In una realtà senza segni, dove le cose sono soltanto ciò che sono, le «Città invisibili» descritte da Italo Calvino formano le parole di una nuova lingua capace di ridare voce alla realtà

Nel Medioevo, era chiamato segno lo strumento di comunicazione tra Dio e gli uomini, ossia il luogo della sua manifestazione. Dal momento poi che per l’uomo medievale Dio si manifestava in tutte le cose create, ogni cosa del mondo era a quel tempo segno di Dio. Umberto Eco descrive così quella realtà:

L’uomo medievale viveva effettivamente in un mondo popolato di significati, rimandi, sovrasensi, manifestazioni di Dio nelle cose, in una natura che parlava continuamente un linguaggio araldico, in cui un leone non era solo un leone, una noce non era solo una noce, un ippogrifo era reale come un leone perché come quello era segno, esistenzialmente trascurabile, di una verità superiore1.

Dall’età medievale a oggi, lo stacco è netto. La realtà contemporanea, infatti, si apre all’insegna della «morte di Dio»2, e con questo vede offuscarsi non solo il significato che nel Medioevo aveva reso la realtà un’immensa metafora del trascendente, ma anche il punto di riferimento oggettivo e assoluto che fino ad allora aveva permesso agli uomini di dare alle cose significati stabili, finiti, veri. La scomparsa di Dio dall’orizzonte dell’uomo rappresenta perciò anche la perdita del codice necessario a interpretare i segni, interpretazione che resta ora possibile esclusivamente per mezzo di una loro decifrazione (termine che derivadall’arabo çifr, ‘vuoto’, e come sostantivo anche ‘zero’, il quale, unito al prefisso de-, letteralmente significa ‘dedurre – in questo caso il significato – dal vuoto’, dall’informe). Nella contemporaneità, la conoscenza del mondo diventa quindi necessariamente relativa, determinata dal punto di vista da cui ciascuno osserva le cose, il quale varia non solo da individuo a individuo, ma anche, nel tempo, all’interno dell’individuo stesso, «secondo i tempi, i casi e la fortuna»3. Per questa ragione, Nietzsche esclude la possibilità di giungere a una verità certa e oggettiva, arrivando a sostenere che «non esistono fatti, ma solo interpretazioni»4.

Con la perdita dell’alfabeto che un tempo aveva fatto delle cose i vocaboli di un lessico prezioso, la realtà diventa perciò silenziosa, inarticolata, illeggibile, e il «mare dell’oggettività indifferenziata»5 in cui l’uomo contemporaneo si trova immerso, appare quindi ai suoi occhi come uno sterminato e inestricabile labirinto.


In questa realtà informe e confusa, entro la quale i confini tra le cose si perdono, prendono forma Le città invisibili di Calvino, pubblicate nel 1972. Delle cinquantacinque città che Marco Polo, nel testo, descrive al Gran Kan Kublai, cinque, catalogate sotto la rubrica delle città e i segni, sono esplicitamente dedicate al tema del segno. Da sempre l’uomo si orienta nella complessa articolazione della realtà inventando formule e segni, che sono per lui necessari perché hanno la capacità di ridurre la molteplicità «a uno schema opportuno e maneggevole»6. Scrive Saussure:

Psicologicamente, fatta astrazione dalla sua espressione in parole, il nostro pensiero non è che una massa amorfa e indistinta. Filosofi e linguisti sono sempre stati concordi nel riconoscere che, senza il soccorso dei segni, noi saremmo incapaci di distinguere due idee in modo chiaro e costante. Preso in se stesso, il pensiero è come una nebulosa in cui niente è necessariamente delimitato. Non vi sono idee prestabilite, e niente è distinto prima dell’apparizione della lingua7.

