Quanti pregi e quanti pochi difetti in questa raccolta di racconti di Giulio Mozzi. Una riedizione che offre la possibilità agli amanti della buona narrativa italiana di colmare un buco negli scaffali dei libri imprescindibili. Il libro, già Mondadori nel 1998, esce ora per la collana “Rimmel” di Laurana Editore impreziosito da una nuova postfazione a cura dell’autore e da un partecipato saggio di Demetrio Paolin. Un libro di tensione, fortemente disomogeneo eppure percorso da un tema sotterraneo saldo, un filone oscuro e viscerale che affiora multiforme alla superficie delle pagine portando in prosa una pulsione silenziosa e tormentante, reificando fantasmi di mancanze, dolori, silenzi e solitudini abbandonate alla naturale dinamica dei corpi, delle loro storie, dei loro incontri e delle loro separazioni.Il male – sostantivo – naturale – aggettivo.
Il titolo ci racconta molto del libro e si presta ad essere mappa polare da tornare a consultare per ogni racconto, quasi che ogni vicenda narrata possa essere messa in tensione tra i due termini per ridare al lettore una lettura seconda, ampia e corale, una risultante che intercetta la linea retta del tempo presente nel fulcro naturale di ogni racconto: una ricerca dell’elemento particolare, sommerso in parole sfiorate da un malefico rumore di fondo, flebile vibrazione di mancanza che accompagna tutte le pagine del testo. Un’eco di morte fuori asse e fuori tempo, un lamento profondo che scarta il quotidiano, lo schiva come nella flessione del busto di Aron Demetz in copertina: salva la testa, il pensiero che si ripensa in un’altra posizione, restando immobile il corpo.
Nella sua redazione per Laurana Editore il libro risulta essere, a ragione, caricatissimo di rielaborazioni, di contenuti extra testuali. Nel saggio allegato Paolin individua tre parole chiave che ricorrono in tutti i racconti (corpo – male – redenzione) e analizza in modo accurato anche lo stile di scrittura, la stratificazione del linguaggio a cui giunge Mozzi con una serrata reiterazione che fa dell’accumulo verbale una ricerca della possibilità di raggiungere nuove e sempre più abissali profondità di senso.
C’è poco da aggiungere. Tutto è molto detto; molto spiegato è anche il motivo per cui questo libro non può mancare in una biblioteca minima. Quello che posso aggiungere io è solo una breve citazione dal testo che ben raccoglie le tre categorie segnalate da Paolin:“Voglio uscire da questa vita, voglio non amare e non essere amato, voglio invece essere curato, custodito, sorvegliato, tenuto prigioniero, punito. Non c’è nessuno al mondo che abbia il coraggio di punirmi, eppure è proprio di una punizione che ho bisogno: ho bisogno di essere punito, Fisicamente, corporalmente, ho bisogno di una punizione che abbia un inizio e una fine e al termine della quale io possa dire: ecco, sono stato punito; ora sono più bianco della neve. Invece non mi punisce e non mi punirà nessuno, l’unica punizione che sono disposte a comminarmi le persone che mi circondano è lo spettacolo del loro dolore: io faccio loro del male, e lo faccio quasi con noncuranza, con naturalezza perfetta faccio loro del male, e loro non sanno fare altro che addolorarsi, mentre invece dovrebbero rivoltarsi verso di me, picchiarmi con le mani o con bastoni o con altri oggetti, dovrebbero chiedermi soldi in cambio dei danni che ho loro inflitti, dovrebbero procedere alla mia pubblica umiliazione e così, se è vero che mi amano come dicono, procurerebbero la mia felicità”.
Tommaso Gragnato

