Come costruire, misurandolo, il mondo contemporaneo

 

Introduzione

Abbattuto il muro che separava le economie capitaliste di Mercato dalle economie capitaliste di Stato, il capitalismo ha continuato a conquistare il mondo intero, individuo dopo individuo, tribù dopo tribù, città dopo città, popolo dopo popolo, nazione dopo nazione, come fa senza soluzione di continuità da secoli, a quel punto, però, venuta meno l’alternativa del socialismo reale, senza più argini ideologici, né prospettive di cambiamento, in grado di motivare le masse nella lotta di classe.

Per poco più di un secolo, da metà Ottocento a fine Novecento, la finzione prodotta dal sistema capitalista è stata minacciata nelle sue fondamenta strutturali dalla critica radicale operata dal movimento del materialismo storico. Alla realtà dei fatti, prodotta dall’economia capitalista, si oppose un’altra realtà possibile, incapace tuttavia di concretizzarsi, se non con uguali e contrari regimi.

Per portare a termine quanto iniziato dal materialismo storico occorre rovesciare i termini della questione: se uno spettro si è mai aggirato per l’Europa, non fu lo spettro del Comunismo, ma lo specchio, lo schermo, il linguaggio che sdoppia il mondo. Il linguaggio non è la sovrastruttura che è condizionata, nelle sue articolazioni, dalla struttura economica. Il linguaggio è la struttura che funziona secondo le leggi dell’economia.

Se il linguaggio è la struttura economica che condiziona l’economia, così come qualsiasi altra invenzione umana, allora occorre andare alla radice della struttura linguistica per capire come il linguaggio crea il mondo e trovare in nuove parole, capaci di creare nuove cose, il modo di rendere possibile un cambiamento strutturale della società.

Se nella società capitalista il tempo è denaro, per cambiare la società occorrerà cambiare il modo di misurare il tempo. Il tempo che conosciamo si fonda sulla successione delle ore, che dipende da un apparente moto del Sole nel cielo. Un nuovo tempo occorre, dunque, che si fondi su ciò che per certo si muove davvero: la terra. I giorni avvenire saranno giorni diversi, se non saranno più giorni ma giri. Per riprenderci le nostre vite non dovremo più indossare orologi, con la loro processione di giorni governati dal re sole, ma geologi, in cui si misuri la nostra permanente rivoluzione, con la sua precessione degli equinozi.

I. Storia di una finzione reale

Dall’imposizione del teatro nelle corti rinascimentali, dei giornali nei principati, quindi dell’industria culturale nella società moderna, del cinema, della televisione e di internet, nei paesi ricchi si vive da cinque secoli in una Realtà virtuale sovrapposta alla Realtà materiale, ovvero in una realtà sociale che chiamiamo società dello spettacolo.

La società dello spettacolo non è dunque un’invenzione novecentesca. La veste democratica assunta nell’Ottocento dalla società post-rivoluzionaria non è che la forma più accettabile, per le opinioni pubbliche interne ai paesi capitalisti, di una strategia del controllo messa in atto dalle stesse élite economiche capitaliste che hanno guidato, come noto, il saccheggio dell’Africa, lo sterminio delle Americhe, la colonizzazione dell’Asia, le razzie e gli esodi interni agli stessi Paesi capitalisti.

In Inghilterra le élite economiche contribuirono alla nascita del teatro elisabettiano, così come nella Francia di Luigi XIV e nel resto d’Europa la nascita dei teatri nazionali: è lì che nasce la “società dello spettacolo”. È tra Manierismo e Barocco, con il trionfo dell’artificio e dell’artificiosità, che inizia la modernità e la “società dello spettacolo”. In Italia, già nel secondo Cinquecento, l’arte della dissimulazione, evocata oggi nelle loro analisi dai filosofi in riferimento ai politici e alle cortigianerie italiane contemporanee, trasformò addirittura tutta la società, tutte le corti, in un immenso teatro. In Italia si fingeva per sfuggire alla tortura ecclesiastica, all’Inquisizione, alleata dei principi repressivi, educati dai Gesuiti, oggi come allora astuti soldati della Chiesa cattolica, protagonista ancillare del Capitale, essa stessa assoggettata a lui, come era già sin troppo chiaro a Dante: «Ed una lupa, che di tutte brame / sembiava carca ne la sua magrezza, / e molte genti fé già viver grame / questa mi porse tanto di gravezza / con la paura ch’uscia di sua vista, / ch’io perdei la speranza de l’altezza».

