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Gli spiriti immondi | Racconto di Marco Montanaro

(Liberamente ispirato a Il vangelo secondo Marco di Borges)

…Quanto a Sofia, aveva capito subito come andava trattato il tipo: niente SMS, chat o mail quando non erano insieme; meglio dal vivo, meglio ancora il silenzio.
Per iscritto, il tipo tendeva infatti a farsi prendere la mano. Da un momento all’altro la chiacchierata più innocua poteva trasformarsi in discorso edificante, il tono da scherzoso diventava solenne e la leggerezza, comunque di facciata, si annacquava nell’annuncio clamoroso dell’imminente tragedia. Una volta, via chat, il tipo le aveva chiesto se le sue amiche fossero a conoscenza del fatto che lei frequentava uno scrittore. Sofia disse di no. Strano, disse lui, visto che queste tue amiche, da quel che hai detto, sembrano lettrici piuttosto accanite.
Un’altra volta le spiegò, però dal vivo, in un locale piccolo e male illuminato, che la relazione con uno scrittore, soprattutto all’inizio, funziona come l’attraversamento di una strana porta dimensionale. Sulle prime, la tua vita di lettrice è sconvolta. Il tuo appartamento si riempie di libri insoliti, inaspettati, in altri termini opere minori – minori per pubblico e critica, certo, ma fondamentali per uno scrittore; poi questa prima fase si esaurisce, ma se tutto va bene resta del buon – che dico buon, direi ottimo!, ottimo sesso. Al che il tipo descrisse a grandi linee, con la sua tipica gestualità pittorica, spezzata (cubista, secondo Sofia) il modo in cui certi scrittori farebbero l’amore.
E a quel punto è oggettivamente difficile, mia cara – posso dirlo? lo dico – è oggettivamente difficile farne a meno.
Le ripeté che trovava davvero inusuale il disinteresse delle sue amiche per la loro relazione; ma tutto sommato, concluse, questa mancanza di curiosità potrebbe essere imputata proprio al fatto che si tratta di lettrici accanite, dunque lettrici poco propense ad accettare l’idea che anche i vivi scrivano, o meglio l’idea che anche quegli autori morti che tanto amano siano stati vivi – certo, persino loro – un tempo non troppo lontano.
Poi tacque, e si accorse che Sofia gli stava guardando le mani.
Non sembrano mani da scrittore, disse Sofia. Indicò i calli, le screpolature.
Il tipo scostò lo sguardo. Quando tornò a guardarla aveva un che di malinconico negli occhi. Che assurdità. Sentiamo: come dovrebbero essere, le mani di uno scrittore?
Non lo so. Tipo quelle di un pianista, ma potrei sbagliarmi.
D’accordo, d’accordo. Il fatto è che al momento faccio altro, per mantenermi. Ma non sarà così per sempre, te lo assicuro.
Altro di che tipo?
Lavoretti. Soprattutto pulizie, quando mi chiamano.
Dopo qualche mese, i due si lasciarono o semplicemente smisero di sentirsi, scriversi o vedersi. Per un po’, Sofia continuò a pensare al tipo come a “il tipo” e non come a Marco – il suo vero nome – almeno finché non accadde quello che accadde giù al campo, col senno di poi un fatto curioso, più che cruento, di cui Sofia sarebbe venuta a sapere dalla stampa locale – salvo alcuni dettagli che avrebbe preferito non conoscere e che invece arrivarono alle sue orecchie da amici di amici (cui erano stati riferiti da altri amici di amici), particolare che non implica affatto, come vedremo, che si trattasse di testimonianze poco o punto attendibili.

Ma voi chi dite che io sia?

