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Gianluca D’Annibali

Gianluca D’Annibali, nato a Fermo nel 1981, vive a Porto sant’Elpidio. Dopo il diploma di maturità, ha frequentato la facoltà di Lettere Moderne. Scrive sia in lingua italiana che in dialetto. In lingua italiana ha pubblicato nel 2007 la silloge Il Passo Lento Dell’Acqua contenuta nell’antologia Giovani Poeti Leggono…Carlo Antognini edita dalla Pequod. Nel 2009 ha pubblicato il libro di poesie Sulla Riva Del Foglio con la casa editrice L’Orecchio Di Van Gogh. In dialetto ha pubblicato nel 2010, la raccolta di poesie Come ll’acqua ‘ndorno a ‘n zassu, edita dalla Pequod e presente nel libro Poesie Neodialettale scritto insieme al poeta Francesco Gemini. Inoltre, nel 2006, nel 2009 e nel 2010 si è classificato secondo per le province di Ascoli Piceno-Fermo al premio di poesia dialettale Varano, ed è stato segnalato con menzione speciale al premio Varano 2008.

 

Porto Sant’Elpidio (da Come ll’acqua ‘ndorno a ‘n zassu, Pequod 2010)

‘Na donna senza lu custume
‘llongata su la riva de lu mare;

a panza ‘n zotto
pija lu sole,
li gomiti per tè’
e la coccia ffra le mane…

Tè’ a mmollo li pè’ e li capiji
su ll’acqua fresca e dóce de du’ fiumi;

lungo lu ‘ncavu de lu culu,
seguenne la colonna vertevrale,
du’ striature longhe e parallele,
nire, dó’ ce viaggia li penzieri…

Lu mare e le colline je ‘ccarezza
le spalle e li fianghi
e essa, ‘ssorta,
se fa ‘mbàrde domande su se stessa:

se chiede se le vene che je porta
lo sango a passeggiu pé’ lu corpu
se ‘ndreccia vè’ e garandisce
un semblice e liveru flussu;

se chiede, se ce sta,
qual è lu combromessu
tra lo non ffa’ ccó’ e lo fadigà’…

Tranguilla e penzierosa, aza ‘gni tando
la coccia e lu sguardu jira ‘ndorno
(senza fasse notà’,
‘tténda a non da’ fastidio)
pé’ sbircià’ che succede su lo munno;

…ma pé’ guardasse ‘ndorno se congede
sembre pócu tembu, póchi istandi,

come chi ‘llonga lu collu,
su lu tramme,
pé’ vvedé’ che livru sta leggenne
quillu che je sta a ssedé’ davandi.

Porto Sant’Elpidio – Una donna senza il costume distesa sulla riva del mare; // a pancia in sotto prende il sole, i gomiti per terra e la testa fra le mani… // Tiene a bagno i piedi ed i capelli nell’acqua fresca e dolce di due fiumi; // lungo l’incavo del sedere, seguendo la colonna vertebrale, due striature lunghe e parallele, nere, sulle quali viaggiano i pensieri… // Il mare e le colline le accarezzano le spalle ed i fianchi e lei, assorta, si pone un paio di domande su se stessa: // si chiede se le vene che le portano il sangue a passeggio per il corpo si intersecano bene e garantiscono un semplice e libero flusso; // si chiede, se esiste, qual è il compromesso tra il non fare nulla e il lavorare… //Tranquilla e pensierosa, alza ogni tanto la testa e gira lo sguardo intorno (senza farsi notare, attenta a non dare fastidio) per sbirciare quel che accade nel mondo; // …ma per guardarsi attorno si concede/sempre poco tempo, pochi istanti, // come chi allunga il collo, / sul tram, / per vedere che libro sta leggendo/colui che gli è seduto davanti.

 

