Ossa nel deserto è il libro di Sergio González Rodríguez che racconta e indaga i terribili femminicidi che da più di venti anni interessano la città messicana Ciudad Juárez. 

L’agghiacciante notizia degli eccidi perpetrati contro le donne a Ciudad Juárez, agglomerato urbano del nord del Messico ed estremo avamposto al confine con gli USA, cominciava a circolare già dai primi anni del 2000 grazie all’inchiesta-denuncia di un giornalista coraggioso come Sergio González Rodríguez, che indagò su questo orribile misfatto scrivendo un libro davvero sorprendente dal titolo Huesos en el desierto, tradotto da Adelphi come Ossa nel deserto. In Italia, la storia degli efferati crimini fu resa nota dalla puntuale opera critica di Nicola Lagioia, grande estimatore della scrittura di Roberto Bolaño (su questo autore, irrinunciabile la lettura del saggio di Lagioia, Uno scrittore per il ventunesimo secolo), che ebbe il merito di narrare il “caso Ciudad Juárez” nel capitolo intitolato “La parte dei crimini” del suo ultimo libro 2666, scritto poco prima della sua prematura scomparsa.

Huesos en el desierto è il titolo originale del libro di Sergio Gonzalez Rodriguez, tradotto in Italia da Adelphi con il titolo Ossa nel deserto.

Come sia potuta avvenire un’opera di tale immane disumanità, nell’impunità e nel silenzio, è l’aspetto decisivo che ci impone ancora una volta una legittima quanto profonda analisi degli accadimenti, nonostante siano passati quasi vent’anni e nulla sembra essere cambiato. Muovendoci nel solco che Roberto Bolaño traccia con la sua mirabile scrittura, almeno all’inizio di questo percorso di comprensione, appare chiaro a tutti che non sia possibile ricondurre questo femminicidio alla mano di un solo esecutore. Nello spazio temporale di più dieci anni (dal 1993 circa), nella zona desertica della Ciudad messicana, la lunga scia di stupri, mutilazioni, torture e massacri ha sicuramente una connotazione culturale, comportamentale e sociale che lascia esterrefatti. Roberto Bolaño aveva le idee ben chiare quando, al quesito di un giornalista di come potesse immaginarsi l’inferno, affermava: «Come Ciudad Juárez, che è la nostra maledizione e il nostro specchio, lo specchio inquieto delle nostre frustrazioni e della nostra infame interpretazione della libertà e dei nostri desideri». Dunque, per lo scrittore cileno che amava l’inchiesta del suo “detective selvaggio” Sergio González Rodríguez, la carneficina ha una sua connotazione politica perché riguarda individui o gruppi di persone che hanno leso consapevolmente diritti umani e di genere. Sugli assassinii di Ciudad Juárez sono stati scritti altri libri ed è stato prodotto un film, con attori protagonisti del calibro di Jennifer Lopez e Antonio Banderas, intitolato Bordertown, del 2006. Tuttavia, tutto questo non è bastato a far emergere i responsabili torturatori o a rendere più chiare le dinamiche all’origine dell’orrore.

Una scena di Bordertown (2006)

Molti sono i motivi per cui è ancora necessario parlarne, soprattutto perché l’uccisione di donne, lo stupro e la mutilazione sono sempre di più un tema attuale. Fatti gravissimi e disumani, certificati nelle disarmanti statistiche dei territori di guerra, nei contesti dove le fratture sociali dettate da emergenze di ogni tipo permettono l’estensione di questi crimini, nelle società dove la cultura di avversione al mondo femminile tende inesorabilmente a deprimere la dignità e la possibilità delle donne di autodeterminarsi. I delitti in Messico – dal narcotraffico a una violenza diffusa in ogni settore della società – sono ormai una incontrollabile consuetudine, tenendo ben presente che Ciudad Juárez viene reputata come la città più pericolosa del mondo e dove è stata registrata, nel 2009, la cifra record di oltre 2500 omicidi in un solo anno. A Sergio González Rodríguez è toccata la buona sorte di aver evitato la morte, dopo le allarmanti minacce per la sua autorevole attività di giornalista in un ambiente davvero complicato.

