Get Your Knee Off Our Necks:

è la classificazione etnica che non ci fa respirare!

e allora invochiamo la Madre

 

Che cos’è che non ci fa respirare? Il reverendo Al Sharpton sembra non avere dubbi. Nella sua prima eulogy per George Floyd, avvenuta il 4 giugno a Minneapolis, a cui ha poi fatto seguito una seconda a Houston, Texas, dove si è dato l’ultimo saluto alla vittima nella sua città natale, ha incendiato la platea, e conquistato le headlines della CNN e testate giornalistiche televisive, dicendo che la storia di Floyd è la storia dei neri in America, soffocati da un ginocchio bianco che preme contro il loro collo. Un ginocchio che preme indistintamente contro il collo dei neri, anche sui suoi più illustri e famosi rappresentanti. “Michael Jordan, parafraso Sharpton, ha vinto tanti titoli NBA, eppure voi avete voluto mestare nel torbido – alludendo alla sua nota vocazione per il gioco d’azzardo che nei primi anni ‘90 gli procurò molta attenzione mediatica, con il sottotitolo scandalistico che potesse scommettere sulle partite giocate – e questo, scandisce il reverendo, perché avevate un ginocchio sul suo collo. Lo stesso avete fatto con Oprah Winfrey, regina dei talk-show e punto di riferimento per molte casalinghe bianche, mettendone in discussione la moralità, proprio perché dovevate avere un ginocchio sul suo collo. E così avete fatto pure con un uomo cresciuto dalla sola madre, che provvede con successo alla propria istruzione fino a brillare di luce propria e diventare il Presidente degli Stati Uniti d’America – con un crescendo di risposte incitanti degli astanti quando si capisce che sta parlando di Obama – eppure, continua il reverendo, avete dovuto chiedergli il certificato di nascita – come fecero alcuni repubblicani per delegittimare la sua elezione a presidente, poi ripresi platealmente da Trump mentre conquistava il consenso del partito – proprio perché dovete sempre metterci il ginocchio sul collo. Get your knee off our necks, conclude Sharpton, e noi saremo quello che vogliamo essere”.

Io non sono così convinto che il ginocchio che non ci fa respirare sia quello della “linea del colore” posta in questi termini. Di linea del colore, parlava argutamente W. E. Du Bois all’inizio del secolo scorso, primo afroamericano ad ottenere un dottorato ad Harvard, prevedendo che quello dell’ingiustizia razziale in un regime di formale uguaglianza razziale sarebbe stato il problema del XX secolo. In nome di questa linea del colore, Michael Jordan diventa uguale a George Floyd, che faceva il camionista e non aveva firmato contratti milionari con la Nike. Da un certo punto di vista, che è quello cui allude Du Bois, Jordan e Floyd lo sono uguali, quando la stella dei Chicago Bulls venne giustamente criticata per aver detto la frase “anche i repubblicani comprano gli sneakers”, con cui faceva intendere che non avrebbe offerto, come chiestogli dalla madre, il suo sostegno pubblico al candidato democratico, l’afroamericano Harvey Gantt che nella sua North Carolina si fronteggiava con Jesse Helms tacciato varie volte di razzismo, che poi si aggiudicò la vittoria elettorale per il seggio senatoriale. Ci si aspettava che Jordan avrebbe legittimato la linea del colore, per cui lui nero doveva stare dalla parte di un nero. E invece si rifiutò. Lo fece per meri interessi economici, per non pregiudicare la sua linea di scarpe della Nike. Cosa che rende la sua scelta moralmente riprovevole, anche perché, un suo sostegno pubblico al candidato democratico, vista la caratura del personaggio che nei primi anni ‘90 stava diventando un’icona mondiale, gigantesca, come testimoniava la sua effige al centro di Barcellona durante le Olimpiadi del ’92; una sua semplice partecipazione ad un rally democratico e qualche parola di occasione sarebbe magari bastata per non eleggere un razzista. Ma Michael Jordan, come anche reso evidente dalla serie in dieci puntate, The Last Dance, sulla sua ultima stagione giocata con i Bulls, uscita nel mese di aprile, non era tipo da scelte politiche particolarmente coraggiose: era solo, e non è poco, un fenomeno sul campo da gioco, il migliore di tutti i tempi. Se però, poniamo, la sua opposizione a dover per forza sostenere un candidato nero solo perché neri entrambi fosse stata motivata filosoficamente come necessità di delegittimare la sovranità della linea del colore, e quindi non riprodurla, allora la questione sarebbe stata completamente differente. Per spiegarmi, la prendo larga.

