«Questo libro è scritto su lastre di oro mentale», lastre che appartengono a uno straziato osservatore mai quieto. I confini del reale si allargano in una storia dai confini nebulosi. Prima, un bambino senza nome che assiste alla morte del padre. Lo fissa: l’occhio di vetro è senza vita. Sconvolto, fugge; uno squarcio di paradiso delle campagne, probabilmente siciliane, segna il desiderio di alienazione in un’utopia che, come scoprirà, non può più esistere. Il desiderio di morte appare come un’ombra oppressiva nella mente e nei pensieri, forse troppo maturi, del bimbo. Poi scompare. Forse è rapito, forse è solo addormentato. Non è chiaro.
All’improvviso, piomba in una Milano trasfigurata, senza tempo, ma, al contempo, nel tempo: è «l’anno del Signore 2018». Il bimbo ricompare ed è ormai cresciuto, è un bambino cresciuto, risucchiato e proiettato in un futuro distopico che al lettore è molto vicino. È un futuro confuso, oscuro, caotico e tremendamente sbagliato. Dolorosamente sbagliato. Emerge, man mano, la vera protagonista di questa mastodontica storia: «la specie e la sua corsa occidentale verso il progresso».
Smarrito, il bambino cresciuto non comprende il suo destino. Destabilizzato, si chiede quale sia la sua collocazione nella storia, e, di fatto, non lo saprà mai davvero. Chi è? È uno studioso? Uno scienziato? O soltanto una marionetta? Un fantoccio? Uno studioso-fantoccio? E, passivamente, si accinge a portare avanti uno studio di cui non conosce l’entità: il caso History.
History è un personaggio particolare. È autistica, creatura dalle sembianze elefantiache, sbagliata forse per il suo essere troppo umana. La malformazione la investe, la distrugge e la blocca. È riuscita male. Un urlo perenne le devasta viso e corpo fin dalla nascita. Si è originato già nell’utero riluttante di una madre che non voleva esserle madre, è sgorgato dal primo-ultimo abbraccio alla quasi sorella Hillary: l’addio ancor prima del saluto. Gli studi, gli abusi, piegano verso la violenza fisica e psicologica un’esistenza che non doveva essere, e un legame morboso, sessuale, inadeguato, si forma con il bambino cresciuto. La desidera, la pensa, cerca di salvarla, ma arriva l’abbraccio della Trista Figura, centrale e dominante nella storia. Il suo terribile richiamo prende le sembianze della Morte, di una Macchina sostitutiva per gli esseri transitori che, prima o poi, vi cedono sempre. Ci troviamo davanti alla creazione della mente 2.0?
Giuseppe Genna scrive senza sosta e un tripudio di conoscenza affannosa sgorga ininterrotto. Una narrazione perenne che esplora i confini della storia di tutte le età e di ogni tempo: la Grecia, i miti, Roma, il Colosseo, prima nella mente stessa del bambino cresciuto, poi attraverso i tentacoli serpentini della Medusa, la gorgone. Lo scrittore è senza freno. Coinvolge, destabilizza e confonde il lettore.
La sensazione, leggendo, è quella di grande smarrimento, perplessità e frustrazione. Ci si perde nei meandri di parole e di sensazioni che sconvolgono. Il tono duro e graffiante di un discorso impetuoso, offre immagini alle volte insopportabili. Il lettore piomba nel mondo creato da Genna, un mondo fatto di disperazione, morte, incertezza. L’essere umano sembra incapace di sopravvivere alla selezione non più naturale, ma artificiale. Si perde in un torrente di parole che non culminano se non alla fine. Ma la fine è scorretta: una serena rassegnazione e un abbandono completo sono evidenti nella calma che, alla fine, pervade la bambina History, che si lascia prendere dalla Trista Figura e, infine, non soffre più.
Genna è narratore profetico di un nefasto futuro, attraverso gli occhi del bambino cresciuto, il cui nome non viene pronunciato mai, forse per istinto di conservazione, per un barlume di protezione che sente di non avere, nell’ansia continua di poter essere, a momenti, sostituito. Una preoccupazione che ci contraddistingue fin dai primi anni dalla creazione della Macchina: il nostro avvenire, con lo sviluppo continuo della tecnologia, ci apparterrà ancora?
È evidente, e senz’altro trasposta nella vicenda, la grande conoscenza di Genna, che scrive un romanzo che trasuda cultura. Si riallaccia al passato e lo commenta, lo fa rivivere nel presente. Lo scrittore riporta i dubbi e le preoccupazioni di un’umanità insicura, di coloro che si sono spinti troppo oltre e, osando, hanno prodotto un’opera che, presto, non avrà più bisogno del suo stesso creatore. La vita umana è troppo fragile. La sua stessa opera, Trista Figura dal volto coperto, la può afferrare da un momento all’altro, con le sue braccia innaturalmente lunghe, con il suo corpo innaturalmente magro. La morte è contemplata solo in parte, solo per noi esseri umani. La Morte ci accompagna mano nella mano. È un tocco distruttivo, sconvolgente, terribile. Ed è subito… fine.