Le parole di Saussure descrivono la principale funzione del linguaggio, che ha la facoltà di definire il pensiero e, agendo su di esso, di distinguere i dati della realtà al fine di tradurla in un sistema strutturato secondo un preciso schema di valori. È infatti assumendo il modo d’essere del linguaggio e manifestandosi secondo le sue regole che la realtà, composta di una totalità di fatti atomici che accadono senza necessità e senza ordine, riacquista agli occhi umani una forma. La stessa esistenza delle cose è allora affidata al nome che, pur essendo una semplice etichetta assegnata in modo artificiale e arbitrario, è però fondamentale per la comprensione in quanto depositario del senso. Quest’indispensabile operazione di nominazione delle cose, secondo Nietzsche è però intessuta «nella frode e nell’inganno»8:

L’importanza del linguaggio per lo sviluppo della civiltà consiste nel fatto che l’uomo pose mediante il linguaggio un proprio mondo accanto all’altro, un punto che egli ritenne così saldo da potere, facendo leva su di esso, sollevare dai cardini il resto del mondo e rendersene signore. […] Egli credeva veramente di avere nel linguaggio la conoscenza del mondo. Il creatore del linguaggio non era così modesto da credere di dare alle cose appunto solo denominazioni; al contrario egli immaginava di esprimere con le parole la più alta sapienza delle cose. Molto più tardi – solo oggi – comincia a balenare agli uomini che essi, con la loro fede nel linguaggio, hanno propagato un mostruoso errore. Fortunatamente è troppo tardi perché ciò possa far tornare indietro lo sviluppo della ragione, che poggia su quella fede9.