Quando trovai alloggio in una piccola stanza in un appartamento di una casa popolare a East Ham, nella periferia est di Londra, volli iscrivermi alla palestra del quartiere. Nel compilare i moduli per l’iscrizione, la segretaria mi chiese: “What is your ethnic identity?”. Rimasi un po’ interdetto. Mai nessuno mi aveva prima chiesto quale fosse la mia identità etnica, mentre dalla spigliatezza con cui la segretaria me l’aveva posta, era evidente che per lei si trattava di normale amministrazione burocratica. Bofonchiai qualcosa, poi a un certo punto dissi: “well, I was born in Italy”. Per lei era una risposta: “italian” da barrare nel formulario.

In realtà, io avevo problemi a definirmi italiano. All’epoca, a chi mi chiedeva, intuendo dal mio accento, avevo iniziato a trovare un modo ironico ma significativo: “post-italian”, proiettato al futuro. Come tutti coloro che hanno a che fare con l’alterità in famiglia, nel mio caso, mio padre nato a Panama, ci sono stati più o meno gravi episodi di discriminazione che ho subito crescendo come l’unico relativamente diverso del gruppo. A volte, qualcheduno per offendermi mi chiamava “negro”, specialmente i tifosi delle squadre avversarie contro cui giocavo da adolescente a pallacanestro, che per intimidirmi, anche se sporadicamente, ricorrevano al solito stupido epiteto. Quando poi sono diventato amico di ragazzi o uomini neri e ho condiviso con loro queste esperienze, tutti loro hanno strabuzzato gli occhi, dicendo: “ma tu mica sei nero!”. Una volta, già a Londra, mentre mi recavo a sera inoltrata a casa di un amico nel quartiere New Cross dietro la Goldsmith University, un uomo nero, vestito molto appariscente, che io avevo salutato trovandomelo dall’altra parte del marciapiede di una strada deserta, rispose al mio saluto, con “hello whity”, ovvero l’insulto razzista che i neri riservano ai bianchi, e che potremmo tradurre con “bianchetto”. Sempre in Inghilterra, questa volta a Durham, la mia alma mater, uno studente abbastanza alticcio, forse neanche ventenne, mi chiamò “paki bastard” per strada. E questa classificazione asiatica, al netto dell’insulto razzista, era quella che più di ogni altra mi conferivano, insieme, i bianchi britannici e gli asiatici musulmani, i quali, vuoi per la mia barba, vuoi per il mio colore olivastro della pelle, mi salutavano frequentemente con “assalamualaikum”, sia che queste persone indossassero vestiti “religiosi” sia che non, a cui, per rispetto nei loro confronti, avevo preso a rispondere “alaikum salaam”. Quindi quale era la mia “ethnic identity” se gli italiani mi prendevano per “negro”, i neri per “bianco” o “bianchetto”, i bianchi e asiatici britannici per “paki bastard”, quando volevano insultarmi, o per un “fratello musulmano”, quando mi auguravano che la pace fosse con me? Dove stava la crocetta da apporre che rendesse giustizia al mio caso?

È con un po’ di preoccupazione che oggi guardo al diffondersi di questo sistema di categorizzazione presunta etnica anche in Italia, soprattutto tra gli anti-razzisti. Ho letto un post del cestista Marco Belinelli, talentuosa guardia tiratrice dei San Antonio Spurs, recitare “sono un bianco caucasico […] e non voglio rimanere zitto mentre la mia gente nera combatte per i propri diritti”. Da quando è che a San Giovanni in Persiceto, paese natale di Belinelli, nella città metropolitana di Bologna, la gente ha preso a chiamarsi “bianco caucasica”? Un altro commentava l’articolo di Kareem Abdul Jabbar, ex centro dei Lakers, sul Los Angeles Times del 30 maggio, in questo modo: “eh no, caro Kareem. Io sono bianco e provo profonda vergogna per come i membri della mia razza abbiano trattato i neri”. Anche qui: da quando è che gli italiani parlano di razze? Sì, certo, c’è stato il vergognoso “Manifesto della Razza”. Ma da quando è che un’anti-razzista, come la posizione espressa dal commento, in Italia usa termini di razza bianca come fanno in America? Anche Diego Bianchi, nella penultima puntata di stagione del suo bel “Propaganda” su La7, ci ha svelato il suo amore per i neri in gioventù, dalle treccine, alla musica, fin quando poi dover realizzare, come passaggio alla maturità, di essere “bianco”. Davvero, Zoro: sei un bianco? Così anche Zerocalcare, nel commentare le manifestazioni I Can’t Breathe che ci sarebbero state il 6 e 7 giugno in Italia ha detto, nella medesima puntata, che adesso “noi bianchi dobbiamo metterci da parte e ascoltare”. Anche tu, Zerocalcare, da quando è che ti definisci “bianco”?