Questionario
1. La preghiamo di indicarci i modelli di riferimento (italiani, della sua lingua, stranieri) della sua poesia, dove questi studi e letture l’hanno portata all’individuazione del suo stile.
Non so se si possa parlare di modelli di riferimento, dato che cerco il più possibile di leggere e, come direbbe Ennio Flaiano, dimenticare ciò che si è letto per non rischiare di scrivere alla maniera di un altro autore; ma di certo penso che, volente o nolente, le mie letture influiscano in qualche modo anche sui miei versi. Per quanto riguarda lo scrivere versi in dialetto ho seguito un percorso molto personale ed introspettivo, evitando volutamente, soprattutto durante i miei primi approcci alla scrittura dialettale,la lettura di poeti dialettali marchigiani, soprattutto quelli della mia provincia. Ho preso questa decisione per cercar di evitare il rischio emulazione, evitare il più possibile di trovarmi a scriver versi facendo il verso ad un altro poeta. Ovviamente non so se sto riuscendo in questo intento, dato che io sono la persona meno adatta a giudicare le mie staesse poesie.
Parallelamente alla non lettura dei poeti dialettali marchigiani, ho comunque portato avanti la lettura di poeti dialettali di altre regioni d’Italia come Giacomo Noventa, Albino Pierro, Franco Loi, le poesie friulane di Pier Paolo Pasolini oltre ai suoi numerosi scritti in difesa dei dialetti e della loro importanza; ho letto i “romaneschi” Gioacchino Belli, Cesare Pascarella (citato in una mia poesia: “lu muratò’), Trilussa; la poesia della tradizione napoletana, ho apprezzato molto alcuni versi di Eduardo de Filippo,che pure se non è stato propriamente un poeta ha lasciato alcune poesie, a mio avviso, di rilievo…
Quindi, come dicevo, non è facile per me dire quali autori siano in effetti i miei modelli di riferimento, ma quelli sopra citati sono alcuni dei poeti dialettali che più amo leggere.
2. Ci sono differenze significative tra la sua produzione di poesia in “dialetto” o nella sua lingua, e quella in italiano (se presente)?
Ci sono differenze soprattutto nell’approccio alla scrittura poetica; nella raccolta Come ll’acqua ‘ndorno a n’zassu edita dalla Pequod nel 2010, è presente una poesia nella quale parlo appunto di questa differenza di approccio alla scrittura italiana e dialettale. La poesia in oggetto si intitola Quanno scrìo (Quando scrivo), e la potete trovare a pag. 14 del documento word in allegato alla mail.
Nella poesia in italiano tendo a lasciare più spazio al mistero (inteso come elemento imprescindibile di tutto ciò che è “arte”) ad aprire e chiudere immediatamente le mie finestre proprio quando il verso sembra distendersi, appianarsi e volersi lasciare spiegare; i miei versi in lingua italiana sono frutto di un immersione, come recita la poesia sopra citata “Quanno scrìo in italiano staco ‘mmèrsu/sott’acqua, ‘mmandatu da lu mare,/me smòo come ‘n pesciu, perlustrènne /‘gni sassu che bbusca lu fonnale… (quando scrivo in italiano sono immerso/sott’acqua, coperto dal mare,/mi muovo come un pesce perlustrando/ogni sasso che nasconde il fondale), mi muovo quindi in un mondo-abisso che io stesso non posso conoscere nella sua totalità, mi stupisco e meraviglio di ciò che mi sorprendo ad osservare: “…E ll’ócchi mii se ‘mbatte in cóse/ tarménde strane /che quasci non ce credo;//d’è pó’ le parole che scrìo/ a parlamme de quello che vedo.” (…e gli occhi miei si imbattono in cose/ talmente strane/ che quasi non ci credo; / son poi le parole che scrivo/ a parlarmi di quello che vedo.”)
La mia poesia dialettale nasce invece da un galleggiare sulla superficie dell’acqua, riuscendo ad osservare forse da questa prospettiva ciò che l’immersione non mi permetteva di vedere…e viceversa: “Quanno scrìo in dialetto ‘nvece staco/‘mmezzo lu mare e nnoto disinvortu,/ me guardo ‘ndorno, saccio vè’ dó’ vaco/ e mme fermo ‘gni tando a ffà lu mortu…” (Quando scrivo in dialetto invece sto/ in mezzo al mare e nuoto disinvolto,/ mi guardo intorno, so bene dove vado/ e mi fermo ogni tanto a fare il morto); ecco che quindi mi muovo in un panorama dove meno forte è la presenza del Mistero, ma non per questo assente…anzi, esso è comunque presente ma si manifesta in maniera diversa: “…E ‘gni cósa che vedo la conoscio/o cumunque/de conóscela me pare;//se nnanna le parole che scrìo,/leggere nnazzecàte da lu mare.” (…E ogni cosa che vedo la conosco/ o comunque mi sembra di conoscerla;// si cullano le parole che scrivo,/ leggere dondolate dal mare.)
