Il mio ex collega e caro conoscente Günter Spiegelmann mi ha inviato una paginetta che si è ritrovato qualche settimana fa riordinando le sue carte. Günter, per l’ennesima volta, è in procinto di traslocare e dunque sta piano piano facendo un pò d’ordine. Questa pagina di diario, mi ha cortesemente spiegato, è stata da lui scritta negli anni in cui viveva a Berlino. Altri tempi, perchè Herr Spiegelmann ormai da un bel pò si è felicemente trasferito ad Hamburg dove vive insieme alla sua giovanissima figlia. Riporto di seguito la fedele traduzione del testo da me stesso eseguita e la pubblico su questo blog sperando che il caro Günter, il quale di italiano non sa un acca, non trovi nulla da ridire. Chi lo conosce sa bene quanto sia brontolone. Ah, dimenticavo, il titolo «Bubboni» è una mia idea. Solo Günter, e forse sua cognata Maria, potrebbero sorridere di questa scelta… ricordi Günter? Ti ricordi di quella capra?

mb

Bubboni

L’America è dove vivo è questo groviglio di tubi e di cavi oggi l’ho vista dal naso spuntare in una luce di perla. È questo orizzonte di cocci di lampadina di cubi con le finestre o i fili d’acciaio intrecciati nelle luci quadrate e le sbarre mute di neon, coi tetti angolari e cilindri in una esplosione di strade verso tutte le direzioni perfettamente lunghe le vedo rimpicciolirsi verso un punto lontano macchiate di addobbi cadenti. È una polpetta di grappoli e flussi di torsoli e oggetti panciuti e smaltati accatastati tra loro che irradiano obesa materia e hanno uno schiumoso volume, è il magma delle cabine e delle vetrine, di bamboline e gas grigi, delle panchine nei parchi, di stelle di latta di clacson e di semafori, di chioschi e bidoni i denti che brillano le teste di pesce sugli alberi puzzano d’urina fradicia e il movimento invisibile custodisce i dati nell’aria elettronica.

Sono entrato in un supermercato avevo voglia di bere ma i luccichii fluorescenti delle lattine marroni e i barattoli verdi dei broccoli in mezzo al blu degli ammorbidenti per la lana sintetica pulsavano muti e ricciuti in procinto di riprodursi ed era vernice per le superfici mescolata in un secchio ad un livello parziale poi schizzata nel muro o nell’aria, no anzi no anche di più, era tutto quello che c’era era la realtà che non si avvicina è confusa, confusa come il grumo di vestiti nella lavatrice che gira e gira e gira senza fermarsi e il giro non ha un baricentro che irrori le forme di un equilibrio, ma tanti piccoli centri molli anzi forse nessuno. La carne, là c’è la carne imbottigliata dentro il bancone ed è così densa a un certo punto è così rossa che è ben tagliata e accatastata ed è fredda e gronda dal basso verso l’alto dal dentro al di fuori il pulsare ritmico ghiacciato si fonde con la luce di plastica colante dal soffitto di latta in un nuovo contatto che genera un colore un nuovo coito silenzioso ed esteso. No, no, non può esserci possibilità di intreccio né possibilità di fabula qui. Il ritorno alla chiara Itaca non può esserci qui in questo nuovo ovunque forse il sentiero è esploso tra gli scaffali imbottiti dove la luce si sgrana il perle d’acciaio, la proliferazione delle cose schiumanti lasciate che i copertoni vengano a me fluttuare nel silicone il vino rosso è diventato catrame come la possibilità di narrare. Raccontare un amore assente e l’incanto del desiderio e il coraggio della quotidianità coprirsi di ridicolo quando è necessario ma cadono i drappi pesanti stancanti solo la nomenclatura della bubbosità il ricamo delle farfalle che si posa e accarezza le cose le semina misteriosamente di luce e il piccolo tragitto diventa una perla che albeggia sopra il brulichio, solo lui ci può salvare e la limpidezza la tristezza del clown oggi il pensiero della sera. Coi piccoli lingotti di polistirolo sotto la lingua la secrezione ghiandolare della saliva è un rubinetto aperto che sgrana un rosario di soprammobili. La chiara Itaca devo tornare in essa riscoprire la geometria interiore i miei continenti sommersi la multiformità non è questa, è questa la decomposizione della placenta nel catasto dell’Autogrill il naufragio alle dieci del mattino negli ingorghi intarsiati dai cartelli in attesa. La pianificazione la produzione una scoreggia paonazza che logicamente si diramerebbe dunque passaggio dopo passaggio in nuove estensioni pluridimensionali dunque è l’unica ragionevole attuazione della qualità dei tempi è la logicità impermeabile ma la celestiale forma del mondo ha un equilibrio che resta immobile a tutto ai cavi ai tubicini del terreno martoriato alle trombe e ad i cadaveri alle torri sempre più alte con il pulviscolo incandescente di cenere che cade piano sulle macerie attonite. Il liquore delle parole quand’ero bambino mi sfregava le gengive in smorfie depositate sotto le guance ancora ma le cose tutte le cose vogliono perforarmi la bocca tutte le nature morte vogliono farmi mangiare.