Dal 1993 ai nostri giorni il numero di donne assassinate in quel particolare contesto ambientale supera le 450 vittime, senza contare l’assordante fenomeno dei “desaparecidos” – in questo caso “a danno di sole donne” – che conta un numero di 600 scomparse che non hanno mai più fatto ritorno a casa. Nelle varie interviste e dichiarazioni rilasciate da González Rodríguez si evince uno scenario davvero raccapricciante. Nella sua disamina, nel tentativo di dare una identità ai responsabili e stabilire l’origine dell’orrore, si pone l’accento su una possibile e inquietante “confraternita del crimine”, ben organizzata e dedita a compiere questa particolare forma di omicidio a sfondo sessuale con il placet di organi dello stato, di elementi corrotti della polizia e di gruppi malavitosi di narcos. Dunque, rimanendo concordi sul fatto che vi sia una molteplicità di mani assassine, quello che accomuna il tutto è il luogo di sepoltura: il deserto. Ogni tanto, con macabra casualità, fuoriescono dalle sabbie i corpi martoriati delle povere malcapitate, spesso mutilate, anche torturate, perché in Messico le donne sono oggetti e come tali tutto è permesso. Oggi, il governo federale dello stato di Chihuahua afferma con un cinismo senza precedenti che la maggior parte dei massacri sono stati risolti e, addirittura, un numero imprecisato di responsabili sono stati individuati come delinquenti comuni, atti a delitti seriali. Alcuni degli arrestati sono stati ritrovati morti in carcere, ufficialmente suicidati, negando pertanto la possibilità di essere interrogati. Niente di più falso. Se ci si fermasse dinanzi a queste conclusioni, perché la pratica omicidiaria contro le donne non sembra aver arretrato di molto nonostante la risonanza di questi fatti nel mondo intero?
Non a caso, le autorità attaccano con la solita arroganza e trattano con dolosa banalizzazione gli assassinii: odiano le Ong che hanno dato voce e risalto a fatti ormai derubricati a casi criminosi risolti. Ancora oggi, l’Ong che porta il nome di Nuestras hijas de regreso a casa dà filo da torcere ai rappresentanti delle istituzioni, denunciando, all’opposto, proprio la volontà di non punire e legalmente processare gli esecutori e i veri mandanti di centinaia degli omicidi taciuti per troppo tempo.

La violenza ha per sua natura un linguaggio universale, sguazza nella sua incontestabile ubiquità, si trasforma e si plasma in qualsiasi contesto spaziale e temporale.

Molto spesso, al passo con la migliore casistica di “legittimazione” ai crimini commessi contro le donne da parte del comune sentire maschilista e patriarcale di vasti settori delle società, si tenta paradossalmente di far diventare le vittime come responsabili del “destino” subíto. Nel caso messicano è necessario considerare alcune specificità che riconducono alle abitudini nella vita quotidiana di alcune lavoratrici del luogo, che pare siano maggiormente esposte all’uccisione e all’occultamento dei loro corpi. Il tutto risalirebbe, originariamente, ai tempi del cosiddetto Trattato di libero commercio (NAFTA) tra il Messico, gli USA e il Canada dei primi anni Novanta. La presenza dei Paesi contraenti in quell’area avrebbe prodotto una alterazione dell’equilibrio economico e di potere di alcuni individui, o gruppi di privilegiati, che avevano consolidato, lungo quella frontiera, parecchi vantaggi dal traffico di droga, dal contrabbando e dalla prostituzione. Per questo motivo si imponeva una strategia di sabotaggio che consisteva nel creare tensione, instabilità, insicurezza: alla lunga, questa azione criminosa avrebbe evitato la firma dei trattati e provocato il recesso dei Paesi interessati alla loro presenza in quell’area. Ma perché colpire le donne?

L’alto numero di lavoratrici uccise addette nel settore delle maquillas (fabbriche con azionariato a maggioranza straniera che utilizzano manodopera a basso costo di donne giunte in città dalle campagne o senza un radicamento familiare in zona) ha fatto propendere per l’idea che si volesse creare disordine proprio in queste nuove dinamiche economiche. Tuttavia, emerge anche un’altra ragione, forse ancora più credibile, che non sorprende se inquadrata nell’ottica di quel contesto culturale e sociale. Le giovani lavoratrici, di solito giovanissime, nonostante i bassi stipendi, sono in grado di autofinanziarsi una vita libera e abbastanza indipendente e, per la loro facilità relazionale in società, risultano essere maggiormente esposte all’oltraggio dei criminali. Da vittime indiscriminate, senza difese, senza diritti reali garantiti, senza l’adeguato rispetto per il loro lavoro e il contributo sociale che forniscono con i loro sacrifici, nel generalizzato clima criminoso, vengono prima sequestrate, poi fatte oggetto di ogni divertimento morboso e infine uccise, tanto se la sono cercata. In questa logica vanno inserite anche quelle donne che notoriamente vengono picchiate e uccise in casa, alcune sono vittime di vendette o altro genere di ricatto insulso, altre subiscono l’uccisione semplicemente per il piacere più disumano e patologico del crimine a sfondo sessuale: a coprire il tutto ci pensa la polizia – settori deviati delle istituzioni – e il deserto, dove i poveri corpi presto si decompongono e passano all’oblio. Ed è proprio in questa forza di alimentare la memoria che bisogna far leva per evitare che, anche il più odioso e amorale dei delitti, passi quasi come una assurda quanto ineluttabile pratica.

