione che non ha più un’origine, né un centro né meta, ma un dehors che si differenzia. Un divenire altri/altro i cui termini sono una relazione eterogenea dai confini dilatati, e una esteriorità irriducibile alle cose della logica: il Fuori deleuziano (beninteso, per chi scrive, è il dehors in funzione dei testi narrativi dello scrittore romano e delle sue intensità). Un narrare avanti e indietro con la presenza rammemorante della durata dei ricordi, e provenienti da uno spazio-tempo esterno percorso per analogie e anomalie, di cui le tracce si qualificano per continui rimandi, non può ridurre l’esterno esperienziale degli eventi alla coscienza interiore o/e alla rappresentazione di una visione teleologica che impacchetta il tutto in un sistema di fondamenti e di ordine. Il dehors di Palladini ne ha fatto deserto.

Il “deserto” (evocato dal titolo del nostro saggio) è precisamente questo luogo di residua intensità: lo spazio in cui l’Io e il Noi si spogliano delle loro pretese costituenti e restano come tracce, frammenti di forze impersonali. La narrazione palladiniana procede così “avanti e indietro” nel tempo, secondo una dinamica di rimandi, interferenze, ritorni: un montaggio che, lungi dal ricomporsi in un ordine, esprime la coesistenza di caos e di senso, di memoria e oblio. Il “Fuori” si manifesta allora come campo d’immanenza in cui il soggetto si disfa, si moltiplica, diventa processo più che identità.

In questo attraversamento del deserto, la scrittura di Palladini si avvicina a una parresia foucaultiana, un dire genealogico e libero che interroga la propria epoca, ne disfa i codici e ne assume la vulnerabilità come forza critica. L’intera opera – da Marx può aspettare, la schizofrenia no fino al Dialoghetto tra un pacefondaio e un realista scettico – testimonia questa volontà di esporsi, di dire il vero non come fondamento ma come gesto. Il Fuori deleuziano e la cura di sé foucaultiana coincidono, nel linguaggio di Palladini, come due figure del divenire: un sé sempre in rapporto con l’alterità, una soggettività che esiste solo nel suo disfacimento.

La poesia Quello che resta del padre (che riproduciamo per intero) incarna in forma lirica e simbolica il nucleo di questo processo de-costituente: la poesia come figura del deserto de-costituente:

Quello che resta del padre
è il mesto sorriso di addio
di un potere costituente che non è più

Quello che resta del padre
è il muto deserto di dio,
l’abisso silente ove sprofonda il senso

Quello che resta del padre è
il figlio che percorre il cammino
sapendo che arriverà da nessuna parte

Quello che resta del padre
è l’insistere a voler adorare
quello che non si sa comprendere

Quello che resta del padre
è il sospetto che non ci sono innocenti
e che amare è già fare il male

Quello che resta del padre è
il corpo non glorioso del dolore,
l’immedicabile enigma dell’esistere

Quello che resta del padre
è l’ordine del disordine,
il sacro caos che ci spinge a credere

Quello che resta del padre
sono i ricordi che abbiamo dimenticato
sono le certezze che non abbiamo avuto

Quello che resta del padre
è allora resistenza.al vivere
e resa all’assurdo del vivere

Quello che resta del padre
è la menzogna di ciò che siamo,
la verità di quello che vorremmo essere

Quello che resta del padre accoglie
il cielo carico di nuvolame che promette
un mare tempestoso, rauchi soffi di libeccio
gonfiano le vele e schiaffeggiano la costa
Dove trapassa il porto i carriaggi dei secoli
le navi sfidano i nembi gelidi, le onde terribili
l’argentea ovatta della nebbia segna il confine

Quello che resta del padre tentenna
e ci si domanda: quando il creato è increato?
il precipitato geologico della storia
racconta fole sulla matrice tettònica del mondo
bollenti satire e ossami infissi nel travertino
gli dèi oggidiani hanno il fiato corto del mattino

Quello che resta del padre è la messa in scena poetica della dissoluzione del principio, dell’origine e dell’autorità. Tutta la sua architettura anaforica (“quello che resta del padre…”) costruisce una topologia del resto, in cui il padre – e con lui ogni figura del potere costituente – sopravvive come traccia spettrale, eco di una legge senza più legge. Il “padre” è l’elemento che si consuma e lascia dietro di sé solo la materia del linguaggio, il suo moto residuo e necessario. Il suo ritmo dilatato, emblematico, anaforico è – crediamo – un esempio matriciale d’insieme del “Fuori” delle narrazioni del libro di Marco Palladini.

Nel suo ritmo lento e meditativo, la poesia attraversa il deserto del post-padre: un territorio dove le genealogie (familiari, politiche, divine) si sono frantumate e il soggetto procede “sapendo che arriverà da nessuna parte”. In questa consapevolezza, la voce poetica diventa essa stessa dispositivo del Fuori: tenta di nominare l’assenza, di far parlare il silenzio che resta dopo la caduta dei fondamenti. L’ordine del disordine, il sacro caos, l’abisso silente sono le figure del deserto de-costituente in cui l’io poetico continua, pur nella resa, a resistere.

Così, quando il testo si apre al paesaggio naturale – mare, libeccio, nembi, nebbia – il mondo stesso diventa metafora del divenire senza origine: “quando il creato è increato?”; dov’è infatti il taglio che separa? dove il fondamento!

È in questa domanda che si compie la visione palladiniana del Fuori: non trascendenza, ma immanenza del mutamento, luogo in cui il linguaggio, spogliato di ogni fondamento, continua a generare senso nel suo stesso svuotamento. La poesia, allora, è il sigillo di un pensiero che accetta l’assurdo (?) come condizione del vivere, e sì che nel deserto trova non la fine, ma la possibilità di un nuovo inizio nel linguaggio e in una scrittura altra: deraglianti. I due, in fondo, sono sempre in relazione come corporeità estranee o eterogenee fra loro.