La perdita del codice che aveva permesso al medievale di interpretare in modo univoco la realtà, ha portato a una proliferazione di codici fondati, però, su dati parziali e soggettivi, che una volta fissati alle cose, hanno finito con l’ostacolarne la conoscenza e col ridurre la realtà a un’ombra, distante e inaccessibile. Tamara e Zoe, le prime due città della sezione dedicata ai segni, tracciano quindi il quadro di una realtà sfuggente, a proposito della quale chi la osserva, a causa della moltiplicazione o della scomparsa dei segni, non sa dire «se […] contenga un qualche senso nascosto, e se più di uno, e molti, o nessuno»10. Nella città di Zoe, i luoghi sono privi dei tratti distintivi che di solito permettono a chi li osserva di riconoscerli: «In ogni luogo di questa città si potrebbe volta a volta dormire, fabbricare arnesi, cucinare, accumulare monete d’oro, svestirsi, regnare, vendere, interrogare oracoli»11. Zoe dà così forma alla difficoltà di interpretare le cose con cui l’uomo di oggi si scontra, e insieme illustra la perdita del codice a questo necessario. Calvino conclude infatti che «il viaggiatore gira gira e non ha che dubbi: non riuscendo a distinguere i punti della città, anche i punti che egli tiene distinti nella mente gli si mescolano»12.
A Tamara, il viaggiatore si addentra per vie interamente ricoperte d’insegne. In questa città, «l’occhio non vede cose ma figure di cose che significano altre cose: la tenaglia indica la casa del cavadenti, il boccale la taverna, le alabarde il corpo di guardia, la stadera l’erbivendola»13. Se Zoe rappresenta l’illeggibilità del reale, Tamara restituisce l’immagine di tutte le interpretazioni che si sono via via depositate sulle cose e che, cercando di chiarirle, hanno invece finito col renderle estranee e inaccessibili. Si conclude infatti così la sua descrizione: «Come veramente sia la città sotto questo fitto involucro di segni, cosa contenga o nasconda, l’uomo esce da Tamara senza averlo saputo»14. La sezione delle città e i segni restituisce dunque al lettore la complessità e la problematicità del reale, ma al tempo stesso fornisce una chiave per capire la nuova semiotica elaborata da Calvino nelle Città invisibili al fine di recuperare la dimensione simbolica della realtà. La città seguente, Zirma, rappresenta infatti all’interno della sezione una svolta, perché da questo momento cominciano a delinearsi i presupposti per una rifondazione del segno. «Dalla città di Zirma – scrive Calvino – i viaggiatori tornano con ricordi ben distinti: un negro cieco che grida nella folla, un pazzo che si sporge dal cornicione d’un grattacielo, una ragazza che passeggia con un puma legato al guinzaglio»15. In realtà, sono molti i ciechi, i pazzi e le ragazze a passeggio che abitano Zirma, ma, come dice Marco Polo al Kan, «la città è ridondante: si ripete perché qualcosa arrivi a fissarsi nella mente»16. Di ritorno da Zirma, il ricordo di Marco Polo include «dirigibili che volano in tutti i sensi all’altezza delle finestre, vie di botteghe dove si disegnano tatuaggi sulla pelle ai marinai, treni sotterranei stipati di donne obese in preda all’afa»17, laddove i suoi compagni ricordano invece un solo dirigibile, un solo tatuatore e una sola donna. «La memoria è ridondante – conclude perciò Calvino –: ripete i segni perché la città cominci a esistere»18. Nella città di Ipazia, la penultima della sezione, le difficoltà relative al rapporto tra significante e significato, tra parole e cose, assumono invece i tratti del sovvertimento del senso: «Di tutti i cambiamenti di lingua che deve affrontare il viaggiatore in terre lontane – scrive infatti Calvino –, nessuno uguaglia quello che lo attende nella città di Ipazia, perché non riguarda le parole ma le cose»19. Nella città l’aspetto e le funzioni delle cose sono infatti ribaltate, e non corrispondono quindi alle immagini a cui il viaggiatore naturalmente le collega: la bellezza cela la morte, il potere la schiavitù, la conoscenza l’istupidimento e il gioco la saggezza. Ipazia insegna però anche che se il viaggiatore, dopo la confusione iniziale, imparerà a liberarsi dalle immagini che gli hanno sempre annunciato le cose cercate, riuscirà a conoscere la città, perché, malgrado il disordine di cui le cose sembrano preda, i segni formano una lingua ignota che solo in apparenza segue una sintassi incomprensibile. Ma come sfuggire alle idee ricevute, alle immagini precostituite che ingombrano il campo visivo e la capacità di comprendere? Come spezzare l’involucro di segni generato dalla secolare stratificazione di parole che, come mostra la città di Tamara, soffoca la realtà? La risposta a queste domande è data dalle città stesse, chiamate invisibili appunto perché, come scrive Calvino, «dietro la città che si vede ce n’è una che non si vede ed è quella che conta»20. L’ultima città della sezione, la bella Olivia, apre un discorso sull’ambiguità delle cose che richiama il finale del Sentiero dei nidi di ragno, l’esordio letterario di Calvino. Qui il bambino protagonista del romanzo, Pin, diceva infatti al Cugino: «A vederle da vicino, le lucciole, […] sono bestie schifose anche loro, rossicce. – Sì, – dice il Cugino, – ma viste così sono belle»21. Nella realtà, i contrari si mescolano, e il segno che voglia dare voce alla bellezza apparirà quindi sempre letteralmente falso, perché entrerà in contraddizione con la forma con la quale le cose si presentano: «Se ci fosse un’Olivia davvero di bifore e pavoni, di sellai e tessitori di tappeti e canoe e estuari – dice Marco Polo al Kan –, sarebbe un misero buco nero di mosche, e per descrivertelo dovrei fare ricorso alle metafore della fuliggine, dello stridere di ruote, dei gesti ripetuti, dei sarcasmi. La menzogna non è nel discorso, è nelle cose»22. Le città descritte da Marco Polo, che non vanno quindi confuse con narrazioni fantastiche, sono l’esito di una ricerca sulla realtà condotta all’insegna del rifiuto della visione diretta a favore del cosiddetto «pathos della distanza»23, il quale incarna in sé il valore, caro a Calvino, della leggerezza (la stessa leggerezza che, nell’Orlando furioso di Ariosto, consente ad Astolfo di andare sulla luna e di osservare la terra da quelle altezze)24. La leggerezza, infatti, è capace di sollevare chi osserva «in un altro livello di percezione»25 rispetto a quello della realtà, dove «tutte le cose perdono di grandezza e di peso»26, e di lasciare emergere, così, un’immagine della realtà altrimenti invisibile.