Il campo fu allestito verso fine gennaio nell’atrio della piscina comunale, un vecchio impianto che aspettava di essere ristrutturato da una ventina d’anni. Le docce e le cucine furono installate vicino alle uscite d’emergenza. L’acqua calda andò via dopo qualche ora.
Gli ospiti, all’inizio un centinaio, furono sistemati fuori, nel parcheggio, sotto delle tende di tela così scadente che col primo sole di marzo si sarebbero presto trasformate in piccoli inferni portatili – questo a detta di Marco e dei suoi colleghi della ditta di pulizie.
Nelle prime settimane, i residenti del quartiere scesero in strada per protestare. Formarono dei capannelli davanti all’alta recinzione metallica che era stata innalzata attorno al parcheggio e lì si misero a cantare dei cori pittoreschi e confusi. Pian piano andarono comunque abituandosi alla visione quotidiana di uomini, donne e bambini che uscivano dalla tende per mangiare, fare due tiri con un pallone o lavare gli stracci che avevano con loro.
Una volta Marco si trovò a dover fronteggiare uno dei pochi residenti che aveva deciso di proseguire nella protesta. Era un pelato sulla cinquantina, proprietario di un negozio di animali esotici all’angolo della strada. Diceva di far parte del comitato di quartiere.
Era vero, spiegò quest’uomo senza smettere di masticare una gomma inesistente, che la piscina era chiusa già prima dell’arrivo di quelli lì – certo, chi lo nega, dannazione, non sono mica stupido, da queste parti non puoi mica permetterti di essere stupido, se vuoi vivere qui devi essere molto, molto, come dire?, strutturato, ecco, per non dire cazzuto, schiena dritta e occhi aperti, per carità, ma adesso puoi giurarci che non la riaprono più, la piscina. Sta’ a vedere se non ho ragione.
Alla fine fu sufficiente lasciar parlare l’uomo a ruota libera per un paio d’ore, senza intervenire se non quando il discorso si fu spostato su questioni meteorologiche, perché quello si placasse e se ne tornasse al suo negozio.
I dirigenti dell’organizzazione che aveva messo su il campo si congratularono con Marco. Dissero che aveva gestito al meglio la situazione. Così, dopo i primi due mesi di lavoro come addetto alle pulizie, gli proposero un rinnovo del contratto. Stavolta lo avrebbero assunto come custode.

A volte, quando l’interlocutore era il suo doppio, riusciva finalmente a tenergli testa.

L’idea di continuare a lavorare al campo non era male. In fondo, mentre dava un’occhiata alle tende avrebbe potuto leggere e scrivere in assoluta tranquillità. Oltre al rinnovo, Marco accettò che gli fossero raddoppiati i turni; man mano che gli ospiti diminuivano, accettò di buon grado di lavorare anche senza la presenza di mediatori o interpreti, a volte persino senza medici.
Col passare delle settimane, l’orario di Marco iniziò a dilatarsi come i minuti alla fine di un lungo viaggio in treno. Quando nel campo non furono rimasti che venti ospiti, restò con lui soltanto un’infermiera volontaria, un donnone sui sessanta per la quale ogni sorriso sembrava uno strappo, una smorfia o una concessione comunque troppo ampia da accordare all’intero genere umano.
Sulle prime, specie durante i turni di notte, Marco provò a parlarle: forse a lei poteva dirlo, di non essere davvero uno scrittore – nel senso che non aveva un contratto, un editore e tutto il resto. Ci pensò a lungo, ma alla fine si limitò a chiederle se le cose che si rompono sono quelle più fragili – dunque le più preziose? – o piuttosto quelle che presentano già delle crepe all’esterno – o all’interno? – del loro involucro.
L’infermiera lo guardò con intensità. Nel bianco dell’occhio destro le galleggiava una macchiolina di sangue. Disse che lo trovava strano.
Non tu, spiegò, ma il tuo modo di fare da perfetto paraculo che sta per mettermelo in quel posto. Non me ne frega niente di tutte queste stronzate, se vuoi saperlo, e se proprio vuoi saperlo non me ne frega un bel niente neppure di te. La donna sapeva bene che a breve avrebbero mandato via anche lei, tenendo invece Marco – il cui costo orario era decisamente inferiore a quello di un’infermiera, per quanto volontaria.
E così fu, in effetti, quando nel campo non restò che una famiglia soltanto, bloccata sotto le tende in attesa dei documenti nuovi.

Non videro più nessuno, se non Gesù solo con loro.