In Inghilterra e, a partire dal Seicento, nel resto d’Europa, a teatro si finge per allenarsi a dominare il mondo con l’artificio, creando le maschere del potere e del denaro, la grande pantomima dell’artificiale che si sostituisce al reale, mentre i re, pazzi o sani, continuano a dominare e invece di ribellarsi gli uomini savi si rifugiano dietro le maschere della follia, come Amleto.

In Germania, invece, per qualche decennio la critica dell’ideologia dominante fece balenare un altro mondo possibile, in cui i contadini presero il controllo delle terre e i cittadini delle città, cacciando principi e vescovi, ma le élite finanziarie, fornendo i capitali per armare principi e vescovi nelle cosiddette guerre di religione, contribuirono a fermare la rivolta del popolo tedesco.

Come noto, dunque, l’architrave strutturale che fa stare in piedi la società dello spettacolo è economica, ma ciò che non è stato ancora sufficientemente chiarito è che l’economia capitalista si fonda su un artifizio fantasmatico: la smaterializzazione del denaro, da cui consegue la concezione del tempo come denaro e dello spazio come Eldorado da conquistare.

L’ideologia della società dello spettacolo poggia sul primo degli artifici, quello che porta alla smaterializzazione completa della pecunia, che dalla materialità carnale delle pecore (pecus) era passata già ai tempi della Republica romana alla materialità minerale dei metalli e dal metallo, nel Trecento, con la lettera di cambio dei banchieri toscani (l’antenato dell’assegno), passò alla carta. Dalla pecora alla cartapecora, potremmo sintetizzare prendendoci qualche libertà, la smaterializzazione del denaro era compiuta già a metà del Trecento, quando registriamo la prima crisi finanziaria strutturale del nascente sistema capitalista: il fallimento dei banchi dei Bardi e dei Peruzzi.

Il primo artificio su cui poggia le sue fondamenta la “società dello spettacolo” consiste nell’invenzione dei capitali mobili e delle assicurazioni per le imprese commerciali, operata dai banchieri italiani ed europei nel Trecento. Il primo artificio che fonda la “società dello spettacolo” è quello finanziario.

E nel Cinquecento la finanza, ormai dominante (si pensi al ruolo dei Fugger nella strategia di dominio di Carlo V), si salda con la strategia di dominio degli Imperi, delle Monarchie nazionali e dello Stato della Chiesa, estrinsecandosi, fra gli altri palinsesti del controllo, nel Catechismo, che prepara i conquistadores alla mattanza utile alla conquista di nuovi territori. Il tutto per potenziare, con sempre maggiori riserve auree, il monstrum inanimato del Capitale: materia inanimata, vile metallo, che acceca l’umanità dai tempi degli Argonauti e del vello d’oro, quando già il valore non aveva più il corpo della bestia ma solo la sua pelle, la sua scorza, il suo fantasma.

Prima solo i palcoscenici, poi anche le pagine dei giornali, quindi i proiettori, i tubi catodici infine i computer, cioè i computatori, ovvero i calcolatori trasformano in scene, quadri, immagini le informazioni immesse attraverso meccanismi prima analogici, quindi elettrici, infine digitali, elettronici, meccatronici, ologrammatici, che a loro volta vengono decodificati dal nostro cervello attraverso una serie di impulsi elettrici.

Se dal Rinascimento all’Ottocento si è vissuti in un immenso teatro, fra Ottocento e Novecento ci siamo rinchiusi in una gabbia elettrificata, prima soltanto elettrica, poi elettronica e infine meccatronica, sempre connessi a macchine che interpretano e diffondono i nostri pensieri e le nostre azioni per il profitto.

A causa della connessione permanente con la Realtà virtuale, frammentata e schizofrenica, i disturbi del sistema nervoso sono ormai all’ordine del giorno, fra le vecchie e le nuove generazioni. Chi non regge, soccombe e viene spazzato via dalla corrente. Che strumenti ha la popolazione, quindi, per orientarsi in questo incessante flusso? Molti materiali, ma pochi concettuali, perché tutta la società si è adeguata all’ordine meccatronico, imponendo anche alla scuola di adeguare il suo ambiente, finora in qualche modo protetto, a quello meccatronico. Siamo finiti tutte e tutti, quindi, in una gabbia che deve essere capita nella sua struttura per imparare e insegnare ad aprirla.

II. Come uscire dalla gabbia: studiarne la struttura

Chi studia le strutture profonde del nostro linguaggio, nota che qualsiasi gabbia informativa, anche quella informatica, che trasforma le informazioni in numeri che accendono i pixel, è un codice e ogni codice risponde allo stesso principio del codice per eccellenza, il codice dei codici, il linguaggio verbale, l’unico capace di parlare di se stesso e di tutti gli altri codici. Cerchiamo allora di scoprire qual è il segreto del codice dei codici, così potremo forse formulare un nuovo sistema socio-economico, fondato su un nuovo codice etico.

Nel fantasticare il mondo, cioè nel dirlo, nel rappresentarlo con le parole, bisogna fare altrettanta attenzione ai trucchi della mente, quanto ai segreti del linguaggio, perché nel nome si nasconde la traccia, il fantasma, lo spettro della cosa. Fantasticare non significa, per esempio, solo creare con la fantasia esseri immaginari, o, meglio, creare con la fantasia esseri immaginari non significa ciò che crediamo, ovvero creare un mondo alternativo alla Realtà: fantasticare, derivando dal verbo deponente latino for, faris, fatus sum, fari significa divinare, indovinare, predire la Realtà. Stando ai significati del verbo fari, le azioni che designiamo con i verbi parlare, dire, narrare, manifestare, palesare, celebrare, cantare in versi, predicare, vaticinare, profetare sono tutte la stessa azione, che consiste non solo nel rendere il mondo dicibile, manifesto, palese, ma anche nel predirlo, cioè dirlo prima che si manifesti. Se si esclude la possibilità di creare dal nulla, significa che dire una cosa equivale a rendere possibile che la cosa sia.

III. Non Realtà ma Cosalità 

La Realtà dunque è prodotta dalle parole? Parlando di Realtà non si sa più bene a cosa riferirsi: la Realtà dei fatti o la Realtà dei media? La Realtà naturale o la Realtà virtuale? Esiste davvero una differenza fra le due Realtà? Oppure «i fatti non ci sono, bensì solo interpretazioni», come sosteneva Nietzsche (Frammenti postumi 1887-89)? Secoli di discussioni sull’argomento potrebbero portarci fuori strada, per cui seguiamo il consiglio di un antico popolo, i Latini, i quali, per strutturare un discorso, raccomandavano la seguente strategia: res tene verba sequentur, cioè attieniti alle cose, le parole seguiranno. Diamo retta ai Latini, quindi, partiamo dalle cose: guarda caso, la parola realtà viene proprio dal latino res, che significava cosa, per cui potremmo anche ribattezzare la realtà con il nome di cosalità.

IV. Il linguaggio schizoide e la mente schizofrenica

Della Cosalità, cioè dell’insieme delle cose che circonda noi cose umane, noi possiamo avere esperienza, cioè guardarle, toccarle, annusarle, ascoltarle, gustarle, ma possiamo anche averne memoria, perché le cose, attraverso i sensi che le percepiscono e il cervello che le elabora, si sdoppiano nella mente: il riflesso delle cose nella mente sdoppia il mondo. La parola cosa è il doppio sonoro della cosa, il segno della cosa è il suo doppio iconografico, quindi il linguaggio verbo-icono-grafico scinde la natura naturale nella natura umana, la natura nella natura, la cosa nella cosa. Il linguaggio è la faglia in cui l’Essere si scinde, perciò la mente, in quanto motore del linguaggio, è per sua natura schizofrenica. Il linguaggio, infatti, è la schisi per eccellenza (schisi: dal gr. σχίσις «separazione, fenditura», der. di σχίζω «separare, scindere».), un difetto morfogenetico di saldatura che tiene separate, in uno stesso corpo, in uno stesso spazio, in uno stesso tempo, la natura-natura (natura naturans) e la natura-pensante (natura cogitans), pur essendo la stessa natura indivisa, secondo Spinoza (cfr. Ethica, 1677). Quindi, il linguaggio è una cosa tra le cose, è parte della natura, perciò, se la mente è schizofrenica, lo è perché il linguaggio è il doppio delle cose, non ricongiunbile a esse, sebbene siano parte della stessa sostanza, essendo entrambe, parole e cose, parte integrante della natura: significa che il linguaggio è natura scissa, spaccata, sdoppiata.

