Presentiamo il racconto di Valentina Milan, Il permesso, accompagnato da una nota introduttiva di Gabriele Gallina e Claudia Valsania

 

“Il capitale non è una cosa,
ma un rapporto sociale fra persone mediato da cose.”
(Karl Marx, Il Capitale)

 

 

Bisogna, davvero, essersi bevuti il cervello per ritenere in maniera perentoria che un fenomeno storico come quello del capitalismo non possa avere fine. Una dimostrazione rigorosa del contrario, tuttavia, rischierebbe di restare impigliata nelle intricate reti di una smisurata polemica universale.
Nondimeno: se si prende per buona – e lo è senz’altro – la nota tesi di Benjamin sull’essenziale religiosità del capitalismo, colui che si affanna a ribadirne l’inestinguibilità non risulta credersi meno obiettivo e disincantato di quanto, piuttosto (e piantatela col volgare e sdoganato uso disgiuntivo del “piuttosto che”), non faccia che riproporre l’ennesima, noiosa, versione dell’homo religiosus.
Non è qui – tanto – questione di stabilire, o negare (che è lo stesso), l’esistenza di dio – quanto – di assumere, o meno, un preciso atteggiamento nei confronti del vigente mondo del capitale. In sostanza, così come il compito di ogni buon autore è quello di esprimere le contraddittorie tendenze oggettive che lo solcano da cima a fondo quale vicario del soggetto sociale complessivo, quello del teorico è – ieri come oggi – promuovere l’esigenza di un mutamento storico qualitativo. La qual cosa resta, e resterà, impossibile per chi si trova innanzi niente meno che un dio come nemico, e, per di più, lo venera come suo cieco adepto.

(Gabriele Gallina)

 

 

Il Permesso di Valentina Milan è un racconto che si apre su un normale scenario di vita quotidiana in una delle tante aziende presenti nella nostra società, se non fosse per quel dipendente numero 12, che, fin dalla prima riga, richiama alla memoria l’atmosfera disumanizzata e opprimente di tanta letteratura fantapolitica del secolo scorso, e subito ci fa intuire la direzione del racconto. Da quando la porta dell’ufficio del cosiddetto Signor Capo si spalanca, infatti, ci troviamo immersi in un’atmosfera del tutto surreale – a tratti lynchiana – nella quale i personaggi agiscono e parlano secondo una logica tutta loro: paradossale e straniante.
Da questa logica sembra restare fuori, almeno in parte, il protagonista del racconto, che se ha certamente introiettato, infatti, alcuni di quei meccanismi aziendali ancora capaci, invece, di creare nel lettore incredulità e spaesamento, sembra d’altro canto conservare ancora abbastanza lucidità per opporre – con il più estremo dei gesti – un rifiuto netto a questa realtà.
La voce narrante, che arriva talvolta a confondersi con quella seria e inquieta del personaggio principale, non abbandona però mai la prospettiva esterna, dall’alto, che le permette di rappresentare in modo oggettivo la realtà: nel Permesso, l’autrice riesce a trattare di un fenomeno sociale effettivo e imprescindibile, come quello dell’alienazione e della spersonalizzazione del lavoratore nelle moderne società dei consumi, con tono divertito e ironico, dettato dal gusto del paradosso o del calembour.

(Claudia Valsania)

 

Ülo Sooster, