Le vele – Poesia della traduzione, un lavoro a quattro mani tra Giancarlo Sissa ed Eloy Santos. Tre appuntamenti dal castigliano all’italiano, per dare spazio al lavoro di ricerca e di trasporto da una lingua a un’altra lingua.

 

Il 25 giugno esce in libreria il numero XX della rivista Argo: 20 anni di attività, 20 numeri di una pubblicazione che nel tempo si è trasformata, diventando romanzo di esplorazione, opera collettiva, annuario, antologia e ora 2020 l’Europa dei poeti.  Per il suo ventesimo ‘compleanno’ la rivista torna alle origini e dedica il nuovo numero alla poesia europea contemporanea, esplorando una nuova dimensione linguistica, culturale, poetica.

Da questa navigazione, che ci spinge oltre i confini e le lingue, prende il largo la rubrica Le vele – Poesia della traduzione: un appuntamento periodico per incontrare voci nuove, accoglierle e farle nostre, attraverso il faticoso lavoro di scavo, di ricerca, di trasporto da una lingua a un’altra lingua. Con la consapevolezza che «tradurre poesia è insieme necessario e impossibile. Ed è comunque quasi obbligatorio che a provarci sia un poeta». Così afferma Alberto Bertoni, poeta, critico, docente universitario che, con un suo recente lavoro di traduzione, ha inaugurato la prima uscita della rubrica (Le vele – Poesia della traduzione 1). A confermare queste parole, due voci autorevoli del panorama europeo contemporaneo, Giancarlo Sissa ed Eloy Santos, sono i protagonisti dei prossimi appuntamenti sulla traduzione.

(a cura di Rossella Renzi)


 

Giancarlo Sissa traduce Eloy Santos (I)

 

Sono tre Le vele dedicate ad Eloy Santos, con le traduzioni di Giancarlo Sissa, tratte dal prossimo libro di questo importante poeta castigliano. La versione in italiano ha per titolo La bocca del finimondo, ed è il frutto di una collaborazione a quattro mani tra Sissa e Santos. Una scrittura che possiede una grande potenza evocativa ed immaginifica, pur nascendo dal contatto col quotidiano, con ciò che giornalmente è vissuto. Un lirismo della presenza, della partecipazione, dello sguardo, in cui le parole si accordano con eleganza e coraggio, per fare di ogni componimento un viaggio nel profondo, carico di emozione e di vita.

 

I. Un delinquente imbavagliato

 

Il gilè sulla sedia, disarmato ma all’erta nella quiete del lunedì. La circostanza consiglierebbe

un impavido persistere, ma gli scappano singhiozzi dalle asole a mandorla, la strana

ninnananna di coloro che non si arrendono fino alla vedovanza. Tre quarti di luna sotto le

lampade votive dell’allucinazione, si vantava di un orologio avuto in eredità e dei bottoni di

zucchero. Erano giorni bellissimi, a modo loro. (Alice, eternamente alata Alice, incidevi vocali

fameliche sulla sua irreprensibile schiena da ebanista). Sui pali della luce, nel più alto di ogni

solitario lampione di gas scende e si posa un doganiere, che l’aspetta. Sul tavolino di notte,

una scheggia da intagliare e il cucchiaio dell’oblio. A forza di non cauterizzare errori di

stampa, finì per consegnarsi alla bellezza del rattoppo, quel requiescat che, volendo, non finisce

mai. Così, si mise a coprire i calcinacci della volontà vinta sotto smalti di smeraldo. Rubava

velluti di cielo per l’angelo caduto. Una nuvola portabile riposa adesso senza enfasi sul

sepolcro appena scavato sullo schienale della sedia. Come chi teneramente semina minuti di

bronzo sui solchi mendicanti del destino, trama le topografie della sua inderogabile rivincita.

Voi penserete che di fronte a una disciplina così scarsa non ci vogliono sudari né ambizioni.

Sbagliate. Pensare male è diventata una rauca abitudine vostra, una spacconata che non vi

porterà a nulla di buono. Così che non vi allontanate, per ora, dal tremore di questa vecchia

sedia filosofale. Benché pensiate che non vale la pena mettersi davanti all’equazione

irrisolvibile di una mala mente. Ingoiatela in punta di piedi, per ora. Tempo ci sarà per fare i

conti con questa prosa papale che, d’altronde, non intende arretrare davanti a nessuno che

non abbia attraversato in apnea la grande enciclopedia sottomarina dell’infiammazione. Ci

mancherebbe solo che mi si chieda di sottomettere la nuca al sesto senso dei falsari, o dei

laureati nelle campagne promozionali dello sforzo. Ci mancherebbe solo che mi si chieda di

non disturbare.

