Ai tempi del Coronavirus docenti e studenti diventano videoterminalisti e dovrebbero essere tutelati come tali.

Nell’Italia che ha adottato la didattica a distanza emergenziale, sempre più studenti e docenti stanno diventando videoterminalisti. In questa situazione di isolamento sociale, indispensabile per tutelare la salute della collettività, tutti noi, familiari studenti e docenti, stiamo apprezzando le potenzialità della tecnologia digitale applicata all’insegnamento. L’e-learning, l’apprendimento elettronico, ci permette di mantenere il contatto con i nostri studenti, di continuare a portare avanti i programmi, di perfezionare metodi didattici alternativi.

Tutto ciò va bene in una situazione di emergenza ma se dovesse durare molte settimane o, addirittura, mesi? In questo caso allora bisogna tenere in considerazione, quindi prevenire, anche i risvolti negativi, legati alla salute. Siamo convinti che agli studenti faccia bene stare dalle 8 alle 13 davanti al terminale, tutti i giorni, collegati a internet tramite wifi, con tutti i problemi connessi alla vista, alla postura, all’affaticamento fisico e mentale che ciò potrebbe comportare, se non regolamentato da subito?

In questa situazione di emergenza qualcuno potrebbe pensare che non è il caso di essere così puntigliosi e critici: bisogna collaborare per azioni positive e costruttive.

E, poi, chi sarebbero questi videoterminalisti? Secondo la legge, il videoterminalista è «il lavoratore che utilizza un’attrezzatura munita di videoterminali, in modo sistematico o abituale, per venti ore settimanali»1. E che parola è mai questa, così vetusta, videoterminale? Entrato nella lingua italiana nel 19812, videoterminale è un termine che, secondo la legge, indica «uno schermo alfanumerico o grafico a prescindere dal tipo di procedimento di visualizzazione utilizzato»3. I nostri computer, i nostri smartphone, i nostri tablet, quindi, sono tutti videoterminali.

Non si tratta di fare i puntigliosi, dunque, ma di chiamare le cose con i loro nomi. Al momento, nel mondo della scuola, sono inquadrati come videoterminalisti gli assistenti amministrativi, non i docenti. Se, tuttavia, i docenti iniziano a lavorare sistematicamente online 20 ore alla settimana diventano de facto videoterminalisti. E gli studenti, pur non essendo lavoratori, stando sistematicamente 20 ore alla settimana al terminale per la didattica a distanza, correrebbero gli stessi rischi, imposti dall’istituzione scolastica, dei videoterminalisti. Essendo nelle stesse condizioni dei videoterminalisti, il preside non ha forse la stessa responsabilità nei confronti di docenti e studenti che usano i terminali sistematicamente?

Allora vediamo quali sono gli obblighi del datore di lavoro nei confronti dei videoterminalisti. Secondo il Testo unico sulla salute e sicurezza sul lavoro, il datore di lavoro, in questo caso il dirigente scolastico per conto del Ministero dell’Istruzione, «analizza il posto di lavoro con particolare riguardo: a) ai rischi per la vista e per gli occhi; b) ai problemi legati alla postura ed all’affaticamento fisico o mentale; c) alle condizioni ergonomiche e di igiene ambientale.»4

Come possono i presidi compiere questo tipo di analisi nelle abitazioni di docenti e studenti?

I presidi dovrebbero assicurare, inoltre, al videoterminalista il «diritto ad una interruzione della sua attività mediante pause ovvero cambiamento di attività», che si contratta, oppure, «in assenza di una disposizione contrattuale riguardante l’interruzione», il videoterminalista «comunque ha diritto ad una pausa di quindici minuti ogni centoventi minuti di applicazione continuativa al videoterminale.»5 Andrebbe preso in considerazione nell’organizzazione oraria giornaliera della didattica a distanza e non lasciato alla libera iniziativa dei singoli docenti.

Non proseguo oltre, perché il testo integrale del Titolo VII del Testo Unico si può leggere qui.

Le norme previste per i videoterminalisti riguardano questioni di salute che valgono per tutti, quindi anche per gli studenti che stanno 20 ore davanti ai videoterminali.

Mi limito a fare presente il problema e a invitare le autorità competenti a dare risposte precise affinché la salute, diritto di rango costituzionale, venga rispettato. Basterebbe prevedere un numero massimo di ore in videoconferenza al giorno e alla settimana, poi ciascuna scuola si regolerà con la sua autonomia.

Ho sollevato il problema non perché sia d‘accordo con chi critica, in generale, la didattica a distanza, invocando supposte aule reali, dato che viviamo in un’epoca di realtà espansa. Sperimento l’efficacia della didattica a distanza dal 2014, quando ho iniziato a specializzarmi nel metodo della flipped classroom (didattica capovolta) con Maurizio Maglioni6, ma sono convinto che anche in questo campo, come in tutti i campi, sia necessario usare lo spirito critico e rispettare le norme di salute e sicurezza sul lavoro.

Note

1 Art. 173 D.lgs. n. 81/08 (Testo unico sulla salute e sicurezza sul lavoro) del 9 aprile 2008.

2 Cfr. il lemma «videoterminale» del dizionario online Il nuovo De Mauro: «terminale di un elaboratore elettronico dotato di schermo, su cui compaiono i dati da questo elaborati».

3 Art. 173 D.lgs. n. 81/08 del 9 aprile 2008.

4 Art. 174 D.lgs. n. 81/08 del 9 aprile 2008.

5 Art. 175 D.lgs. n. 81/08 del 9 aprile 2008.

6 Maurizio Maglioni, Fabio Biscaro, La classe capovolta, prefazione di Tullio De Mauro, Erickson, Milano 2014.