Genealogie sradicamenti ricognizioni di Camilla Marchisotti (Prima parte) ⥀ Passaggi

La rubrica Passaggi continua la sua esplorazione nel campo della prosa breve ospitando la prima parte di Genealogie sradicamenti ricognizioni, raccolta di prose brevi scritte da Camilla Marchisotti (qui la Seconda parte). L’editoriale della rubrica può essere letto qui

Illustrazione generata tramite Wombo Dream a partire da alcune frasi delle prose di Camilla Marchisotti, 2021.

 


 

Genealogie sradicamenti ricognizioni (Prima parte)

 

 

28.7.

Il testo è assente

 

 

 

29.7.

In Place de Narbonne, ad Aosta, incontriamo un vecchio che si trascina dietro un carrellino, di quelli che usano spesso gli anziani per fare la spesa. Tutto attorno a noi, e presumibilmente anche sotto i nostri piedi, ci sono le rovine romane. Per visitare il foro, però, ci vuole il biglietto. La vecchiaia è qualcosa che si visita; la vecchiaia è qualcosa che si trascina (Foscolo, In morte del fratello Giovanni: «La madre or sol, suo dì tardo traendo»; Petrarca, Movesi il vecchierel canuto e bianco: «indi traendo poi l’antico fianco / per l’estreme giornate di sua vita»). Il vecchio è il signor Di Tommaso, professore di mia madre al biennio del liceo sperimentale. Insegnava italiano e latino. Ha 82 anni, è da tempo in pensione e ora si «diletta con la ricerca storica», che è una «cosa che riempie». Cito tra virgolette per salvare quel verbo, «riempire», associato alla storia, cioè allo studio delle cose del passato. Il passato riempie, il futuro…? Le cose del passato possiedono due qualità agli opposti, contemporaneamente si affastellano e si sfaldano. Cosa si porta dietro, il professor Di Tommaso, nel suo carrellino chiuso? Non chiedo. Il professore racconta che i suoi ultimi allievi, alla fine dell’anno, gli hanno regalato un orologio a cipolla, con la catenina, di quelli che si mettono nel taschino. Dice: «la cosa più bella della mia vita», «non lo scorderò mai». Mi sorprende che non lo trovi un regalo crudele.

Ad un certo punto, l’orologio non tiene più il conto del tempo che passa, ma del tempo che manca. Non aggiunge, ma toglie: ad un certo punto smette di accumulare minuti, e inizia a fare il conto alla rovescia. Quando? Questo testo ha una durata programmata di circa due ore, e verrà scritto dalle 15.47 alle 17.54, durante un viaggio in treno da Torino Porta Susa a Bologna Centrale. Questa si chiama contrainte (costrizione, obbligo); gli scrittori membri dell’Oulipo se ne imponevano tra le più svariate (esempio: scrivi un testo senza la lettera e). Alle 17.54, questo testo verrà inderogabilmente interrotto. Non ci sono modi di evitare le fini, ma esistono degli esercizi per renderle meno arbitrarie, e controllarle – scrivere è tra questi? Ora guardare dal finestrino significa perdere tempo. Rispondere al cellulare, pensare ad altro. Verificare una citazione su Google, lo spelling di una parola su cui si è incerti: perdere tempo. Distrazioni, disturbi, interferenze: la vicina di posto rumorosa che fa una chiamata di lavoro; due coppie di amici che chiacchierano, impazienti di arrivare a Napoli; gli annunci della voce preregistrata in italiano e in inglese; l’imbarazzo di scrivere in pubblico. Il collo tenuto troppo inclinato fa male, gli elastici della mascherina tirano alle orecchie. Tutto questo nel testo non c’è, ma lo influenza.

Una volta salutato il professore, in piazza Chanoux, all’imbocco di via De Tillier, mia madre dichiara: «Come sono vecchia». Contiamo gli anni con le dita. Il professor Di Tommaso aveva meno di quarant’anni quando fece una promessa ad una classe di prima liceo, tra cui c’era anche lei: «Vi prometto che alla fine dell’anno, ciascuno di voi saprà scrivere». Li fece esercitare su varie tipologie di testo; insegnò, tra le altre cose, come si fa una descrizione. S. M. – «che era bravissima» – descrisse nei minimi dettagli una penna stilografica Aurora, e lo fece con una precisione che la mamma, emozionata, ancora si sente di definire «eccezionale». S. e P. erano le amiche di mia madre. Da qualche anno, hanno creato un gruppo Whatsapp. A volte si scrivono, più raramente si vedono. Mi è stato raccontato di un pranzo, svoltosi circa due anni fa a casa nostra. Dopo mangiato, S. si è sentita male ed è svenuta sul divano. Non so che faccia abbia S., non so che faccia avesse. Cerco di immaginare il suo corpo di signora di mezza età disteso sul mio divano in salotto. Come descriverlo? Vedo le gambe leggermente scomposte, scoperte dalla posizione orizzontale; il bordo del vestito si è spostato e non è stato messo a posto (un corpo morto, o svenuto, ha sempre qualche cosa di scandaloso), vedo le vene varicose sulle gambe ancora magre, così come sono magre le caviglie, e poi quelle macchiette marroni della vecchiaia, impercettibili, color caffelatte. Mi fermo perché mi rendo conto che sto descrivendo il corpo di mia madre. Immagino allora solo i contorni del corpo di S., steso sul divano in salotto. Dentro, dove dovrebbe esserci il corpo, ci sono altre cose mischiate: alle elementari, diedero come compito a casa un tema, la cui consegna era: «Descrivi il tuo migliore amico». Mia madre ingenuamente scrisse: «La mia migliore amica è S. M., e io le voglio tanto bene, anche se è la figlia di un operaio».

 

 

 

 


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Camilla Marchisotti
Illustrazione generata tramite Wombo Dream a partire da alcune frasi delle prose di Camilla Marchisotti, 2021.