 

 

I. Un criminal amordazado

 

El chaleco sobre la silla, desarmado pero alerta en la quietud del lunes. Lo suyo sería un

impávido persistir, pero se le escapan sollozos por los ojales achinados, la rara nana de los que

no se rinden hasta conquistar la viudedad. La luna menos cuarto bajo las lámparas votivas de

la alucinación, presumía de un reloj heredado y de sus botones de azúcar. Eran días hermosos,

a su manera. (Alicia, eternamente alada Alicia, imprimías vocales hambrientas sobre su

irreprochable espalda de ebanista). En los palos de luz de la avenida, en lo más alto de cada

solitario farol de gas se iba posando un aduanero, que le esperaba. Sobre la mesilla, una astilla

por tallar y la cuchara del olvido. A fuerza de no cauterizar erratas, terminó por entregarse a

la belleza del remiendo, ese requiescat que, si uno quiere, no se acaba nunca. Así, fue

cubriendo los escombros de la voluntad vencida bajo veladuras de esmeralda. Robaba

terciopelos de cielo para el ángel perdido. Una nube portátil descansa ahora sin énfasis sobre

el sepulcro recién abierto en el respaldo de la silla. Como quien siembra tiernamente minutos

de bronce en los surcos pordioseros del destino, discurre las topografías de su inaplazable

desquite. Ustedes pensarán que para tan poca disciplina no hacen falta mortajas ni

ambiciones. Se equivocan. Pensar mal se ha convertido en una ronca costumbre, en una

bravuconería de ustedes que no les va a llevar a ninguna parte. Así que no se aparten, por

ahora, del temblor de esta vieja silla filosofal. Aunque piensen que no vale la pena afrontar la

ecuación irresoluble de una mala mente. Pasen este trago de puntillas, de momento. Habrá

tiempo de ajustar cuentas con esta prosa papal que, por otro lado, no piensa arrugarse ante

nadie que no haya atravesado sin respirar la gran enciclopedia submarina de la inflamación.

A ver si ahora resulta que hay que someter la nuca al sexto sentido de los advenedizos, o de los

laureados en las campañas de promoción pública del esfuerzo. A ver si ahora resulta que no

hay que molestar.

 


Giancarlo Sissa è nato a Mantova nel 1961 e vive a Bologna. Ha pubblicato le seguenti raccolte poetiche: Laureola (Book Editore 1997), Prima della tac e altre poesie (Marcos y Marcos 1998), Il mestiere dell’educatore (Book Editore 2002), Manuale d’insonnia (Aragno 2004), Il bambino perfetto (Manni 2008), Autoritratto (poesie 1990- 2015) (italic/pequod 2015), Persona minore (qudulibri 2015), Archivio del padre (MC 2020). È presente in numerose antologie. Le sue poesie sono tradotte in diverse lingue straniere.
Giancarlo Sissa Giancarlo Sissa Giancarlo Sissa

 

Eloy Santos è nato a Salamanca (Spagna) nel 1963. Laureato in Letteratura Italiana. Finiti gli studi si trasferisce in Italia, dove abita per una quindicina di anni, tra Napoli e Roma. Le prime poesie sono pubblicate in lingua italiana, nel volumetto Nettunaria (2002). Pubblica posteriormente Donde nadie dice (2003), Libro de olas (2006) e altri documenti in forma di autoedizione, il più recente dei quali è il pamphlet poetico Psique en el érebo de las probetas (2019). Lungo quest’ultima decina di anni, dopo il suo ritorno in Spagna, si è proposto di allargare il proprio territorio poetico al di là del linguaggio scritto. Ha fatto diverse mostre, individuali e collettive, di collages, assemblages e, soprattutto, di scatole poetiche e oggetti deliranti di ispirazione surrealista. Inoltre, sempre nella stessa direzione, ha realizzato diversi cortometraggi, disponibili su Vimeo.

 

*L’immagine di copertina è un collage di Eloy Santos