Presentiamo un racconto di Francesco Trombetta, accompagnato da una nota introduttiva di Gabriele Gallina

 

Questo racconto si svolge nel segno della duplicità: è percorso da una ambiguità soggiacente. La voce narrante è quella – anonima – che ben si presta a infondere un tono di distacco imparziale (almeno in apparenza), rispetto a ciò che viene proferito. Con questo espediente, è implicito l’aprirsi di uno spazio tra colui che narra e ciò che viene narrato, così, il narrato si dispone intorno al narratore come intorno a un invisibile centro e la forma utilizzata, quella paratattica, agisce anche come stile di pensiero. Le peripezie di quest’ultimo s’intrecciano qui con quelle della vita quotidiana, di modo che le gesta di un felino, immerso nell’unilaterale immediatezza del suo istinto, possano fornire lo spunto per una riflessione che si spinga ben oltre la contingenza e ammicchi ai cieli dell’eternità.

Badate, soltanto gli scrittori che conoscono il loro mestiere sono in grado di scrivere storie che abbiano animali come protagonisti senza per questo risultare banali, stucchevoli o gratuiti. Giusto per restare nell’ambito della contemporaneità, sia sufficiente menzionare in questa sede il nome – enorme – di Franz Kafka, nei racconti del quale, anche lì dove si tratti della passeggiata di un cagnolino, è possibile rinvenire più metafisica che in un trattato di filosofia.

Ma, tornando a noi, la duplicità nel segno di cui si svolge questa breve storia è quella tra uomo e animale, tra immanenza dell’empiria e trascendenza del pensiero, tra attimo ed eternità. Esiste, in particolare, un’imponente tradizione di pensiero che riguarda l’attimo, sin da Platone, dove l’istante è il punto cieco che consente l’avvicendarsi del tempo su sé stesso, fino – con un considerevole balzo – all’attimo della conversione che, in Kierkegaard, fa brillare di nuova luce il mondo del peccatore, a quello nicciano nel quale circola eternamente il tempo da esso (attimo) redento, alla jetztzeit di Walter Benjamin (dove, “ogni secondo è la piccola porta dalla quale può entrare il messia”), che nel suo balenare introduce all’integralità del tempo universale, per concludere con l’augenblick di heideggeriana memoria, colpo d’occhio innanzi al quale – dal nulla – si squaderna lo gran mare dell’essere.

Molto ci sarebbe da dire – ed è stato detto – su questa ampia tematica, ma quello che va sottolineato è che qui, a differenza di tutte le posizioni sopraelencate (nelle quali vige ferrea una frattura, uno stacco, tra il tempo e sé stesso), al contrario, l’attimo diviene il luogo in cui si affaccia l’eterno, l’istante la strada maestra per l’infinito. Solo per un momento, la scissione mostra d’essere apparente, il dualismo si rivela unità, ma questa può essere scorta solo da chi, come un gatto, – con prontezza irriflessa – è capace di, letteralmente, balzarvi dentro.
Costui, con ogni probabilità, non appartiene al genere umano. 

(di Gabriele Gallina)

 

Jesús Rafael Soto | La Spirale (1955) | Artsy
 

Il gatto casalingo … e l’empiria

di Francesco Trombetta

 

Ogni gatto casalingo vive in un mondo di regole arbitrarie. Un universo magnifico e pieno di meraviglia ma purtroppo funestato da leggi insensate. Insensate ma invalicabili. Insensate proprio in quanto invalicabili.

Per quale motivo all’improvviso la porta del terrazzo a oriente si chiude? proprio la mattina quando il sole riscalda la spiaggina, su cui sarebbe tanto piacevole sonnecchiare o in alternativa, fare arrampicata sullo schienale erto, menando unghiate qua e là con somma soddisfazione. Dei sensi e degli agili nervi.

Certo il gatto sa bene che la causa immediata è quello stolido dell’umano di riferimento che gira la maniglia. Non è mica cieco, il gatto. Lo vede benissimo quel firloffone che si avvicina, spinge l’anta vetrata e fa ruotare l’impugnatura. Ma la causa ultima gli sfugge completamente. (Pulire casa ad esempio, seppur necessario, non è mai stata una causa sufficiente per nulla).

Come a un filosofo tomista del medioevo il motore immoto non gli risulta perspicuo sic et simpliciter. Forse se cercasse la ragione ultima con l’accanimento di Tommaso d’Aquino alla fine qualcosa troverebbe, proprio come Tommaso, magari per sfinimento, confusione verbale e mentale o per non ammettere la sconfitta.

Ma un gatto non ama la filosofia scolastica. Anzi gli ripugna. Ogni gatto è piuttosto un filosofo empirico. Uno Hume che con la zampetta vuole sempre provare in corpore vili. Non se ne parla proprio di perder tempo a speculare. La zampetta è l’unico mezzo di conoscenza affidabile. Tanto che il gatto è disposto anche proverbialmente a rimettercela pur di continuare il suo programma di ricerca.

Tuttavia, fare esperimenti controllati sulla legge universale che chiude le porte verso la libertà non è facile.

Non lo sarebbe per un umano: non per nulla persino quei sapientoni ci si rompono la testa da almeno 5000 anni, tentando di comprendere come mai non siano neanche loro liberi di andare verso l’infinito. E 5000 anni sono una stima molto ma molto prudente, basata sull’assenza di scrittura prima di quella data che ci impedisce di reperir traccia di cosa pensassero gli uomini già nel paleolitico. Ma di sicuro anche quelli ci si sono arrovellati, a modo loro mentre aguzzavano le selci.

