Genere: Drammatico

Durata: 107

Con: Géza Röhrig, Levente Molnar, Urs Rechn, Todd Charmont

Paese: Ungheria

Anno: 2015

Siamo nel cuore del campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau, è il 1944, Saul è un ebreo ungherese reclutato nel sonderkommando, vale a dire uno di quei prigionieri a cui è stato assegnato l’incarico di ripulire le tasche degli indumenti di coloro appena introdotti nelle camere a gas, consegnare tutto ciò che trovano di valore alle SS, bruciare le carte di identità, ripulire le camere dal vomito e dai cadaveri, introdurre i corpi nei forni, spalare le ceneri da un posto all’altro per facilitare l’assimilazione. Questi sono i gesti che vediamo fare a Saul, mentre da oltre le porte sbarrate delle camere a gas arrivano le grida e gli strepiti della morte. Ma la morte è dappertutto, qui, violenta e quotidiana come le azioni di Saul, un girone infernale in cui si lavora con solerzia per semplificarla e smaltirla, le caldaie di una nave alimentata a vapore il cui carburante è carne umana. Viene in mente l’orrore di cui parlava Kurtz, il celebre colonnello inventato da Conrad e poi trasposto al cinema in Apocalypse Now; quella parola ripetuta come un mantra per scacciarlo, l’orrore, nel momento stesso in cui se ne fa esperienza e l’anima non lo regge.

Tra i corpi Saul trova quello del figlio; da questo momento tutto ciò che farà sarà cercare di interrompere la catena di (s)montaggio del suo lavoro, perché il corpo non deve bruciare, lui vuole seppellirlo; e deve cercare un rabbino che reciti il Kaddish (la lode alla grandezza infinita di Dio) per accompagnarlo nell’aldilà. Primo lungometraggio del regista ungherese László Nemes, classe 1977, girato in soggettiva (quella di Saul) con un formato 4:3 che schiaccia l’immagine, ce la rende ancora più inabitabile, non ci permette di mettere a fuoco l’orrore, ma di sentirlo onnipresente in ogni azione e fuori dall’azione; è un film di gesti interrotti, continuamente, nulla si riesce mai a finire davvero nell’ansia di sopravvivere, di compiere qualcosa che non sia rituale. La scelta di non perdere di vista Saul e ciò che percepisce amplifica quell’orrore che sappiamo, che è suggerito e intravisto, perché è sempre ai margini del campo visivo, non può essere guardato, è quasi impensabile, eppure c’è lavoro, attività, energia cinetica e fatica.

È un olocausto a misura d’uomo nell’insopportabile ordinarietà di uno sterminio collettivo, di proporzioni a cui la parola orrore non offre appigli, e dove c’è un solo gesto di pietas, assurdo, rivolto da un ancora vivo a un già morto, e che diventa l’unica salvezza, non del vivo, lo psychopompós (comp. di psychḗ ‘anima’ e pompós ‘che guida, che conduce’), ma di chi trapassa, di chi è finalmente libero ma ha bisogno della preghiera che trasporta altrove, nella certezza invereconda che altrove sia meglio che qui. Anche la scelta dell’uomo che interpreta Saul, Géza Röhrig, è assolutamente condivisibile nelle parole del regista: “Géza non è un attore, ma un poeta e scrittore ungherese che vive a New York. L’ho scelto perché è una persona in costante movimento: a volte sembra bello e altre brutto, è sagace e lento, emotivo e imperturbabile”. “L’interprete necessario di un esordio eccezionale”, scrive Fulvia Caprara su La Stampa. Quanto è vero: a volte sembra bello e altre brutto, è in costante movimento, emotivo e imperturbabile. Come Saul, il Caronte dell’Olocausto, traghettatore di morti, nipote di Caos e figlio di Notte.