La famiglia era composta da quattro neri. Non si avevano notizie circa il paese d’origine. L’unico nome che Marco era riuscito a registrare era quello del capofamiglia, Abu, un omone dall’aria bonaria con gli zigomi rigati da lunghe cicatrici, procurate – per quel che era riuscito a spiegare lo stesso Abu – da un machete, da una trebbiatrice o da qualche strano animale.
Poi c’erano il fratello di Abu, uno spilungone dall’aria afflitta che non parlava mai (Marco pensò che fosse muto) ma si dava un gran da fare nell’orto; e infine i due ragazzini, un maschio e una femmina, entrambi figli di Abu. La madre doveva essere morta durante il viaggio. Marco la immaginava bella e coraggiosa, dai tratti semplici e definiti come quelli della Vergine Nera di Częstochowa, che riportava, sul volto scuro, degli sfregi simili a quelli sulle guance di Abu. L’aveva dipinta uno dei quattro evangelisti.
In generale, la famiglia era molto tranquilla. Lavavano i panni fuori dalla tenda e cucinavano per conto loro dopo che anche gli addetti alla mensa erano stati licenziati. Di tanto in tanto si occupavano dell’orto, anche se chiamarlo orto era un’esagerazione: si trattava di un piccolo rettangolo di terra che si apriva tra il cemento del parcheggio e la recinzione metallica.
Un giorno il fratello di Abu piantò qualcosa, qualcosa che non sarebbe cresciuta e che il muto continuò a curare nella sua invisibilità. Ogni tanto i ragazzini lo aiutavano.

Solo in un’occasione Abu sembrò protestare per la storia dei documenti nuovi, anche se Marco non riuscì a stabilire con certezza di cosa Abu si lamentasse. Se da un lato l’omone cominciava infatti a parlare la sua lingua, da un altro pareva trasformarla in un idioma nuovo, del tutto personale e difficilmente comprensibile persino per i suoi familiari.
Anche per questo Marco decise che avrebbe preso l’abitudine, dopo pranzo, di leggere dei testi in italiano ai quattro ospiti.
Qualche vecchio romanzo? La guida della città? O perché no, qualcosa di mio. Alla fine, scelse di leggere dei passi dalla Bibbia.
Un pomeriggio, mentre cercava un martello nel capanno degli attrezzi, aveva trovato una vecchia edizione con le lettere dorate sulla copertina. Era finita tra i pacchi di riso e biscotti scaricati nel corso dell’ultimo rifornimento di qualche settimana prima. Mentre sfogliava il vecchio libro, Marco pensò al fatto che non aveva idea se Abu e compagnia fossero cristiani o meno; che importa, concluse, la cosa da fare era dargli una lingua e una storia, una qualsiasi, raccontata però nel modo più semplice possibile.

Vi farò pescatori di uomini.

Dopo qualche giorno da solo con la famiglia, Marco smise definitivamente di uscire dal campo. Le provviste sarebbero bastate per qualche mese, e del resto con l’arrivo della primavera non gli sarebbe costata troppa fatica dormire in tenda. Nel frattempo, nessuno era venuto a controllare che le cose andassero per il verso giusto, né l’organizzazione che gestiva il campo né gli abitanti del quartiere.
Devono essersi dimenticati di me come hanno fatto con i documenti di questi poveri diavoli.
Gli ospiti, intanto, avevano iniziato a trattarlo con una certa riverenza. Si consultavano con lui prima di fare qualsiasi cosa, che fosse cucinare l’ennesima pentolata di riso, lavarsi con quel po’ d’acqua che arrivava dalle docce o andare a dormire. Marco sentì allora di essersi trasformato nel capocantiere di una costruzione inesistente: devo stare attento, pensò, li sto guidando come si guidano i personaggi di un romanzo. Porto una fiaccola invisibile, devo averne cura.

Quanto alla Bibbia, decise di leggere dal Nuovo Testamento. Sulle prime pensò a San Luca – anche per via della Vergine Nera – ma poi si orientò sull’evangelista che portava il suo stesso nome. Quella scelta lo avrebbe ricondotto alla scrittura senza più porsi il problema di essere uno scrittore professionista. Diamine, disse tra sé e sé quando ebbe deciso.
E poi si trattava di testi semplici, dal valore universale, in fin dei conti abbastanza ottimisti. Quei quattro, del resto, il diluvio lo avevano già attraversato. Meglio dedicarsi a quello che viene dopo.

Io vi ho battezzati con acqua, ma Egli vi battezzerà con Spirito Santo.