In altre parole, quando l’occhio della creatura animale guarda le cose e ne ascolta il suono, il suo cervello le sdoppia, quindi la mente crea un doppio delle cose, percependole: i doppi cerebrali delle cose forniscono le informazioni necessarie a interagire con loro. Il cervello della creatura animale parlante, però, sdoppia le cose anche quando gli assegna nomi, numeri, icone: i doppi linguistici delle cose non forniscono solo informazioni necessarie a interagire con loro, ma le sostituiscono, le rimpiazzano. Fin qui non c’è nulla di nuovo, né di strano: siamo «nate a vaneggiar menti mortali», diceva Ugo Foscolo nell’Ode all’amica risanata. Ciò che strabilia, però, è pensarsi come cosa che pensa se stessa, come caos parlante: il linguaggio è il modo in cui la natura comunica con se stessa, si media, si traduce, risorge: il linguaggio è un’invenzione della natura per sdoppiarsi, per sopravvivere alla propria morte: in effetti, sdoppiata nel segno linguistico (nome, numero, icona) la cosa diventa fantasma. II segno è una traccia lasciata dalla luce: è l’ombra della cosa.

V. Dal segno al sogno di una cosa

Se la mente – da mens, mentis, affine a meminisse e al gr. μιμνήσκω «ricordare» – proietta sulle cose una griglia di segni, allora res tene verba sequentur significa che per afferrare le cose con la mente bisogna usare le parole-cose, che sono i concetti, le idee, le proposizioni scientifiche, cioè parole nude, chiare, originarie, approssimativa sintesi della materia come le forme geometriche.

Per confrontarsi con il flusso, la fluida cosalità, bisogna diventare fluidi, formali, formarsi, formare e trasformare il mondo padroneggiando tutti i codici possibili, specie quello grammaticale, giuridico e matematico, perché «la filosofia è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi a gli occhi (io dico l’universo), ma non si può intendere se prima non s’impara a intender la lingua, e conoscer i caratteri, ne’ quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi, ed altre figure geometriche, senza i quali mezi è impossibile a intenderne umanamente parola; senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro laberinto», come sosteneva Galilei ne Il Saggiatore.

Esisterebbe quindi, secondo Galilei, una luminosa traccia alfanumerica che consentirebbe di non finire ad aggirarsi vanamente per un oscuro laberinto? Purtroppo, la storia insegna che la luminosa traccia identificata da Galilei, in una inesorabile dialettica dell’Illuminismo, piuttosto che a uscirne, è servita a mappare l’oscuro laberinto, rendendolo colonizzabile, recintabile e sfruttabile, grazie ai dettami del paradigma conoscitivo ed esistenziale utilitaristico e tecnoscientifico.

Eppure, che sia chiaro od oscuro, sempre a un labirinto ci troviamo di fronte, perché labirintica è la comune matrice strutturale della natura pensata dalla natura e dell’artificio creato dalla natura pensante.

Il labirinto è, in effetti, la metafora prediletta a cui ricorrono i più grandi narratori e poeti del Novecento, da Jorge Louis Borges a Italo Calvino, da Edoardo Sanguineti a Franco Scataglini. Essendo meno noto degli altri, varrà la pena soffermarsi sul testo di Scataglini in cui la metafora del labirinto si salda all’immagine della vita come carcere.

Carcere demolito è il titolo del testo in questione, un poemetto scritto dopo la demolizione della buiosa, la prigione di Santa Palazia, in seguito al terremoto che colpì Ancona nel 1972 e che danneggiò in modo talmente grave la struttura da imporne l’abbattimento. Dalle sue macerie sorsero altre rovine: sotto il carcere si nascondevano i resti di uno dei più antichi e grandi anfiteatri romani a picco sul mare che vi siano al mondo. Anfiteatro e carcere: altrettante allegorie di un mondo dominato dalla finzione e dalla violenza, dalle cui macerie però una struttura nuova, vera e pacifica potrebbe sorgere.

