Piccolo testamento è la storia di un giovane che una notte, alla vigilia di un giorno per lui molto determinante, si sveglia senza più riuscire a prendere sonno, vaga per l’appartamento in cui abita, pensa al suo passato più o meno recente, e dopo un paio d’ore torna a coricarsi.Laddove intendiamo il romanzo come un luogo articolato in sottoluoghi in cui uno o più caratteri mutano e si trasformano oppure guadagnano in conoscenza, allora ha ragione chi ha visto nel progetto di Dadati un “fallimento” (benché poi proprio nel fallimento individui la “bellezza” del romanzo).
Ma si consideri comunque che qui il protagonista (cioè Dadati stesso) è in effetti alla ricerca di qualcosa, dal momento che – nonostante la ritrosia del carattere, celata sotto un linguaggio anodino – egli vuole giungere ad almeno due consapevolezze.
Penso, infatti, che più che un canto dell’“assenza”, la storia si configuri come un diario personale. Diario sì breve, incompleto, reticente; ma alla fine di quella notte il giovane senza nome saprà pienamente e compiutamente di essere vivo, nonostante tutto, e di essere capace di sé e del proprio futuro.
Piccolo testamento è davvero un’opera molto intimista, nonostante l’oggetto (il caro morto, la mancanza) appaia come esterno alla coscienza del narratore, e inoltre la narrazione giunge anche a essere in sé commovente, a dispetto di una forma tanto curata e cesellata.
E infatti mi trovo nell’imbarazzo di voler dare all’autore due consigli contrapposti. Al Dadati teorico e attento censore dei costumi espressivi della nazione, il consiglio è di continuare così, poiché questo romanzo va letto anche come tappa significativa di un importante e proficuo percorso critico.
Al Dadati romanziere, invece, consiglierei di essere più indulgente con le possibilità della lingua nel suo complesso e con le possibilità della narrativa in particolare; insomma di sentirsi più libero tenendo conto che è la troppa politezza a far correre il rischio alla pagina di restare fredda. In un certo senso sarebbe auspicabile, per esempio, usare più “quasi” e meno “pressoché”, prestando maggiore attenzione anche ai ritmi della prosa.Lorenzo Biagini