L’immagine invisibile delle cose, che per l’uomo medievale era il significato che le rendeva ai suoi occhi segni di Dio, affiora oggi nella realtà, però, in modo frammentario e discontinuo. Nel finale del testo, Marco Polo spiega al Kan che la città cui tende il suo viaggio è «fatta di frammenti mescolati col resto, d’istanti separati da intervalli»27, ma che se anche è «discontinua nello spazio e nel tempo»28, non per questo egli deve credere che si possa smettere di cercarla. Per Calvino, come per Nietzsche, la continuità che permette alle cose d’iniziare a esistere può essere data solo attraverso una mediazione, com’è il caso della memoria del viaggiatore di ritorno da Zirma, che ripetendo i segni dà forma all’immagine della città, o quello delle stesse descrizioni fatte da Marco Polo al Kan, le quali accostano e traducono, ciascuna in un’unica immagine, i frammenti di senso che affiorano sparsi qua e là nella realtà. Con Le città invisibili si apre dunque una semantica esponenziale all’interno della quale lingua e narrazione costituiscono solo il luogo d’accesso a un livello linguistico e narrativo superiore al precedente, dove i significati originari vengono superati in una forma determinata da sensi secondi e multipli29. La «seduzione del linguaggio»30, come Nietzsche chiama la distorsione della realtà da questo prodotta, secondo Calvino può essere vinta con la creazione di un nuovo linguaggio regolato, però, non più dalla logica, ma dal senso che la realtà ha rivelato. Per questa ragione, la definizione di «prosa immaginativa»31, coniata per il nuovo linguaggio inaugurato da Nietzsche all’interno della tradizione filosofica, ben si adatta anche a quello delle Città, il quale si esprime appunto analogamente «attraverso il canto e l’immagine»32. In questo modo le città calviniane possono essere intese come le parole, cioè i segni, di una nuova lingua elaborata per formare un discorso sul mondo, che in esso riacquista, appunto, visibilità. Di fronte a questa grande trasfigurazione della realtà,il lettore, che dalla città di Olivia ha imparato che esiste una distanza tra il discorso e le cose, ma anche un rapporto, è però chiamato a un costante lavoro di confronto del testo con la realtà, perché le città descritte cominciano a esistere proprio nel momento in cui sono ritrovate nel mondo. Per citare le parole usate in un diverso contesto da Barthes, Le città invisibili si chiude quindi con un «cercate la via di uscita»33, e realizza appieno in questo modo la propria funzione di segno, capace di rendere visibile la filigrana invisibile nascosta al di sotto delle cose attraverso la quale l’uomo possa orientarsi nel labirinto del reale.

Marco dice a Kublai: «D’una città non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda»34, e Kublai aggiunge: «O la domanda che ti pone obbligandoti a rispondere, come Tebe per bocca della Sfinge»35.

 