La risposta, per tutti questi casi, ce l’avrei: da quando si è assunto il modello anglosassone, cioè britannico e americano, nella catalogazione e differenziazione fenotipica secondo la linea del colore, per cui ognuno deve avere una propria crocetta da apporre in qualche casella, in qualche contenitore, guai a rimanerne fuori: non si avrebbe una propria identità da rivendicare. Ma la verità è che rimanere fuori dalla casella, out of the box, è la posizione migliore in assoluto per guardare il tutto.

Se Bob Marley non fosse stato figlio di un uomo bianco che lo aveva abbandonato, e se questo non lo avesse reso diverso dai suoi amici giamaicani, che lo discriminavano per essere più chiaro di loro, probabilmente non avrebbe scritto, non tanto la canzone, quanto la proposta politica dello One Love. Era perché stava fuori da quelle caselle imposte da un sistema che voleva che quelle caselle fossero rivendicate come identità esistenti, e non inventate per inventariamento burocratico da chi pone se stesso al comando, che riusciva a vederle tutte, non una sola, a sentirle tutte, non una sola, a riconoscerle tutte, non una sola, e voleva abbracciarle tutte insieme in un solo movimento di apertura del petto.

Quel sistema di classificazione dell’uomo sull’uomo non è infatti né innocente né neutrale. È pensato dall’uomo bianco dallo schiavismo in avanti, perfezionato nel sistema amministrativo del potere coloniale, secondo la logica del divide et impera, e poi camuffato da contabilità progressista nelle società multiculturali d’Occidente, per cui, grazie a quelle statistiche si tiene conto, per esempio, di quanti neri mandiamo all’università, quante donne musulmane ricevono cure ginecologiche, ma anche quante volte un nero viene fermato dalle forze dell’ordine, gli stop and search, a differenza di un bianco, qual è l’incidenza di mortalità da covid dei neri e minoranze rispetto ai “bianchi caucasici” e così via. I progressisti, è in base a queste statistiche che possono argomentare sul razzismo sistemico e istituzionale di una determinata società, come sta accadendo esattamente in questo momento, dove sotto scrutinio è la sproporzione della popolazione afroamericana in carcere e vittima della brutalità della polizia. Ma come si può combattere il razzismo utilizzando quegli stessi strumenti analitici, sussunti dalla linea del colore, attraverso cui il razzismo ha amministrato se stesso dallo schiavismo ad oggi? Come possiamo interromperlo se ne reifichiamo il modo di pensare?

Così se Jordan avesse fatto un ragionamento di questo tipo anziché dire quell’orrenda cosa che ha detto, e cioè che lui vuole i soldi di tutti, anche dei razzisti, avrebbe tolto argomenti decisivi ad Al Sharpton in ragione dei quali non avrebbe più potuto suggerire che lui e George Floyd sono uguali. E tutti loro sarebbero uguali a Obama. Non sono prive di conflitto di interessi le parole di Sharpton per Obama, di cui è stato un consigliere durante il mandato presidenziale. Ed è stato desolante vedere che all’evocazione di Obama, la folla ha come esultato, anziché riconoscere nel “black president” colui che non ha fatto nulla per risolvere il problema della brutalità della polizia e delle condizioni di vita delle minoranze che in lui riponevano speranze. Ma la tesi giustificazionista di Sharpton è che anche Obama subiva il ginocchio dell’uomo bianco, essendo presidente…

Contraddizione, questa sì, che pesa nel collo di Sharpton e gli permette di formulare una conclusione di cortissimo respiro. Dopo aver detto che il tempo è cambiato se una ragazzina bianca, arrivando a Minneapolis, lo ha tirato per la giacchetta e gli ha detto “no justice no peace” con il pugno alzato, mentre tanti anni fa nella stessa città una donna gli aveva detto “go back home nigger”, e se ci sono manifestazioni dove i bianchi sono di più dei neri, e se ci sono manifestazioni a Berlino, a Londra e in tutto il mondo, significa che veramente il tempo è cambiato, che ci troviamo nel bel mezzo di un’altra stagione ed allora: “io sono venuto a dirti, America, che il tempo è maturo per affrontare il problema del tuo sistema di giustizia criminale”…

Tutta questa tirata per una conclusione così misera? Solo questo vogliamo? Allora il problema non è più che non respiriamo, ma che non vogliamo proprio tornare a farlo.

Estremamente illuminante al riguardo è la trattazione dell’invocazione di George alla madre morta nei momenti prima di spirare sotto il ginocchio del poliziotto bianco. Cosa che ha colpito tutti. Mamme afroamericane che vedevano in George un figlio, e uomini duri che vedevano in quella capitolazione alla mamma una fragilità familiare. Lo stand up comedian Dave Chapelle, il 6 giugno, ha registrato, in edizione del tutto eccezionale, uno special in cui ha detto che quell’invocazione alla madre morta l’aveva sentita solo un’altra volta in vita sua, e riguardava suo padre, che nel letto di morte ha chiamato la nonna. Qui il reverendo, che confessa di chiamare la segreteria telefonica della madre morta solo per risentirne la voce, e che riconosce che le madri per chi come lui e George, neri in un mondo di potere bianco, sono la protezione verso il mondo esterno, perde un’occasione importante per dire qualcosa di storico. Ma non è colpa sua, diciamo. Lo è, più che altro, dell’istituzione religiosa che rappresenta, la quale, quando si parla di madre o dice cose scontate, come Sharpton, per cui George ha chiamato la madre perché l’ha vista che si stava appropinquando a lui negli ultimi istanti di vita, e sono adesso riuniti nell’aldilà; oppure non sa che dire.

L’Encliclica Laudato Sì di Papa Francesco è un esempio perfetto. Qui addirittura Francesco, che vuole rifarsi al Cantico delle Creature di San Francesco, di cui, da gesuita, ha impropriamente preso il nome, chiama la terra “sorella terra”, mentre Francesco, la chiama “sora madre terra”. Sorella Madre Terra, indizio di una rimanenza cultuale precedente al cristianesimo, e che vede nella terra di Assisi il passato di gloriose popolazioni come la umbra e l’etrusca che sapevano che cosa era questa “Madre” prima che i cristiani la sostituissero con il Padre e il Figlio. Un testo quello di Bergoglio che vuole convincerci, con il linguaggio dello scienziato, che non è vero che nella Genesi il messaggio di Dio all’uomo, una volta cacciato dal paradiso, sia “dominerai” sui pesci del mare, uccelli del cielo, dando il via alla distruzione di cui il capitalismo non è che la inevitabile conseguenza.

È stato salutato positivamente l’intervento del Papa sul dibattito del cambiamento climatico, ma io non ci vedo nulla di interessante in quel testo, ci vedo anzi l’irresistibile inadeguatezza della Chiesa al tempo presente. Inadeguatezza che si è resa manifesta in tutto il suo clamore durante i giorni di marzo della pandemia, quando in Italia la crisi sanitaria era al massimo. Bergoglio è stato ripreso, in una Roma deserta, mentre si recava alla chiesa di San Marcello al Corso per pregare di fronte al “crocifisso miracoloso”, che si dice abbia liberato Roma dalla peste del 1522. Cinque anni dopo, però, Roma sarebbe stata invasa dai lanzichenecchi… Fatto sta che questo crocifisso miracoloso è stato portato qualche giorno dopo in una Piazza San Pietro vuota, sotto un cielo plumbeo, per la benedizione “Urbi et Orbi” del Papa. Anche qui i media hanno ritratto l’evento come senza precedenti, l’immagine di Bergoglio che incede per raggiungere il podio sotto presagi di temporale come molto suggestiva, quasi un set di The Young Pope di Sorrentino, e che parla della grandezza di un Papa di fronte alla difficoltà del tempo presente. Ma nessuno di quelli che esaltava le sue parole “nessuno si salva da solo” o “ci siamo pensati sani in un mondo malato” ha voluto mettere in risalto la sinistra coincidenza che mentre accadeva l’Urbi et Orbi, esattamente quel giorno, il 27 marzo, si registrava il numero più alto di decessi ufficiali mai registrato in Italia durante la prima ondata dell’epidemia, quasi mille, e nessuno, tra questi che osannavano le parole del Papa, faceva sapere che quel povero crocifisso in legno, rimasto sotto la pioggia per ore, durante la preghiera, si è danneggiato irreparabilmente. Una catastrofe in tutti i sensi, che mostra l’irresistibile inadeguatezza della chiesa di Cristo, in tutte le sue forme e confessioni, di fronte alla fine del mondo causata dal mondo che la chiesa di Cristo, figlia del patriarcato ebraico, ha introdotto: un mondo per cui la scienza adotta la concezione della storia come linea retta del cristianesimo, per cui prima c’era il paganesimo, poi la venuta di Cristo e infine la vita eterna; per la scienza, ciò è la visione errata della superstizione del passato che la ricerca scientifica del presente sconfessa in funzione del progresso del futuro. Questa è la ragione per cui il Papa, quando vuole confrontarsi con il mondo contemporaneo, parla come un postdoctoral researcher, come nella Enciclica Laudato Sì, e non come il capo di un movimento spirituale, a proposito di respiro…

Così come non si può combattere il razzismo con gli strumenti che il razzismo ha inventato, così non si può superare il capitalismo con ciò che ha dato al capitalismo la sua legittimazione a violentare la Terra, ovvero il cristianesimo. Qualsiasi proposta formulata in questo seno ha la sindrome del respiro corto.

Serve invece un respiro lungo, un vero e proprio richiamo spirituale. E questo lo troviamo, guarda caso, in quel gruppo che Sharpton ha dimenticato nella sua elogia. Con riferimento all’incontro di agosto in cui si festeggeranno i 57 anni del discorso I Have a Dream di Martin Luther King alla marcia per i diritti civili di Washington, Sharpton ha detto che quest’anno si renderà tributo lanciando una campagna che faccia davvero grande l’America, parafrasandogli contro lo slogan di Trump, per tutti e con tutti quelli per cui l’America non è mai stata grande, come “i neri, i latini, le donne, ed altri”. Intendeva con gli “altri” gli indiani d’America? Ma non dovrebbero essere loro i primi ad essere nominati quando si parla di popolazioni per cui l’America non è mai stata grande? Per loro infatti l’America è stata una dannazione, l’inizio della dominazione, continuamente celebrata con le statue e feste di Cristoforo Colombo che solo ora vengono abbattute. Non doveva Sharpton riferirsi a loro in primo luogo, accanto, se non prima, ai neri, latini e donne? Solo più avanti, nei saluti finali, ricorderà la presenza di Clyde Bellecourt, leader storico e fondatore del Native Indian Movement, nativo di Minneapolis.

Ecco che in questa invocazione della madre dovremmo cogliere un’indicazione che vada oltre la storia personale di George Floyd e che interpreti il momento storico in cui questa avviene. Sharpton, riferendosi alle misteriose vie di Dio, dice che Dio ha voluto che noi fossimo costretti a stare in casa e a non avere i campionati di baseball, basket e football per distrarci, affinché tutti vedessimo cosa è accaduto a George, non potessimo far altro che vederli tutti quegli 8 minuti e 46 secondi in cui supplica per la vita sotto il ginocchio di Dave Chauvin, con le mani in tasca, e che vedessimo tutto questo per una ragione. La stessa che ha dato una eco mondiale a quella morte, con le manifestazioni in ogni angolo del pianeta. Questa ragione, sostengo io, va rivista in quella mamma sospirata da George. E non può che essere la Madre Terra che ha iniziato a parlarci chiaramente con la pandemia covid-19 di come noi umani, specialmente occidentali e occidentalizzati, non possiamo più andare avanti come viviamo.

Occorre pensarci One, come diceva Bob Marley, per dare le risposte che Madre Terra ci ha chiesto. E One non significa solo superamento del razzismo. Ma anche unione con la Terra, la sua pancia, il suo cuore pulsante. Pensiamoci bene, quest’anno. Il 21 giugno, il solstizio estivo, quando la Terra dà i suoi frutti, deve essere l’inizio di questa coscienza nuova. Che poi nuova non è, bensì antichissima. Una coscienza che i popoli indigeni d’America, d’Oceania, d’Africa, d’Asia ancora custodiscono e sono loro che devono diventare i nostri punti di riferimento. Dobbiamo ascoltarli seriamente, non ignorarli, come nel discorso di Sharpton. Ma non bisogna andare così lontano. Nelle nostre terre d’Europa questa consapevolezza e questo culto della Madre Terra è ancora visibilissimo, nei circoli di pietre di Stonehenge, per esempio, ma anche nelle clamorose opere sotterranee e astronomiche degli etruschi e sardi e non solo, nei resti archeologici di tutta l’area egeo-anatolica, in tutte le feste di paese di maggio e primavera, omaggio alla fertilità della terra, che solo dopo, e con molta fatica, il cristianesimo ha rinominato a questo o a quel santo o alla Madonna.

Non pensate che questo che propongo sia New Age. I New Age sono parte del problema, non la soluzione. Non hanno assunto la coscienza dello One, bensì riproducono, a loro modo, la linea del colore, quando facoltosi americani o europei o occidentali si recano in Amazzonia per avere esperienza dell’ayahuasca, e alcune comunità, come nel caso dell’Ecuador e Perù, ed altre, che mai hanno avuto un rapporto tradizionale con questa erba, iniziano ad averlo ai fini di questi turisti.

No, qui si tratta di vedere gli spazi del proprio quotidiano secondo un’ottica totalmente diversa, quella dei nostri antenati, preistorici e antichi, visto che il culto della Grande Madre è un culto neolitico di origine paleolitica, e che quindi è stato tra noi per lunghissimo tempo, infinitamente di più del patriarcato, nel cui seno nasce il cristianesimo e l’occidente. Questo culto è ancora presente in noi, nonostante i millenari tentativi di azzittirlo. Si tratta solo di riscoprirlo.

Questo solstizio estivo, e magari dal 21 al 24 giugno, giorni in cui il sole sembra fermarsi per poi tornare indietro, e che i nostri antenati celebravano ritualmente, svegliamoci presto per vedere l’alba, andiamo in qualche posto particolare, meglio se di mano antica, per ammirare il tramonto. Non lasciamolo andare. Accogliamolo affinché ci alleni a vedere diversamente il nostro anti-razzismo e ci suggerisca come meglio articolare il nostro meticciato originario* da qui in avanti secondo il fiato della Terra, in accordo armonico con il respiro della vita. Decliniamo politicamente questa rinnovata unità con il nostro ritmo interno quale termometro del cosmo. Se Du Bois diceva, anche ossessivamente, che il problema del XX secolo sarebbe stato il problema della linea del colore, noi, nel XXI secolo, dobbiamo risolverlo così.

*NB: L’idea di “meticciato originario” è stata resa celebre, in antropologia da Jean-Loup Amselle, nel suo Logiche Meticce (Bollati Boringhieri, 1999), in opposizione alla tendenza, definita da “raccoglitori di farfalle”, degli etnologi ed amministratori coloniali che hanno estratto tipi antropologici “puri” quando invece sussisteva la continuità delle forme socio-culturali. Il meticciato originario si pone come potenza informe delle differenze e della differenziazione, fondo comune, e spesso negato, di tutte le differenze stabilite in atto, le identità agite, e al cui terreno è necessario piantare una politica rivendicativa che si ponga l’obiettivo del superamento del razzismo, e non della sua reificazione. I redattori mi hanno giustamente espresso la necessità di una nota chiarificatrice, motivandomi ad approfondire maggiormente il concetto nel prosieguo della serie, dove esporrò il tema della decolonizzazione dell’antropologia come impellenza improrogabile che emerge osservando il dispiegarsi nel mondo del movimento Black Lives Matter.

Emilio G. Berrocal

A GIOVANNI FEO
Poggio Rota e il suo scopritore. Giovanni Feo, ricercatore indipendente dell’Etruria, scopriva nel 2005, un grande osservatorio astronomico in buona tenuta nelle campagne di Pitigliano. Datato tra il 2500-2300 a.C, e’ opera della cultura di Rinaldone, popolazione poco conosciuta ma progenitrice degli Etruschi, di cui Giovanni aveva ben ricercato le tracce, tra forre , laghi vulcanici e allineamenti energetici. Scomparso l’anno scorso il 16 giugno, proprio mentre ci si preparava al solstizio estivo, il testo e’ dedicato alla sua memoria


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Emilio G. Berrocal
è un antropologo (PhD, Durham University) e attore/autore (con il nome di Boika Esteban). Ha all’attivo diverse pubblicazioni e partecipazioni a conferenze internazionali sul tema del razzismo, hip-hop, cambiamento climatico, decolonizzazione dell’immaginario e dell’antropologia. Al momento è impegnato in un progetto di ricerca sul rapporto tra scrittura e Antropocene e sta lavorando alla realizzazione di un libro e film/documentario sul passato preistorico e antico dimenticato dell’Etruria. I suoi lavori antropologici possono essere consultati qui .
Questo il suo canale youtube con i lavori musicali/attoriali e il “diario dell’insurrezione” con cui segue le vicende del movimento mondiale Black Lives Matter.