La nuova raccolta poetica di Nino De Vita, Il bianco della luna. Antologia personale. 1984-2019 (Le Lettere, 2020), è il bilancio di una vita in versi

 

Il titolo della raccolta di Nino De Vita rimanda alla seconda strofa della poesia Martinu, da Cutusìu:

 

Parlai ru bbiancu
ra luna;
ri màculi nno bbiancu
ra luna; ra luci
chi scoppa ri nna luna.

Parlai del bianco
della luna;
delle macchie nel bianco
della luna; della luce
che viene dalla luna 1.

 

Martinu è un testo che, nella sua brevità, invita a essere letto come un manifesto di poetica dell’intera produzione di De Vita, qui rappresentata da una selezione di testi che va dall’esordio dell’autore in lingua italiana (Fosse Chiti, 1984) alle successive raccolte in dialetto cutusiaro, una variante del marsalese, su cui verte il progetto dell’autore di un romanzo dialettale in versi in sei libri. Rispetto all’antologia pubblicata nel 2015 da Mesogea, a cura di Silvio Perella, Il bianco della luna si arricchisce degli ultimi cinque anni di produzione poetica di De Vita e della presenza di alcuni cùntura inediti, qui proposti per la prima volta in volume.

In Martinu si dispiega narrativamente l’atto poetico stesso nelle sue componenti essenziali: l’attenzione al dato naturale, che nella poesia di De Vita apre continui scenari di vita vegetale e animale; la minuzia descrittiva, che risponde all’esigenza di rinsaldare il legame tra il segno e le cose, ed evitarne così la perdita; la narratività, con cui il carattere descrittivo dei versi di De Vita è sempre congiunto; la dimensione orale in cui questa poesia, sulla scorta della tradizione isolana, affonda le proprie radici – dimensione di cui la ripetizione e l’andamento cantilenante sono solo alcuni dei tanti retaggi.

La scelta, oggi altamente impopolare, di scrivere in dialetto, risponde infatti per De Vita alla volontà di rinominare tutte le parole che la lingua ha perduto, e quindi di salvare, insieme alla parola stessa, il carico di realtà che ciascuna porta con sé. Ciò che caratterizza la poesia di De Vita è appunto la ripresa, non solo di una lingua, ma anche del contesto in cui questa lingua viveva, e al quale la scrittura si prefigge di dare corpo e voce. Fare ritorno al dialetto al di fuori del suo mondo è un’operazione certo erudita, che De Vita stesso aveva in un primo momento pensato di realizzare costruendo un dizionario dialettale, ma sostanzialmente arida. In linea con la tradizione della poesia neodialettale, di cui De Vita è appunto uno dei massini esponenti, il poeta affida dunque al recupero del dialetto un intero mondo che corre altrimenti il rischio di estinguersi insieme alle parole che lo esprimono.

La luna, in Martinu, diventa così simbolo del significato più profondo della realtà che la poesia racchiude, e della meraviglia che grazie alla voce del poeta essa è capace di destare anche in chi, come Martino, non la può vedere perché cieco:

E a ccorpu Martinu
mi firmau.
“È bbedda”
rissi “’a luna!”.

E all’improvviso Martino
m’interruppe.
“È bella”
disse “la luna!”2.

Esiste generalmente un nesso, però, tra l’immagine di sogno cui si aspira e la realtà della propria esperienza consueta. Quest’esperienza, per De Vita, si consuma nelle terre aspre e aride della Sicilia, nelle quali la violenza e la crudeltà sono leggi che riguardano contemporaneamente l’ambiente, il paesaggio, il clima, non solo il mondo degli uomini. Questa durezza si riflette nel verso scarnificato e franto della poesia dell’autore, così come nel siciliano scabro e nudo che De Vita ha scelto di far rivivere per la sua speciale forma di fedeltà alle cose.

La durezza di questa realtà è però anche, e soprattutto, negli oggetti della poesia: nella terra dardeggiata dal sole, assetata e ferita, nei rapporti di forza che guidano gli uomini e, più in generale, nello stesso destino di esistere che in questi testi accomuna tutti i viventi. Seppure ancorata saldamente dal suo realismo alla realtà isolana, la poesia di De Vita raggiunge un grado di acutezza descrittiva tale che i luoghi, gli oggetti e gli eventi di cui narra si caricano di un valore universale, che racchiude il destino di tutti:

’A vita nna st’agnuni
chiddu ch’avia assistutu,
i cùntura, m’avìanu
fattu capacitusu;
cci sunnu cosi ranni
chi ponnu scafazzàrini.

La vita in questo angolo di terra,
quello che avevo visto,
quanto avevo ascoltato, mi avevano
come reso maturo, accorto:
ci sono cose più grandi di noi
che possono schiacciarci 3.

 

I versi citati provengono dal III capitolo della poesia Chi ponnu scafazzàrini, “Che possono schiacciarci”, un lungo racconto in versi nel quale lo «stato violento»4 del vivere – per dirla con Leopardi – si manifesta nei termini di una sopraffazione dettata dai codici culturali radicati nell’antropologia isolana. In questo giro di versi, risuona però una verità che trascende il contesto specifico che li ha ispirati, per la quale l’angolo di terra che ha formato la consapevolezza del poeta rimanda alla Sicilia, e per la quale le cose capaci di schiacciarci adombrano l’azione ineluttabile e tragica della vita stessa: la sua fatica e il peso.

Così l’adesione al particolare si salda, nell’opera di De Vita, al respiro universale che caratterizza l’arte antica, e in particolare la tragedia. La poesia è un palcoscenico – un tiatru, nelle parole dell’autore – su cui va in scena la tragedia quotidiana della vita attraverso i luoghi, i fatti e le persone in cui essa si è di volta in volta incarnata, e nei modi intrisi di pietà e dolore – ελεος e φοβος, secondo la formulazione aristotelica – le cui radici affondano nella tradizione millenaria dell’isola.

 


Note

1 N. De Vita, Martinu, vv. 5-9, in Il bianco della luna. Antologia personale (1984-2019), prefazione di Emanuele Trevi, Le Lettere, Firenze 2020, pp. 22-23.

2 N. De Vita, Martinu, vv. 25-27, in Il bianco della luna. Antologia personale (1984-2019), cit., pp. 22-23.

3 N. De Vita, Chi ponnu scafazzàrini, vv. 39-44, in Il bianco della luna. Antologia personale (1984-2019), cit., pp. 116-117.

4 G. Leopardi, Dialogo di Torquato Tasso e del suo genio familiare, in Operette morali, a cura di Laura Melosi, Rizzoli, Milano 2010, p. 263.