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Il disagio debutta a teatro

Due chiacchiere con Giacomo Lilliù, regista dello spettacolo Teoria della classe disagiata

Foto di Simona Bortolotti

Immaginate un’azienda che fabbrica un certo tipo di macchina in previsione di una domanda molto ampia. Immaginate poi che la previsione si riveli completamente sbagliata: la domanda si è contratta e le macchine non si vendono. Immaginate allora tutte queste belle macchine, oramai inutili, abbandonate nei magazzini. O svendute. Smontate. Distrutte. Bene. Ora immaginate di essere una di quelle macchine.

Così recita il successo letterario di Raffaele Alberto Ventura, che si è ormai inserito nel dibattito sociologico discutendo i problemi strutturali di una classe, quella disagiata appunto, che accumula beni posizionali nel tentativo di mobilitarsi nel tessuto sociale. Il saggio narra i dolori di una piccola borghesia, troppo ricca per rinunciare alle proprie ambizioni ma troppo povera per realizzarle, che dissipa le proprie ricchezze collezionando titoli di studio nella speranza di sembrare appetibile a un mercato lavorativo già saturo: quello culturale. Il target dello scritto di Ventura comprende gran parte della classe media occidentale, una folla decisamente vasta ed eterogenea: freelance, semi-occupati, flexi-occupati, chiunque cerchi di vivere oggi con il lavoro per cui ha studiato, neolaureati e dottorandi, e a seguire. Grande protagonista del libro, a spalleggiare il disagio, è la mole di riferimenti bibliografici che accompagna l’analisi di Ventura e che ci permette di “leggere l’economia come fosse letteratura e la letteratura come fosse economia”, dando l’illusione di un romanzo in cui l’io narrante attacca la cittadella della cultura a colpi di spietata autocritica.

Da questo postmodernissimo crogiolo culturale nasce un adattamento teatrale del saggio che sta per debuttare nei teatri italiani: Teoria della classe disagiata – lo spettacolo, di MALTE e Collettivo ØNAR, gruppo multidisciplinare composto da nove giovani artisti attivo dal 2015, è attualmente in fase di realizzazione, e potremo vederlo in un primo studio il 13 aprile a Pesaro presso la Chiesa dell’Annunziata in occasione della rassegna TeatrOltre. L’interessantissimo progetto viene da un’idea di Giacomo Lilliù, regista e attore in scena assieme a Matteo Principi, sviluppata sotto la guida della drammaturga Sonia Antinori. Manca ormai meno di una settimana al termine della campagna di crowdfunding per sostenere lo spettacolo, che grazie alla collaborazione dello scrittore è riuscita a proporre reward decisamente interessanti, tra cui alcune copie in anteprima di “La guerra di tutti”, secondo attesissimo lavoro di Raffaele Alberto Ventura in uscita ad aprile per Minimum Fax.

Il saggio di Ventura si concentra sul lato oscuro del consumo culturale, l’altra faccia della creative class teorizzata da Richard Florida, e della metamorfosi kafkiana che muta la classe agiata di Thorstein Veblen in disagiata, un tema di cui l’ambiente teatrale è testimone diretto. Qual è il tuo rapporto con il libro?

Credo fosse ottobre o novembre del 2017, il libro era uscito da poco e mi aveva incuriosito. L’ho letto in fretta, il che è strano per me – ride – e spesso ho fatto a pugni con la trattazione di Raffaele. Ho riempito le pagine di annotazioni, appunti, scarabocchi. Non conoscevo Ventura, né seguivo il blog o la pagina, e la prima reazione è stata decisamente ostile, mi è venuto da dire “chi cazzo è questo?”, pensiero che si è poi tramutato in un altro, più deciso: a me piace fare a pezzi le cose. La totale assenza di pars construens nell’analisi del libro mi ha affascinato. Quindi, ora come ora, tra me e il libro è sbocciato l’amore. Anche con l’autore direi che c’è sintonia. Ci tengo a specificarlo, sennò mi dice che sono antipatico perché sembra che prendo sempre le distanze. Non è così. Mi sono accorto che parlava di me, che faccio il regista con i soldi di nonna, di Matteo, che fa il lavapiatti a Berlino per poter fare l’attore, di una situazione fin troppo familiare a cui di solito si cerca di non pensare, e di come spesso ci si tuffa in certe prospettive di vita senza alcun senso della realtà, senza preoccuparsi davvero di pagare i debiti. Questo mio sentirmi chiamato in causa mi ha fatto pensare che forse non ero l’unico, e che poteva essere qualcosa di interessante su cui lavorare.

E così è nato lo spettacolo.