Ma in fondo, a guardare bene, per restare in questa metafora marina “ sia che scrìo in dialetto o in italiano/‘gni versu è come ‘n’onda/che me fa jì londano:// u’ mmare fattu d’acqua e de parole/dó’ noto có’ ‘na penna su le màne;//…quanno lu mare è carmu/noto ‘n zuperficie;/se ss’aza troppo ll’onde,/come vrutti penzieri/che me vène a minaccià’,/me bbusco sott’acqua e dall’acqua/me lascio ‘mmandà’.”( sia ch’io scriva in dialetto o in italiano/ogni verso è come un’onda/che mi fa andar lontano://un mare fatto d’acqua e di parole/dove nuoto con una penna in mano;//…quando il mare è calmo/nuoto in superficie;/se si alzano troppo le onde,/come brutti pensieri/che mi vengono a minacciare,/mi nascondo sott’acqua e dall’acqua/mi lascio ammantare.)
Spero che questo auto citarmi non vi appaia inopportuno o presuntuoso. Voleva solo essere un modo per cercar di spiegare nel migliore dei modi la differenza nel pormi dinanzi alla scrittura dei versi italiani o dei versi dialettali.
3. Con quali poeti contemporanei (della sua area linguistica, italiani, stranieri) intrattiene un dibattito costruttivo? Con quali ha semplicemente condiviso un percorso di gruppo (blog, riviste, associazioni) o di scambio di opere letterarie? Quali poeti l’hanno colpita di più?
All’ultima parte della domanda ho risposto più o meno all’interno del quesito numero 1. Per quanto riguarda i poeti con i quali sono in contatto, più che con ogni altro ho dibattiti frequenti e costruttivi con Francesco Gemini e soprattutto con Fabio Maria Serpilli, grazie al quale qualche anno fa ho iniziato a frequentare, da lettore e da scrittore, la poesia dialettale. Posso affermare senza ombra di dubbio che i suoi consigli, le sue stroncature a volte e i suoi incoraggiamenti durante i miei primi approcci alla scrittura poetica dialettale, sono stati veramente utili ed importanti per il mio percorso artistico.
4. Quale l’immaginario o le immagini più diffuse, nella sua opera dialettale o nella sua lingua? Ci sono differenze tra l’immaginario che usa nella sua lingua e quello delle sue opere in italiano o in prosa (se presenti)?
Mentre, come dicevo rispondendo alla domanda numero 2, c’è differenza nel mio modo di approcciare alla poesia in lingua italiana e in dialetto, per quanto riguarda l’immaginario usato la differenza si va molto assottigliando; difatti l’immaginario tende ad essere a gradi linee lo stesso, forse anche perché, infondo, esso è una cosa talmente radicata in noi, in ogni uomo, che non potremmo scegliere di cambiarlo a nostro piacimento. L’immaginario, dicevo, resta a grandi linee lo stesso sia nelle mie poesie italiane che in quelle dialettali: fortissima è la presenza del mare, elemento al quale sono molto legato sia per ragioni intimiste che puramente geografiche (la mia abitazioni si trova a pochi metri da esso),  lo sguardo ai giovani, all’adolescenza, allo smarrimento dei ragazzi dinanzi a questa società votata all’edonismo e al consumismo più spietati, ecc…
Non noto grandissime differenze di immaginario fra i miei due diversi modi di scriver poesie; quel che è diverso è invece, ovviamente, il linguaggio usato, le scelte lessicali e il punto d’osservazione. Più dall’interno verso l’esterno quando scrivo in italiano, più dall’esterno verso l’interno nella poesia in dialetto.
6. Il suo modo di scrivere nella sua lingua è rappresentativo del parlato della sua area di appartenenza (paese, città, provincia, regione)? Quali le differenze con il parlato? Ha introdotto altre lingue/linguaggi/codici/segni nella sua opera in dialetto o lingua? Ha recuperato espressioni linguistiche arcaiche?
Si, il mio modo di scrivere è rappresentativo del parlato della mia aerea di appartenenza, ovvero, nello specifico, del Fermano. Il mio dialetto è Elpidiense, essendo io di Porto Sant’Elpidio. Per quanto riguarda espressioni arcaiche, all’interno delle mie poesie neodialettali si possono trovare qua e là alcuni vocaboli che oramai sono in disuso e che,  grazie alla fortuna di esser cresciuto con i nonni presenti in casa, son riuscito ad ascoltare, imparare e conservare. Mi vien da citarne un paio, ad esmpio “sarvaì” che sta per Imbuto; “mandì” che sta per tovaglia, ecc…
7. In percentuale, quante persone pensa parlino in dialetto/lingua nella sua area di appartenenza (paese, città, provincia, regione)?
Non so, penso di non essere in grado di dare una percentuale in merito, ma posso appurare con tristezza che tra i giovani il dialetto viene parlato sempre meno e si sta lentamente affievolendo. Le scuole, purtroppo, nella maggior parte di casi, non fanno nulla per tutelare questo patrimonio culturale…anzi, spesso ho trovato in alcuni professori una forte ostilità per la parola dialettale…e  trovo ciò inaccettabile, poiché non riesco a capire come una persona di cultura possa denigrare un patrimonio culturale di vastissima importanza come è, appunto, il dialetto.
         

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