Verso metà marzo, poco prima della pioggia, si presentò una ragazza. Si fermò dietro la rete metallica, dalla parte dell’orto, e da lì iniziò a fare ampi gesti con le braccia. Il fratello di Abu fece un cenno ai ragazzini perché andassero a chiamare Marco.
I piccoli gli sembrarono piuttosto cresciuti. Da un giorno all’altro. Il maschio avrebbe potuto iniziare a dedicarsi alla terra, in un vero campo di pomodori o patate, con risultati decisamente migliori dello zio; mentre la ragazzina, be’, adesso certamente doveva assomigliare alla madre.
Quel pensiero gli mise tristezza. Si avviò verso la recinzione con passo stanco, senza neppure aver capito di cosa si trattasse.
La ragazza aveva i capelli rossi. Marco pensò che doveva essere un po’ più giovane di Sofia. Subito dopo si maledisse per aver formulato quel pensiero. Gli venne voglia di tornare nella sua tenda. Poi la ragazza disse di essere una giornalista. Aveva un’aria familiare, o forse lo era il tono con cui si rivolgeva a lui.
Dal modo in cui lo guardava, Marco capì che la barba doveva essergli cresciuta molto, e che in generale doveva avere un aspetto non troppo gradevole, ma comunque antico, rassicurante.
La ragazza spiegò che lavorava per una redazione locale. Di solito si occupava di sport, ma da qualche giorno l’avevano spostata alla cronaca.
Così ho deciso di venire a dare un’occhiata. Non ne parla più nessuno, in paese.
Tutta quella storia non era un affare da cronaca locale, pensò Marco. Non sapeva bene di cosa si trattasse, ma cronaca certamente no – ancor meno locale. Comunque non disse niente, a parte: va bene.
Va bene? Davvero?
Certo.
Allora puoi raccontarmi qualcosa?
Marco ci pensò un po’ su. Abbassò gli occhi.
Da quando sono qui, disse, ho imparato un mucchio di cose. Il verso degli uccelli, ad esempio. Di primo mattino, soprattutto, li senti svegliarsi in coro. Facci caso, noi esseri umani non…
La ragazza sorrise, una mano aggrappata alla recinzione come se ci si tenesse per non cadere all’indietro; nell’altra un piccolo registratore nero.
Ma anche la notte non è male, proseguì Marco. Anzi, è ancora più eccitante. Te ne stai lì tutto concentrato nel tentativo di scovare l’autore di un certo verso, un fischio leggero o una specie di ululato appena sospirato, ma è inutile. La verità è che puoi solo aspettare che sia lui, il misterioso rapace, a concedersi, sempre che ne abbia voglia. Oppure non lo scoprirai mai. Adesso scusami, di là mi aspettano.
Marco si voltò e tornò verso il campo. Si sentì chiamare per nome. La ragazza aveva una voce strana, come disincarnata. Ripeté il suo nome. Doveva trattarsi, senza alcun dubbio, di una strana forma di allucinazione sonora.

Dopo la lettura del Vangelo, Abu e gli altri andarono a riposarsi. Marco ne approfittò per tornare nell’orto. Della ragazza non c’era più traccia. Sedette, si mise a pensare.
Un’amica di Sofia, come escluderlo. Forse ti ho vista proprio con lei, qualche mese fa.
Un’amica di Sofia, certo, a cui Sofia ha detto – almeno a lei – che frequentava uno scrittore.
Così ti sei lasciata affascinare dall’ipotesi di incontrarmi.
Sei venuta qui per me, per lo scrittore, non per gli ospiti o per il campo.
Magari fuori di qui si parla di me, di questo scrittore che vive con l’ultima famiglia rimasta sotto le tende. In fondo, sai, non c’è posto migliore in cui possa andare a ficcarsi uno scrittore: un’isola in un’altra isola con ospiti sconosciuti e misteriosi.
Ma nessuno, fuori di qui, può conoscere davvero il mistero. No. Perché il mistero è la verità e la verità è che adesso nessuno può sapere più niente. Niente di niente.
Quanto a me, sono ormai troppo lontano da tutto; e tutto si disgrega piano – perciò sono nel giusto, mia cara: si è nel giusto solo quando ci si costringe a una certa marginalità.
Richiuse la Bibbia, si lasciò andare nella terra. Vide il cielo che si copriva lentamente di nuvole alte e irregolari, sentì gli uccelli che cominciavano ad agitarsi e a cinguettare sui rami di un vecchio cipresso. Le prime gocce lo sorpresero ancora disteso, gli occhi socchiusi e la Bibbia in grembo.

E nessuno ebbe più il coraggio di interrogarlo.

La piccola tempesta durò due giorni. Spazzò via le tende e compromise il tetto di legno del capanno, che riportava ora un buco a forma di rombo. L’orto invece era esploso, la terra aveva invaso il cemento.
Marco non si aspettava rinforzi, e del resto non li avrebbe graditi: dovevano sistemare tutto da soli, come in ogni tribù che si rinnova nel sacrificio.
Abu, insieme ai figli e al fratello, chiese se potessero trasferirsi e dormire nel capanno, una volta riparato il tetto.
Be’, le tende ci vuol poco a rimetterle in piedi. Ma se preferite così, va bene.
Capannofresco, solemattina cade testa, disse Abu.
La mattina ci svegliamo soffocati dal caldo, nelle tende, tradusse il ragazzino.
La ragazzina invece scoppiò a piangere. Si allontanò. Marco pensò di nuovo alla Vergine Nera e agli indicibili sfregi portati a colpi d’ascia dagli Ussiti. Domandò cosa fosse preso alla piccola.
Grazielingua, disse Abu indicando il petto di Marco. Figliagrazie te.
Vorrebbe riuscire a ringraziarti nella tua lingua, tradusse di nuovo il ragazzino.
Perché non le date una mano a impararla, allora?, chiese Marco.
Abu, sorrise, allargò le braccia e tornò nel capanno. Il ragazzino andò con lo zio a sistemare la terra dell’orto.

Il giorno dopo l’orto era come nuovo. Il muto dava pesanti colpi di zappa nella terra frolla. Ogni tanto si fermava e strappava via qualcosa d’invisibile. Avvicinandosi, Marco pensò a delle erbacce. Il ragazzino le raccoglieva e infilava nel secchio, che restava vuoto.
Cosa avete intenzione di piantare?
Il ragazzo lo guardò, sorrise. Un grosso spazio nero separava gli incisivi.
Vedi, disse indicando la terra, c’è già qualcosa.
Marco osservò il piccolo manto marrone. Incrociò le braccia. Decise di stare al gioco.
Sai come si chiamano?
Rossi. Pomodori.
Esatto. Poi? Quello verde… Mento.
Menta, corresse Marco. Il muto fermò la zappa e li guardò entrambi, seccato.
Cos’ha?
Il ragazzino si grattò il mento.
Non gli piace qui. Non gli piaci tu. Ma sa che è meglio di prima.
Capisco. A tua sorella invece piace, qui.
Sì. Per questo è invidiosa. Perché tu stai imparando la lingua e lei no.
Sì.
Il ragazzino si abbassò sulla terra. Afferrò qualcosa di invisibile e la portò al naso, che toccò con due colpetti dell’indice tozzo e rugoso. Indicò il frutto invisibile che aveva raccolto, assunse un’aria interrogativa.
Profumo, si chiama profumo, disse Marco, e andò via.

Qualche giorno dopo tornò la giornalista, o almeno così sembrò a Marco. Vide la piccola figura lontana, trasparente e tremolante dietro la recinzione come il vapore liquido che si solleva sull’asfalto nei giorni d’afa. Agitava un braccio con la stessa aria leggera dell’altra volta.
Lui restò disteso fuori dalla tenda a leggere i passi del Nuovo Testamento che avrebbe voluto sottoporre agli ospiti.
Sei venuta per me? O per l’alluvione? Ma mia cara, l’acquazzone è passato e lo scrittore, con grande coerenza e spirito critico, ha smesso da tempo di esistere.
Marco rise di se stesso e delle circostanze meravigliose in cui si trovava. Si tastò la barba, sempre più lunga, e si girò su un fianco.
Quando tornò a guardare dall’altra parte, la ragazza era sparita: vide solo l’ombra, stavolta netta e larga, di una figura maschile che si allontanava.

La pioggia, nel frattempo, aveva rafforzato in lui l’idea di leggere dal Nuovo Testamento. Una volta terminato quello di Marco, sarebbero passati agli altri vangeli. Ma Abu non fu d’accordo. Protestò anche a nome degli altri: disse che preferivano rileggere qualche vecchio capitolo, per capirlo meglio.
Per capirlo meglio: i miei poveri bambini, pensò Marco, che al cambiamento preferiscono la cantilena, la ripetizione – e lo pensò ancora quando, nei giorni successivi, li vide inginocchiati a pregare, tutti e quattro, nel capanno degli attrezzi, dopo un’intensa giornata di lavoro e di impegno attorno a quel nulla che li fortificava proprio come lo Spirito Santo, per mezzo dei vangeli, aveva forgiato una nuova umanità.

