Già il titolo getta luce sulla struttura del romanzo. Cantico della galera è un ordito di voci, interiori ed esteriori, che si mescolano fra loro. Tessono una polifonia di canti e contro canti, tra momenti in cui la coscienza si rivela a se stessa attraverso le vibrazioni interiori del linguaggio e, dall’altra parte della barricata, le parole esterne che a volte sono lì a scavare solchi di incomunicabilità. Cantico della galera è un romanzo intenso, il terzo di Giuseppe Munforte, dopo Meridiano, edito da Castelvecchi nel 1998 e poi La prima regola di Clay uscito con Mondadori nel 2008.
Il libro è una storia di carcerati, Fausto e Davide, prima dentro e poi fuori galera. La prigione è un mondo violento, ferito, straziato, dove il desiderio di redenzione asseta le gole, dove si impazzisce. E Munforte ce ne fa sentire i rumori, i passi, il cigolare delle serrature. Le urla disperate. La claustrofobia straziante. Il mondo esterno invece, il fuori dal carcere che l’autore ci descrive in un susseguirsi di immagini di coerenza plastica, ha le sembianze di un’unica, grande, sterminata periferia milanese. Piena di marciapiedi, macchine, spartitraffico e aiuole cotte da un sole estivo che rende appiccicosa la pelle. Dove un centro non esiste, ma esiste solo un aggrovigliarsi di traiettorie e un eterno ronzare di cemento, un divampare al tramonto di facciate di palazzoni accatastati all’orizzonte, descritti con intensa forza visiva.
Molto belle, per esempio, sono le pagine ambientate nel maxiparcheggio dove il protagonista ha trovato lavoro grazie ai servizi sociali, uscito dall’istituto penitenziario. Fausto, uomo profondo, ama la letteratura. È autodidatta, e legge e scrive con trasporto spirituale. Filtra il mondo attraverso le parole. In lui c’è una forza vitale che lo rende, nel sua intima essenza di uomo, un autentico scrittore. Con Davide, il ragazzo dal profilo indios che è divenuto suo amico in cella, Fausto spartisce un legame profondo che si nutre proprio della forza delle immagini e della redenzione nella parola scritta. Un legame che fa da contro canto alla rabbia e alla sottile pulsione di morte dentro cui i due, e Fausto con maggiore consapevolezza, navigano. Nella cella hanno condiviso un piccolo quaderno nero, dove, per non impazzire nella sospensione della reclusione, hanno scritto un racconto incandescente e martellante, espressionista e disperato, che approderà al mondo esterno nella parte centrale del libro. Poi ci sono le donne. Sonia, la sorella di Davide. Nadia, la psicologa del carcere con cui Fausto intreccia, uscito di galera, una relazione clandestina. Figure forti, profonde, umane e diverse, entrambe belle e fatte di carne.
Munforte, attraverso la parabola di questi due ex-carcerati, ci racconta un pezzo di Italia contemporanea destinato a rimanere fuori dalla scena, lontano e impenetrabile per chi non vi è nato dentro. Frase dopo frase, la sua scrittura appunta e registra con precisione cromatica e architettonica i singoli oggetti esteriori e lo srotolarsi interiore dei pensieri. Le pause. Le conversazioni strozzate. Di Fausto arriviamo a vedere le singole rughe sul volto che si comprimono nelle smorfie di dolore e di resistenza. Di Nadia ci immaginiamo le lunghe gambe di donna senza figli. Non è solo la storia di due uomini, Davide e Fausto, usciti di galera, alla ricerca di una nuova libertà, persi fra le ansie e il sistema approssimativo e burocraticamente frustrante dei servizi sociali per il reinserimento. Dimensione, questa, che è doveroso conoscere e capire, anche solo attraverso un libro. C’è ancora altro. Grazie alla pluridimensionalità della parola e alla forza della letteratura di cui Fausto è portatore, il mondo del carcere e intorno al carcere che Munforte ci descrive, diviene metafora onnicomprensiva della nostra contemporaneità quotidiana, spersa in una infinita periferia con le sue invisibili paludi, dove il desiderio di vivere resta ostinato.
Marco Benedettelli
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