FALSITÀ PIÙ VERITÀ È OMERTÀ
OMERTÀ PIÙ FALSITÀ È VILTÀ
VERITÀ PIÙ OMERTÀ È CHISSÀ
OMERTÀ PIÙ CHISSÀ SONO IO
VILTÀ PIÙ CHISSÀ È IN TUTTI NOI

Che nessuno debba sapere i miei ricordi è una mia volontà.

Che un processo a me palese sia stato stabilito e/o associato da terzi, a me ignoti, sulla scia del determinarsi dei miei ricordi, non è una mia volontà, né lo è l’a me offuscata natura del processo stesso.

Che siano in voga accessi presunti alla mia coscienza da parte degli altri non è una mia volontà. Che io abbia annoverato segnali allarmanti in 17 anni, a lungo andare di gravità gradualmente ascendente non è stata una mia volontà.

Che tali segnali abbiano alimentato questa presunzione di gogna invisibile non è stata una mia volontà.

Che io ritenga assente tale gogna di cui è oggetto la mia mente: il verificarsi mi è negato.

Che io ritenga ora come allora e durante, connesso, un dato segnale sonoro-umano pregno di superbia, saccenza e stigma al significato della gogna, evitarlo mi è inutile.

Che io concepisca come realmente collegata la gogna – la d’essa mia percezione (riconducibilmente) massiccia – all’intuizione degli altri sull’entità dei miei ricordi che trapelare siano da me potuti, non a parole né gesti, l’ometterlo mi è impraticabile.

FARE FRONTE a sentimenti avversi (da me così sentiti), cui quel suono ne è il denigrante simbolo, l’allora mia sporadica astensione parvente illogica dal gestire processi materici su spazi piccoli per tempi lunghi, data ragionevole azione, mi è pertanto, seme di insensatezza, distanza e vuoto interpersonale.

Che le gocce da me assunte giornalmente, moderino l’impatto del lato esteriore che mi competa su quello mio interiore non mi è né troppo negativo sul mio incedere quotidiano, né troppo altresì positivo nel vagliare l’effettiva natura di ciò che vivo. È bensì, un percorso il cui passo perenne è questo:

silenzio assoluto, che più mi accomuna a tutti, i falsi e i sinceri.

Che tutto questo scrivere sia espressione di

1) fiducia irrealistica nella risoluzione in senso positivo di questa determinata gogna;

2) delusione mia sull’effetto restrittivo cui consegue questa mia condizione dai piccoli gesti quotidiani, al mantenere gli occhi schiusi in pubblico per più di un minuto, al decidermi sul da farsi consapevole d’essere osservato (può darsi non solo uditivamente), e via discorrendo, fino alla realizzazione, emancipazione personale;

3) senso di caducità e permanente peso che mi induce a chiedermi: perché essere uomo ma sottoposto a gogna, per cui privo per sempre d’un mio decimale, mentre qualunque altro affronta pesi ai miei pur superiori ma è libero da zavorre interiorizzate?

Perché dunque il tizio là fuori è UNO mentre io sono ridotto a 0,7? Sì, lo so, posso crescere il mio 0,7 fino al 0,8 ma la relegazione, cui è sottoposto il mio decimale di spontaneità, ha e avrà sempre una sua autonomia perlomeno minima.

Perché Luke è lo pseudonimo della non integralità dell’individuo che copre.


Nota a margine

Luke Ballordo (nome d’arte) è un uomo che vive nell’anonimato per non finire etichettato come “paziente psichiatrico”. Fa parte di un gruppo nato all’interno della nostra organizzazione Nie Wiem dopo la pubblicazione del libro di poesie di Sarah Di Piero Reparto da qui. Il gruppo, composto da pazienti, familiari, operatori e volontari, ha lo scopo di combattere lo stigma psichiatrico, creare spazi di socialità per chi soffre di disagio psichico e diffondere le buone pratiche del movimento basagliano Le parole ritrovate.