Franco Scataglini

Carcere demolito

I.

Come colpi d’aceta
sprofondane tre mure
framezo ortighe scure
de sopra la breceta;

‘na fascia de cemento
d’indove el filspinato
se driza intorcinato
ie fa da sbaramento

e ‘n cancelo de legno
con lucheto e catena
(el verdeto e la pena
che se delma a congegno).

Co’ la demolizio’
esta chioga quadrata
sorti’ come schiodata
da ‘na maledizio’

de sbare e schiavarda’,
d’aria fissa e de ronde,
de ore fate imonde
da la cativita’.

O raza de Cai’,
fadigatora al chiuso,
vedevi alzando el muso
le sole ai segondi’.

II.

In piedi su lo stero
solo Santa Palazia
che sona come strazia
la lima sopra ‘l fero.

Sibene la faciata
sia tuta ‘n’armatura
resiste a la ventura
‘sta chiesa disgraziata

indove per mestiere
la gerarchia dei bagni
portava a puli’ i pagni
de le pegore nere.

Sbatute sopra el scoio
del Guasco, pore vite,
mai non sorti’ pulite
pero’ dal lavatoio,

ce rinforzo’ la ghigna,
anzi, se perse al be’
c’a sopravive c’è
solo ‘n mezo, la tigna.

Su ‘l spazio in abandono
c’è ‘l fiore de la malva.
Se ‘l vive non se salva
muri’ basta al perdono.

III.

Io so che ‘na buiosa
è tuto ‘l vive d’omo
pero’ guardo sul domo
vola’ i cucali rosa.

Arisali’ la rupe
tremenda del cago’
‘ndove ingozo’ un papo’
de pesci e d’acque cupe.

Zompati oltre le merde
de la necesita’
va de soavita’
incontro al mare verde

e grida de sarcasmo
contro chi ‘rmane avinto
drento ‘l suo labirinto
de paura e d’orgasmo.

Pudessimo anda’ sciolti
(no solo in sepoltura)
da colpe e da catura
‘ndo’ ce semo rinvolti.

Sopra el nuvolo erto
sempre ‘l spazio è infinito.
Carcere demolito,
al principio è ‘l deserto.

Da un punto di vista esistenziale, sentenzia Scataglini, la vita finisce sempre in un carcere morale, perché non si può vivere senza colpe e quindi senza la prigione della coscienza che avvolge la creatura umana: dal carcere della coscienza, dal labirinto di paura e di orgasmo, si esce solo quando si muore e a quel punto tutto ricomincia daccapo, perchè il deserto, cioè la tabula rasa è il principio di ogni cosa, la fine e l’inizio.

Se considerassimo la realtà da un punto di vista extramorale, però, il labirinto perderebbe i connotati moralistici mantenendo solo quelli fisici di struttura. Dalla struttura del labirinto si entra ed esce, in effetti, nella vita stessa, così come dal deserto. Tutta la struttura va percorsa, quindi, con tutti i sentimenti possibili, la paura, l’orgasmo e il senso di colpa, perché il deserto è la sabbia di una clessidra globale che misura lo stato di avanzamento della desertificazione.

Galileo Galilei abiurò per non morire arso vivo e così riuscì a consegnare ai posteri, quindi a noi, le chiavi per aprire il carcere, la gabbia fisica e immaginaria, fatta di recinti spinati e intrattenimenti schermati, in cui i padroni delle macchine cercano di tenerci rinchiusi. Sono le chiavi della conoscenza del mondo e della natura, le chiavi della scienza che si fa volgare e rovescia l’autorità costituita, che allora era il principio di auctoritas artistotelico-tolemaico che sorreggeva la visione del mondo cattolica e oggi è il principio di auctoritas smithiano-tatcheriano.