Note

[1]U. Eco, Scritti sul pensiero medievale, Bompiani, Milano 2012, p. 104.
[2]F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra. Un libro per tutti e per nessuno, Adelphi, Milano 2014, p. 6.
[3]L. Pirandello, Il fu Mattia Pascal, Mondadori, Milano 1988, p. 151.
[4]F. Nietzsche, La volontà di potenza. Frammenti postumi ordinati da Peter Gast e Elisabeth Förster-Nietzsche, Bompiani, Milano 2001, p. 271.
[5]I. Calvino, Il mare dell’oggettività, in Una pietra sopra, Mondadori, Milano 2013, p. 49.
[6]F. Nietzsche, Frammenti postumi 1888-1889, Adelphi, Milano 1974, p. 125.
[7]F. de Saussure, Corso di linguistica generale, Laterza, Roma-Bari 2003, p. 136.
[8]F. Nietzsche, Aurora, Adelphi, Milano 2000, p. 117.
[9]F. Nietzsche, Umano, troppo umano, I, Adelphi, Milano 2013, p. 21.
[10]U. Eco, Il nome della rosa, Bompiani, Milano 2000, p. 503.
[11]I. Calvino, Le città invisibili, Mondadori, Milano 2012, p. 33.
[12]Ibid.
[13]Ivi, p. 13.
[14]Ivi, p. 14.
[15]Ivi, p. 15.
[16]Ibid.
[17]Ibid.
[18]Ibid.
[19]Ivi, p. 45.
[20]I. Calvino, Nel regno di Calvinia, in «L’Espresso», XVIII, n. 45, 5 novembre 1972, p. 11.
[21]Id., Il sentiero dei nidi di ragno, Mondadori, Milano 2012, p. 148.
[22]Id., Le città invisibili, Mondadori, Milano 2012, p. 60.
[23]F. Nietzsche, Genealogia della morale, Adelphi, Milano 2013, p. 15.
[24] Nell’episodio ariostesco al quale mi riferisco, Astolfo va appunto a recuperare il senno di Orlando sulla luna, emblema di leggerezza per eccellenza. Una volta giunto nel regno lunare, Astolfo assiste a un vero e proprio capovolgimento della propria abituale percezione delle cose e scopre qui una realtà (significativamente fatta anch’essa, tra le altre cose, di città) fino a quel momento per lui invisibile: «Quivi ebbe Astolfo doppia maraviglia: / che quel paese appresso era sì grande, / il quale a un picciol tondo rassimiglia / a noi che lo miriam da queste bande; / e ch’aguzzar conviengli ambe le ciglia, / s’indi la terra e ’l mar ch’intorno spande / discerner vuol; che non avendo luce, / l’imagin lor poco alta si conduce. // Altri fiumi, altri laghi, altre campagne / sono là su, che non son qui tra noi; / altri piani, altre valli, altre montagne, / c’han le cittadi, hanno i castelli suoi, / con case de le quai mai le più magne / non vide il paladin prima né poi: / e vi sono ample e solitarie selve, / ove le ninfe ognor cacciano belve» (L. Ariosto, Orlando furioso, XXXIV, 71-72).
[25]I. Calvino, Leggerezza, in Lezioni americane: sei proposte per il prossimo millennio, Mondadori, Milano 2011, p. 30.
[26]F. Nietzsche, La gaia scienza, Adelphi, Milano 2008, p. 203.
[27]I. Calvino, Le città invisibili, Mondadori, Milano 2012, p. 159.
[28]Ibid.
[29]In semiotica si parla di denotazione e connotazione. Nel primo caso, il rapporto tra significante e significato appare semplice, diretto e ben definito; nel secondo, il significante rimanda a un alone semantico costituito da un maggior numero di significati. Più precisamente, la connotazione è considerata un nuovo segno il cui significante è costituito dal segno precedente, nella sua totalità di significante e significato.
[30]F. Nietzsche, Genealogia della morale, Adelphi, Milano 2013, p. 37.
[31]D. Arini, La metafora proibita. La scepsi di Nietzsche tra immaginazione, libertà e giustizia, Tesi di Dottorato in Filosofia, Università Ca’ Foscari di Venezia, XXIII Ciclo, 2009-2010, p. 46.
[32]P. Klossowski, Nietzsche, il politeismo e la parodia, SE, Milano 1999, p. 36.
[33]R. Barthes, Letteratura e significazione, in Saggi critici, Einaudi, Torino 2002, p. 260.
[34]I. Calvino, Le città invisibili, Mondadori, Milano 2012, p. 42.
[35]Ibid.

Bibliografia

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Immagini

  • GiottoPredica agli uccelli, 1295-1299, affresco, cm 270×230; Assisi, Basilica diSan Francesco, Chiesa superiore.
  • Arcimboldo, Giuseppe, Estate, 1572, olio su tela, cm 76×64; Parigi, Louvre.

 

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