Gli spiriti immondi, quando lo vedevano, gli si gettavano ai piedi.

Una notte Marco sognò un diluvio in miniatura all’interno della vasca della piscina comunale. L’acqua si agitava in tanti piccoli mulinelli per poi raccogliersi in un unico grande gorgo; a quel punto esondava con veemenza fino a occupare i locali del vecchio edificio e sfondare le uscite d’emergenza, travolgendo così nuovamente le tende, l’orto e il capanno degli attrezzi.
Lo svegliarono, un attimo prima di vedere l’arca, la pioggia e una lunga serie di martellate che si abbattevano come tuoni in lontananza. Fuori dalla tenda trovò Abu che lavorava sul tetto del capanno, con l’acqua che gli bagnava la grossa testa pelata, mentre il fratello e il ragazzino tenevano ferma la lunga scala di ferro su cui si era issato.
Tutti e tre gli sorrisero: Marco ricambiò in fretta il saluto mattutino e rientrò in tenda per non bagnarsi.

Un’altra notte, verso la fine di marzo o i primi d’aprile, sentì dei passi leggeri fuori dalla tenda. Era qualcuno che si muoveva piano, a piedi nudi. Che lo volesse o meno, sarebbe entrato: così si limitò ad aspettare.
Quando la vide, nuda, graziosa e vestita dei soli riflessi blu della notte fuori, Marco pensò che non conosceva ancora il suo nome.
La sentì accoccolarsi nel lettino e trovare subito la posizione ideale perché lui potesse avvertire il suo alito di denti giovani e bianchissimi sulla barba.
Non disse mezza parola. Quando iniziò a toccarlo, Marco disse no, no e poi no, non sono venuto al mondo per questo. Neppure tu. Poi, con un piccolo scatto del bacino, lei gli fece intendere che certo doveva aver conosciuto qualche uomo, nella sua vita precedente, e che anche quello doveva essere stato amore, per quanto in una forma a lui sconosciuta. D’istinto Marco balzò in piedi.
Torna dagli altri, disse. La ragazzina iniziò a singhiozzare con una serie di fischi striduli. Lui l’abbracciò pensando ai richiami dei rapaci là fuori. Quando si fu calmata, la mandò via.
Questa storia, concluse Marco verso l’alba, in solitudine, non la saprà nessuno. Nel dirlo ebbe la certezza che prima o poi sarebbe uscito dal campo, che anche quella famiglia si sarebbe disgregata, che anche quella comunità sarebbe stata sciolta.

E non dissero niente a nessuno, perché avevano paura.

Il giorno dopo una pioggia di spilli finissimi bagnava l’asfalto del parcheggio. Più in là, Abu lavorava stavolta all’interno del capanno. Marco aspettò un po’, dopodiché decise che era il caso di parlargli. Lo chiamò, si sistemarono a qualche metro dall’ingresso del capanno il cui interno, da fuori, sembrava un antro misterioso appena ravvivato dalla luce color mercurio che filtrava dal tetto aperto.
Mentre parlavano, il cielo cominciava piano ad aprirsi. Marco esitava, così Abu prese a fare delle domande su Cristo: se era morto anche per loro e in generale se era morto per tutti gli esseri umani. E cosa era toccato a chi lo aveva ucciso. Aspetta un attimo, disse Marco. Mi sembra che qui stiamo passando da un aspetto narrativo a un altro, diciamo, più teologico della questione.
Abu inclinò leggermente il capo, scoprendo il collo robusto.
Voglio dire… Comunque sì, Cristo è morto anche per te e per tuo fratello, per i tuoi figli. Per tua moglie. Cristoassassini?
Be’, è complicato da spiegare. I romani lo portarono alla croce, è vero, ma in un certo senso tutta l’umanità… Comunque morì anche per loro, certo. Anche se non se lo aspettavano, mettiamola così.
Bene, concluse Abu.
Volevo parlarti di un’altra cosa, disse Marco. Abu sorrise.
È inutile girarci attorno. Verresti comunque a saperlo. E poi non voglio che le cose si mischino. Non voglio che pensiate che ho fatto quello che ho fatto per… O peggio ancora che i documenti non arrivino perché io… Oh, com’è difficile.
Abu sorrideva ancora. Le tre cicatrici gli si aprivano e si allargavano sulla guancia, come se respirassero per conto loro. Grazie, disse Abu.
Grazie? Diamine, la verità è che non posso fare nulla, per voi. Dovreste andarvene, ecco cosa. La verità è che vi ho solo fatto perdere tempo. Quanto al motivo per cui ti ho chiesto di parlarti: stanotte…
Grazie per nottelei, lo interruppe Abu. Iodetto: vai, lascia qui copricorpo e da lui vai. E tu nottelei. E io grazie. E lei nottete quando vuoi, ancora.
Io non…
Mio fratello, ombretenda mentre tu nottelei.
Ma non…
Grazie, disse Abu.
Grazie, ripeté Marco. Certo. Grazie. Si sforzò di sorridere, abbassò il capo. Una striscia di fuoco gli percorreva l’esofago dall’alto in basso e poi al contrario. Si scusò, si alzò e andò a vomitare nei dintorni della sua tenda.
Quando tornò, Abu martellava qualcosa con regolarità compulsiva nella penombra del capanno.

