Regia: Chuck Workman

Genere: documentario

Durata: 91 min.

Con: Peter Bogdanovich, Richard Linklater, Peter Brook

Paese: USA

Anno: 2014

Enfant prodige prima e genio acclamato poi, con nulla in mezzo se non l’escursione con l’asino che lo scarrozzò per le isole Aran prima di essere venduto all’asta a Dublino, la vita di Orson Welles è la parabola dell’eterna lotta contro il tempo del perfezionista che si misura con la sua opera, più che con la smania di soldi dello star system in cui è stato accolto come gallina dalle uova d’oro. Competizione che gli farà bruciare le tappe di un percorso artistico che comincia all’insegna del capolavoro, quando nel ’41, a soli ventiquattro anni, dirigerà uno dei film più belli della storia del cinema (Quarto potere) – dopo essersi già speso come attore e regista nei teatri di Dublino e di Broadway – e cercherà per il tempo restante (muore a 70 anni, alla scrivania mentre lavora) di dirigere e montare altre pellicole senza gli interventi nefasti dei produttori Hollywoodiani, poiché dopo il primo colpo di fulmine le major si stancarono presto del loro indocile pupillo. Nel frattempo farà molte altre cose, compreso tornare a dedicarsi sporadicamente al teatro e avere tre figlie da altrettante mogli (tra cui l’icona sexy dell’epoca Rita Hayworth); ma ciò che Welles voleva più di tutto era poter lavorare a un progetto in santa pace, il tempo che riteneva appropriato perché le cose venissero fatte come diceva lui (cosa complessa dato che scriveva, dirigeva e recitava nei suoi film). “Chiedono forse a uno scrittore quanto ci metterà a finire il suo libro?”.

Uscito in Italia con un anno di ritardo, il film documentario di Chuck Workman Il mago – l’incredibile vita di Orson Welles è un omaggio al grande regista in occasione della doppia ricorrenza che lo riguarda: cent’anni dalla nascita e trenta dalla morte. Uomo dotato di enorme carisma, ironia e arguzia, Welles (come soluzione a un’agenda fitta di impegni prese a muoversi per il traffico di Manhattan in ambulanza: aveva scoperto che non era illegale servirsene anche se si era in perfetta salute) tornò in Europa per lavorare indipendentemente ai suoi progetti, usufruendo dei compensi che otteneva come attore nelle pellicole dei colleghi, e che tuttavia non erano sufficienti a sostenere gli alti costi di produzione. Di nuovo la corsa contro il tempo: che non bastava, che bisognava ingannare con qualsiasi espediente per poter lavorare un altro po’ ai film che voleva fare (l’ambulanza corre per salvarci la vita). Un impegno creativo totalizzante, esteso a ogni ambito della sua carriera, prima ancora che venisse cooptato dagli studios RKO perché la sua fama di genio lo precedeva. Perché se Orson Welles era un mago lo era della persuasione: strumento espressivo che utilizzò a soli sedici anni per essere assunto al Gate Theatre di Dublino (dopo aver venduto l’asino), affermando di essere un famoso attore newyorkese; o quando a ventitre anni adattò il romanzo fantascientifico La guerra dei mondi di H.G.Wells per la radio, convincendo gli statunitensi di una effettiva invasione aliena e portando così l’evento all’attenzione della cronaca nazionale. Citizen Kane (Quarto potere) infiammò l’ulcera all’allora magnate dell’editoria statunitense William Randolph Hearst, che si era riconosciuto nel Charles Foster Kane da Welles interpretato e ostacolò il film limitandone la distribuzione.

Farcito di aneddoti più o meno noti, il film di Workman – qualcuno ha già sottolineato il cognome del regista del documentario in riferimento all’infaticabile lavoratore che era Welles – è costruito con interviste e materiale d’archivio; montato forse troppo velocemente per chi scrive, a volte si ha la sensazione che si sarebbe potuto soffermare di più su alcuni passaggi (ma il tempo fugge, come sa bene Orson Welles); tuttavia il documentario è rivolto a chi conosce poco il leggendario regista, e le intenzioni sembrano proprio quelle di preservarlo come tale. A riprova personale, durante la mia visione ero vicino a una donna che per il primo quarto d’ora del film non faceva che chiedere al compagno “dove l’aveva portata” e “che roba era quella” (ma era evidente che nemmeno lui lo sapeva). Per poi, verso la fine dello spettacolo, declamare ammaliata: “Ma che faccia aveva! Ora dobbiamo vedere i suoi film!”. Il mago della persuasione convince ancora.