In quei giorni usciva un bando della Corte Ospitale per drammaturgie originali, ne ho parlato con Sonia e il progetto si è materializzato. Abbiamo presentato una prima bozza e siamo arrivati ottavi fra altri cento partecipanti, non abbiamo vinto ma è stato un buon risultato che ci ha spinti a continuare. Siamo poi arrivati finalisti per la borsa teatrale Anna Pancirolli, cosa che ci ha permesso di mettere in scena due studi di venti minuti al teatro Edi Barrio’s. C’è stata una bella risposta, così abbiamo deciso di rivolgerci al crowdfunding. Il teatro ha un versante bandistico disagiatissimo, c’è una competizione spietata e un’enorme discrepanza fra domanda e offerta, nonostante rappresenti spesso l’unica opportunità di ottenere fondi e lavorare. Anche il fatto di aver allestito il primo studio grazie a un bando ha un che di ironico, è un’altra manifestazione di disagio.

In fondo, quale mezzo migliore del crowdfunding per testare il disagio di questi consumatori socialmente orientati?

Esatto, il senso politico dello spettacolo è già manifesto nell’utilizzo del crowdfunding. A teatro il “grosso” del lavoro lo fa lo spettatore, noi ovviamente siamo in scena con tutto il lavoro che c’è dietro, ma qualcuno deve venirlo a vedere. E se il pubblico ha finanziato direttamente lo spettacolo c’è sicuramente più coinvolgimento, più dialogo. Più gente investe, più la magia si realizza. Lo spettacolo è un esperimento, un tentativo di creare un gruppo che si riunisce e ragiona assieme, per scoprire se si può parlare di una coscienza di classe disagiata. Oppure no, magari i borghesi tristi non interessano a nessuno. Vogliamo sondare la temperatura, far sì che tutto si accenda. Testare le sinapsi.

Come vi siete approcciati all’adattamento del testo?

C’è stato un fitto dialogo con Raffaele Alberto Ventura, per approfondire il discorso senza tradire troppo gli intenti del libro. I problemi di traduzione di un saggio in spettacolo teatrale sono molteplici, e per la drammaturgia ci siamo affidati a Sonia, che ha lavorato a stretto contatto con me e Matteo a un lungo processo di improvvisazione, supportato da uno studio personale del libro. Per chi ha letto il libro e si aspetta una vena meramente citazionista: potrebbe esserci ma anche no. Saranno presenti costumi fin de siécle e riferimenti letterari, ma lo spettacolo ha senz’altro ereditato l’atteggiamento girovago del saggio, e non vuole avere un plot ma essere più un rituale, un momento di assemblea; un funerale borghese dai disagiati, per i disagiati.

Non c’è quindi cura alcuna per il male dei disagiati?

Non è la cura che cerchiamo. Ventura incarna la vocina che abbiamo in testa, la parte del nostro subconscio che ci dice che non siamo abbastanza, la stessa vocina che in fin dei conti ci sprona a fare meglio, a metterci in discussione. Leggendo il libro ho avvertito un bisogno di onestà, di catarsi, di ritrovarsi nudi e accettare la fragilità invece di nasconderla e dimenticare che esista: lasciamola parlare, in qualsiasi forma voglia manifestarsi. Ci piacerebbe riuscire a materializzare quel disagio, dissotterrare le scorie senza misure sanitarie. Lo spettacolo è un crollo, una frana, una specie di trappola, con la sua postura ironica, satirica e doppiogiochista. L’obiettivo è forse proprio quell’ironia con cui ci difendiamo, e che forse non riusciamo più a toglierci di dosso. Ironia che è ormai un esoscheletro. Si tratta di ferite che devono respirare, per evitare la cancrena. Poi, magari, viene la pars construens.

Lavoriamo per cortocircuiti.

Da sinistra: Giacomo Lilliù, Sonia Antinori, Raffaele Alberto Ventura, Matteo Principi. Foto di Giacomo Alessandrini
Giacomo Lilliù

Giacomo Lilliù, nato nel 1992, è attore e regista teatrale. Nel 2010 termina la Scuola Biennale del Teatro Stabile delle Marche. Nel 2013 si diploma alla LAMDA di Londra. Tra i suoi insegnanti: Marco Baliani, Adam Meggido, Alessandro Sciarroni, Donnacadh O’Briain, Leo Muscato, Patrick Tucker. Nel 2014 entra nella compagnia MALTE diretta da Sonia Antinori, ed è quindi coinvolto nella realizzazione di La Politica insegnata a mio nipote, drammaturgia in dodici Capitoli sviluppata in seno al progetto WISE: dirige in Polonia il debutto di Capitolo IV, Capitolo VI e Capitolo XI (2014) e recita nel riallestimento di Capitolo I (2016-17). Nel 2015 fonda il gruppo di sperimenta-zione multimediale Collettivo ØNAR, per cui cura la progettualità e le regie teatrali. Nel 2017 è tra i trenta giovani registi selezionati da Antonio Latella per il bando di Biennale College Teatro. Nel 2018 è uno dei formatori dei laboratori teatrali del progetto Nella giungla delle città. L’irruzione del reale, vincitore del bando MigrArti del MiBAC. Tra le altre produzioni in cui è stato coinvolto: Fabrizio (2015-16), monologo scritto e diretto da Manuel Capraro; Il Rinoceronte (2015-16), regia di Irene di Lelio, nel ruolo di Bérenger; What Happens Next? An Improvised Comedy (2013 Edinburgh Fringe Festival), che dirige.



         

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