Questa mentalità dell’offesa del più debole, delle donne soprattutto, si manifesta anche in ambienti dove il tema dei diritti di uguaglianza di genere viene trattato con insistenza e nonostante sia effettivamente radicato nel tessuto sociale con più intensità. La guardia per il consolidamento delle conquiste ottenute grazie ai sacrifici di anni di lotta deve rimanere alta. Il tentativo di ridiscutere e scardinare alcuni dei diritti acquisiti nel campo dell’uguaglianza di genere è sempre dietro l’angolo: non di rado, anche in Italia, si assiste ciclicamente a tentativi di rilettura di temi valoriali che riguardano il diritto di famiglia e l’aborto, soprattutto nei momenti di trasformazione sociale e politica, che mettono a nudo la fragilità e la tenuta dei valori. Quando si vive in uno stato di diritto come il nostro è evidente che si possa far fronte alla regressione valoriale con una certa forza, ma, nel caso di molti Paesi del Centro e Sudamerica o del Vicino Oriente, il tutto diviene abbastanza complicato da sostenere.

Il bisogno di alimentare un patto sociale che renda le persone più consapevoli sul tema delle eguaglianze è il punto su cui ci si deve confrontare inesorabilmente. Negli ambienti più disgregati e instabili del nostro Paese, in vaste aree battute dall’egemonia delle mafie, il tessuto culturale si arricchisce sistematicamente di elementi maschilisti che contribuiscono a fornire un controllo sociale confortevole, senza l’intrusione delle donne (quando viene loro consentito un ruolo decisionale è perché sono un surrogato dell’uomo che non può espletare il comando), viste spesso come elemento decorativo o spazio privato da preservare nei confronti degli altri: un potere che deve essere ben visibile a tutti. Il riferimento del concetto di proprietà privata esercitato sulla donna è il momento saliente che spesso viene taciuto nei dibattiti sui crimini di genere, quasi con l’intento di far passare il messaggio che il reato contro le donne sia il prodotto di uno squilibrato, dell’incolto di turno, o, ancor più grave, dovuto all’istinto primordiale acceso dal comportamento della stessa malcapitata. In una società a trazione capitalistica e decisamente neoliberista – dove la produzione sovrasta il diritto – la forza supera la ragione della solidarietà, il vincolo sociale cede alla garanzia del controllo, la politica si adegua alle oscillazioni finanziarie  si verifica che la spinta egemonica e prevaricatrice di chi detiene il potere nei rapporti sociali ricada ineluttabilmente proprio sugli anelli più deboli del tessuto sociale. I casi di violenza nei confronti di donne, bambini ed elementi fragili nel mondo intero sono in aumento.

Dunque, la stabilizzazione del volto violento del potere inteso come controllo sociale, soprattutto in condizioni spesso emergenziali (e per questo ottiene anche la piena legittimazione del suo operato), travalica la semplicistica retorica che vuole l’annullamento dei diritti e la propagazione di diseguaglianze soltanto in contesti di guerra o in vaste aree gestite dalla criminalità organizzata, o ancora in paesi dove lo sviluppo economico è in fase embrionale. La violenza ha per sua natura un linguaggio universale, sguazza nella sua incontestabile ubiquità, si trasforma e si plasma in qualsiasi contesto spaziale e temporale.

Quanto sia necessario limitare e rendere obsolete le propaggini della violenza soprattutto per la salvaguardia dei diritti delle donne, dell’infanzia, della povertà dilagante, degli “ultimi”, scacciati da qualsiasi spazio di condivisione sociale, è l’obiettivo di una lotta sempre più attuale e decisiva di ogni essere umano in quanto tale.

 

Documentario del 2003 sui Demminicidi nel deserto

 


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Francisco Soriano

Francisco Soriano nasce a Caracas nel 1965. Attualmente, vive a Ravenna e svolge la sua attività di docente.
È stato insegnante e dirigente scolastico per diversi anni nella Scuola Italiana di Teheran, “Pietro della Valle”, occupandosi di inclusione e didattica dell’italiano a stranieri. Ha pubblicato numerosi saggi storici e raccolte di poesie tradotte in persiano: “Dove il Sogno diventa Pietra”, “Vita e Morte di Mirza Reza Kermani”, “Nuova antologia poetica di Zahiroddoleh”, “Dalla Terra al Cielo. Tusi e la setta degli Assassini di Alamut”. Ha coordinato laboratori di poesia e traduzioni in lingua persiana e ha organizzato mostre di pittori e fotografi contemporanei di livello internazionale, serate dedicate alla poesia italiana e persiana con attrici e attori protagonisti del cinema internazionale. Attualmente scrive articoli di letteratura e si occupa di problematiche concernenti diritti umani e di genere per la Rivista “Argo”. Le sue ultime pubblicazioni sono: “Fra Metope e Calicanti”, edita dalla Casa Editrice “Lieto Colle”, nel 2013; “La Morte Violenta di Isabella Morra”, edita da “Stampa Alternativa”, nel 2017; “Haiku Ravegnani”, edita da “Eretica Edizioni”, nel 2018; “Noe Ito. Vita e morte di un’anarchica giapponese”, edita da “Mimesis Edizioni”, nel 2018.
Grazie al suo amore per il Medioriente, oltre a essere vissuto per molti anni in Iran, ha visitato il Libano, la Giordania, la Siria, l’Armenia, l’Azeirbajan e la Turchia.

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