La lettera del diciottenne Philip Micheloni alla politica spiega bene il sentimento condiviso di una generazione e le motivazioni che hanno portato alle recenti occupazioni scolastiche

 

Sono settimane di grande agitazione per le conseguenze della pandemia che, oltre all’economia, ha messo in ginocchio sanità e scuola, mostrando tutte le contraddizioni di questa nostra società dominata dalla logica del profitto, ostile a finanziare i servizi pubblici con una tassazione equa e progressiva, capace soltanto di generare un debito infinito. Tra i servizi che più hanno sofferto per i tagli degli ultimi trent’anni, effettuati in nome della logica “meno stato più mercato”, c’è la scuola pubblica, che la pandemia ha stretto in una morsa feroce. Da una parte un Governo incapace di fornire una linea politica chiara. Dall’altra Regioni che strumentalizzano questa indecisione per compiere scelte propagandistiche, come tenere chiuse le scuole per “evitare l’ascesa dei contagi” – affermano – e “limitare i danni all’economia”, senza fornire dati a supporto di questa tesi. All’esasperazione di migliaia di famiglie e di docenti, che nei mesi scorsi hanno costretto il Governo a riaprire le scuole elementari e medie, si sono unite infine migliaia di studenti e studentesse delle scuole superiori, giunti persino a occupare i loro istituti pur di tornare a fare una scuola in presenza e in sicurezza. Perché hanno esitato tanto? In parte lo spiegano le parole di Philip Micheloni, studente al quinto anno del Liceo scientifico “Leopardi” di Recanati.

 


Lettera di un diciottenne alla politica

Il futuro è una terra insidiosa

di Philip Micheloni

In questi giorni sentiamo costantemente parlare di un governo fuori controllo, in crisi, che nel pieno di una pandemia non riesce a dare risposte concrete a come frenare questa emergenza. Tra le numerose motivazioni che hanno portato a questa instabilità ci siamo anche noi giovani, solo che occupiamo il gradino più basso. C’è mai stata in Italia una crisi di governo sul diritto allo studio? Qual è la politica che viene raccontata a noi giovani? La politica parla di argomenti che ci toccano veramente da vicino?

Le risposte a queste domande sono, purtroppo, tutte negative!

Mi chiedo costantemente che motivazioni possa avere a seguire la politica che ignora la mia generazione, che calpesta spesso e volentieri i miei diritti! Eppure, quando si parla di tagli siamo sempre i primi, chissà perché? Il Sessantotto è stato un anno che i nostri nonni difficilmente dimenticheranno e non esiteranno a dirci che i giovani seri e ribelli di quegli anni erano coloro che scendevano in piazza a manifestare veramente per i loro diritti, che partecipavano attivamente e seriamente alla politica… La politica, questa grande sconosciuta, diversamente da quella generazione dei grandi movimenti giovanili, sembra non risiedere nel nostro codice genetico; perché? Siamo una generazione di apatici come spesso veniamo etichettati? Siamo una generazione chiusa nel privato e priva di ideali?

Ma sono veramente i giovani ad essere disinteressati alla politica o è il contrario? Non sarà forse la politica ad essere disinteressata ai giovani?
Io e la mia generazione abbiamo vissuto le prime fasi della nostra vita, la nostra adolescenza in uno scenario ben diverso da quello dei nostri nonni. Stiamo vivendo in una epoca storica nella quale è entrata in crisi l’idea che il futuro possa essere guardato con fiducia e ottimismo come quel momento in cui, comunque, ci sarà un miglioramento. Per questo motivo il futuro diventa una terra insidiosa, dove gli unici regali che riceveremo saranno disoccupazione, catastrofi legate al drastico cambiamento climatico, pandemie… Tutta questa sfiducia è approdata fino al mondo degli adulti (genitori, professori) che ci presentano il futuro come se fosse una guerra e che ci educano come se fossimo soldati armati contro un futuro minaccioso. Come si esprimono questi ”insegnamenti” nella nostra vita quotidiana? Quali sono i consigli che riceviamo spesso? A volare basso, a non sognare troppo, a non farci troppe illusioni su noi stessi, sul nostro futuro, sulla possibilità di trovare un mondo più giusto, sulla scelta inutile dei percorsi di studi e di lavoro che vorremmo seguire… Così facendo il nostro paese sta cancellando un significativo potenziale di crescita di cui i giovani forse potrebbero essere portatori.

Questa sfiducia ha una ricaduta enorme sulla politica, questa abitudine presa dai giovani a volare bassi e a non sognare più di tanto porta a una idea di politica che tende ad accantonare gli ideali e quindi a trascurare la propria ambizione nel farsi portatrice di progetti di miglioramento e di cambiamento nei confronti della società. Una politica che si presenta in questo modo ai giovani come può accendere il nostro entusiasmo e scaldare i nostri animi? Era più facile per i ragazzi del ’68 scendere in piazza e interessarsi di politica perché loro avevano la convinzione di poter cambiare il mondo; oggi invece ci presentano una realtà pericolosa che non potrà mai cambiare perché è così e basta. Per questo motivo non è facile per noi giovani impadronirci di tutte le conoscenze per capire il ruolo della politica che sembra assumere sembianze di un mostro freddo, cattivo, sfuggente, difficile da decifrare.

In conclusione, la politica sembra denigrare noi giovani, specialmente in questi ultimi anni in cui l’intera Italia è stata contagiata dalla disoccupazione, dalla precarietà, dal divario nei redditi. Siamo una generazione svantaggiata e trascurata e in aggiunta ci dicono di essere gli unici colpevoli del nostro stesso svantaggio; c’è la disoccupazione giovanile? Ovvio colpa dei giovani che sono fannulloni e incapaci e così via.

Il problema, forse più significativo, è che questo pregiudizio nei confronti dei giovani lo abbiamo trasmesso a noi stessi ed è per questo che ci auto-definiamo superficiali, fragili, poco attivi, in fuga, ignoranti, provati, pigri, menefreghisti, irresponsabili, incoscienti, poco seri, maleducati… Ma i giovani sono così? Ci riconosciamo veramente in questi aggettivi? La risposta è no, perché ognuno di noi ha i propri interessi, i propri ideali, le proprie opinioni. Siamo una generazione scolorita che deve riconquistare il proprio colore brillante e quella fiducia che avevano i manifestanti del Sessantotto, dobbiamo ritornare a fare solidarietà tra di noi per acquisire una identità politica.