C’è un difetto di prospettiva, anche nelle Università, che fa discendere l’inizio della modernità, dell’epoca nuova, dell’era del nuovismo, di cui anche Renzi è figlio, dal movimento idealista tedesco e dalla querelle des anciens et des modernes da esso scatenata e vinta. Eppure dovrebbe essere noto agli storici della cultura che la questione degli antichi e dei moderni, che è alla base della nuova società, non è affatto un’invenzione dei Tedeschi, ma già era tema di discussione fra i letterati italiani tra Cinque e Seicento, senza che tuttavia diventasse tema dominante in Europa per lo stato di decadenza in cui la Riforma cattolica aveva gettato la cultura italiana dell’epoca.

La nuova società dello spettacolo era naturalmente figlia della scienza nuova, che rese possibile il cambio di paradigma che diede vita a quella tecno-scienza di cui si impossessa da subito, come strumento di dominio, il Capitale. La nuova società è la società non dell’artificio per l’artificio ma dell’artificio per il dominio: il dominio dell’arte, che più artificiosa è più ha successo, il dominio delle terre e dei mari, con gli artifici della tecnica, e così via.

Tuttavia, è ancora possibile rovesciare banco, non più mescolando sempre le stesse carte in tavola, ma inventando il cambio di lettera e di numero, il cambio di passo, cioè di misura (il piede è la misura), passando dall’astrazione dell’artificiale alla concretezza del naturale.

Nel geoacquario lo spazio-tempo verrà calcolato dal geologio, sulla base dei gradi di rotazione terrestre, anziché dall’orologio, sulla base dei minuti secondi e delle false ore.

Per fare la rivoluzione, per rigenerare il mondo bisogna innanzitutto impossessarsi delle parole con cui si nomina il mondo e nominandolo lo si crea. Incontrandoci, non più nel Sol dell’avvenire, ma nella Terra dell’oggi, non dovremmo più far riferimento a falsi giorni del Sole (del Re Sole) ma ai giri dell’umile Terra, di cui noi terrestri, procreatori umani e femmine procreatrici, siamo occhi, mani, orecchie e lingua.

Noi siamo il demiurgo, non gli attori di un platonico teatro del mondo: per costituirsi lo spazio magico in cui appare la divinità mascherata (il teatro) non ha bisogno di confini perché questo spazio è infinito e d’altra parte ogni forma teatrale, per la sua esibita artificiosità, è sin troppo facile da smascherare. Per neutralizzare il potere della tele-visione, per esempio, che è banale potere della visione a distanza, visione di uno spazio scenico rappresentato dallo studio televisivo o dal set cinematografico, per neutralizzare dall’oggi al domani questo potere, rendendolo ridicolo, basterebbe appendere delle tendine di velluto rosso a un’asta, fissando l’asta sulla fronte della Tv, poi tirarle, sia per aprire che per chiudere la scena.

La Tv non è la Storia, la Storia siamo noi, certo, ma noi siamo prima di tutto la Terra e il Cielo, la Natura, che parla attraverso di noi, che ruota in noi, che ci rivoluziona. Ora che è chiara la portata della rivoluzione concettuale di Galilei (l’eppur si muove che si è trasferito nella relatività di Einstein) sta a noi non arretrare più e affrontare il monstrum del Capitale, l’Uruboro, il serpente dalla coda mordace (il ciclo capitalista la cui coda della crisi mangia la testa della produzione per rigenerarsi): per farlo, tuttavia, dovremo assumere la forma liquida del pensiero e, attraverso la via della cedevolezza, battere chi si serve del monstrum per dominare.

I mezzi in uso, come la quadruplice asta dell’hashtag in mano ai pirati informatici, non sono tuttavia sufficienti, perché sono mezzi prodotti dal monstrum del Capitale.

Dobbiamo creare quindi un mezzo magico soltanto nostro, con cui scandire il nostro tempo, il tempo di tutta la creazione e di nessuna creatura, l’antichissimo tempo di ogni tempo. Un tempo dello spazio, che non sia più denaro ma esperienza di vita, di rotazione quotidiana e annuale rivoluzione. Il geologio ci servirà a toccare con mano, ogni giorno, anche quando non parleremo più di giorni ma di giri, ciò che Galilei aveva soltanto disegnato e consegnato ai libri di scuola.

Così, con il nostro mezzo magico, non avremo più bisogno di abiurare, non avremo più bisogno di costi quel che costi, perché avremo sempre sott’occhio e per le mani lo spazio-tempo della rivoluzione totale.