Se queste cime degli umani stanno messi così di fronte alla porta che puntualmente gli sbarra l’illimitato, ridotti a speculare come dei tristi vecchi in pantofole che non possono più alzarsi e neppure sporgersi al davanzale per andare a vedere di persona chi passa per strada, immaginate dunque per un felino quanto arduo possa essere progettare esperimenti controllati per capire perché ogni volta un varco si chiude inesorabilmente proprio quando lui sta per balzare agilmente oltre.

Un gatto può contare certo sui suoi sensi finissimi. Molto più acuti di quelli degli storditoni. Infatti, anche un minimo dettaglio sonoro impercettibile all’umano lo informa che la porta del terrazzo è di nuovo aperta – e – zoom – lui è già sulla ringhiera. Che fissa il vuoto sotto, davanti e attorno a lui.

Ma i sensi non bastano. Si può provare con la zampetta a raspare sull’anta. Qualche volta funziona. Ad esempio con le porte a scivolo. Se il gatto è abbastanza forte, ha fatto esercizio a sufficienza e le rotelle del meccanismo sono sufficientemente oliate.

Altre volte l’umano chiuso dentro cede, perché in fondo è un debole, e spalanca la porta.

Ma da questi eventi come dedurre una legge universale sempre valida il gatto non sa. E chi del resto potrebbe essere in grado da una semplice serie di accadimenti, di estrapolare una regola eterna?

In tanti ci hanno riflettuto. Hume ad esempio ci ha perso molto tempo ed alla fine ha dimostrato al di là di ogni ragionevole dubbio che nessuno dei viventi può. Ma gli umani in pantofole, quelli che ragionano tanto ma sperimentano ben poco, come se avessero annusato in anticipo le conclusioni di Hume, da millenni avevano una risposta pronta. Una risposta usata già per tantissime altre domande, tenuta in serbo lì, per ogni evenienza. Non si sa mai.

Siccome rispondeva a tutte le innumerevoli domande sorte nel corso dei millenni, ed era stata forse trovata già subito per la prima domanda che l’uomo si era posto, c’era buona probabilità che sarebbe andata bene anche per l’obiezione di Hume.

La risposta per tutte le stagioni è, ed è sempre stata, (ovviamente) dio. E ovviamente va bene anche per tappare la bocca a Hume. Solo dio sa individuare le leggi universali. Solo dio sa perché ogni vivente, quando, prima o poi nella sua vita, giunge ad un mal passo, trova davanti a sé una porta che, improvvisamente, si chiude.

Fino al passo estremo in cui ad ogni vivente si chiude una porta. Ma questa volta definitivamente. Da dietro. Quella unica porta.

C’è una legge che spiega il perché di questo. E dio la conosce quella legge. Anzi l’ha scritta lui. Ovvio no? Si tratta pur sempre di dio.

Ma altrettanto lapalissianamente dio, concepito così, è una non risposta. Per un gatto almeno. E anche per tanti uomini.

Anche perché non è che dio si sia fatto vedere e abbia spiegato che la legge della porta chiusa l’ha stabilita lui. Si tratta più che altro ancora una volta di speculazioni oziose di uomini in pantofole. Quelli scolastici, quelli che non rischiano mai la zampa, per intenderci.

Il gatto ovviamente non ci sta. Se la legge non si capisce, allora è arbitraria. Lui nutre un senso inscalfibile della giustizia.

E se una legge è ingiusta allora la ribellione è un dovere. Tutta la vita il gatto sta in agguato pur di cogliere quella infame porta di sorpresa.

Nell’attimo in cui ci riesce, per un brevissimo istante, i suoi occhi vedono l’infinito.

Forse, anche l’umano se guarda con fulmineità e attenzione negli occhi del gatto quando scivola, con uno svolazzo elegante di coda, oltre la porta, un nanosecondo prima che si chiuda, potrebbe intercettare un riverbero di eterno.

Ma l’umano, distratto, quasi sempre si perde questa esperienza.

Chissà come mai. Il gatto sospetta che sia perché l’umano tende a esser la maggior parte del tempo poco empirico, poco ribelle, poco attento, molto discorsivo e speculativo, compiaciuto dei suoi giri di frase e perso dietro alle giravolte tanto manierate, ma in fin dei conti sterili del suo pensiero.

In una parola poco umano.

 

 

Roma 25 Marzo 1 Giugno 2020

 

LAURENCIN Marie (1883-1956) - " Le chat " - Huile sur toile signée ...


Francesco Trombetta ha conseguito la laurea quadriennale in Economia Politica presso l’Università Luigi Bocconi con una tesi sul circuito monetario marxiano e poi  Master in Economics e dottorato di ricerca con borsa di studio MIUR presso l’Università di Ancona elaborando uno studio sulla teoria dei sistemi ed economia ambientale. Tra i suoi lavori, tralasciando i contributi su riviste scientifiche de Il Mulino, Franco Angeli, Elsevier, Marsilio etc., ricordiamo “La villa Ercolani Mastai de Bellegarde alle Grazie di Senigallia. Censimento Iconografico della Decorazione” pubblicato presso Parva Licet nel 1999, e “Il Glossario dell’Auto-organizzazione: economia, società e territorio” uscito per i bei tipi di Donzelli nel 2004. Infine nel 2019 il saggio linguistico-psicologico-comico:  “La serva di tutti. Detti memorabili della donna marchigiana” edito da Ventura Edizioni Senigallia.