Quel pomeriggio, dopo pranzo, Marco vide la giornalista affacciarsi di nuovo dietro la recinzione. Con lei c’era il tizio del comitato di quartiere.
Marco pensò all’acqua della piscina comunale, se ce n’era ancora e se era la stessa del diluvio, e pensò a una zattera più che a un’arca. Salutò la famiglia e si affrettò verso la recinzione. Una volta lì ci si aggrappò come aveva fatto la ragazza la volta prima. La guardò e stavolta fu certo che fosse un’amica di Sofia, anche se non era vero. Pensò di strapparsi la barba davanti a lei, pensò di arrampicarsi per scavalcare la rete e stringerla tra le sue braccia come aveva fatto quella notte con la ragazzina.
Il pelato se ne stava un po’ in disparte, come se avesse fretta d’andar via.
Questa gente non dovrebbe stare qui, disse la giornalista.
Marco sospirò, si guardò intorno. Allora il pelato si avvicinò. Aveva una maglietta con il nome del suo negozio e una vipera bianca disegnata sopra.
Ha ragione, disse masticando la sua gomma immaginaria. C’è da scommetterci che avete finito i viveri. Noi qui siamo disposti a darvi una mano, ok? A patto che ve ne andiate entro qualche giorno. Non potete stare più qui, e la piscina non c’entra. Chiaro?
Le acque hanno esondato, mormorò Marco. Ma si sono abbassate. Manca poco. Poi guardò per terra: era scalzo. Gli sembrò di sentire un’ombra alle sue spalle.
La giornalista e il pelato si guardarono.
Se nessuno vuole intervenire, disse il pelato, allora ci penseremo noi. Lo scriva, che gli abbiamo offerto il nostro aiuto, e che il responsabile del campo o quello che è ha rifiutato. Lo scriva, dannazione.
La giornalista accese il registratore.
Può ripetere?
Il pelato tirò su col naso. Grugnì qualcosa d’incomprensibile si gettò sulla recinzione come se volesse aprirla a mani nude. D’istinto Marco si fece indietro. Si allontanò ancora mentre la giornalista cercava di calmare il pelato. Quando si voltò scoprì che il muto e il ragazzino lo avevano seguito. Sentì qualcuno che ripeteva, sottovoce: manca poco, e pensò che fosse stato il muto.
Camminò fino al capanno. Iniziava a fare buio. Si vedevano le prime stelle appese nel cielo terso come splendidi cristalli.

Non appena lo videro entrare, il muto e il ragazzino si inginocchiarono sul pavimento, come in attesa di una benedizione.
Abu si inchinò e disse: signoremio grazie, grazie. Poi lo maledisse, gli sputò addosso e lo spinse in un angolo, lo stesso in cui stava rannicchiata la ragazzina.
La piccola piangeva, le mani a nascondere il volto.
Il corpo del capocantiere fu issato un’ora dopo, quando la notte era ormai scesa, nel silenzio rotto solo dalle martellate regolari. Ancora lucido nonostante i chiodi e il dolore, Marco sentì un uccellino gridare e fu certo che si trattasse di un cardellino. Ne sorrise, finalmente grato a se stesso, sforzandosi di restare cosciente: erano giusto a metà della processione verso l’uscita dal campo.
Nel capanno mancava una parte del tetto: Abu e i suoi avevano tirato via le travi per fabbricare la loro croce, il loro capolavoro di legno.

         

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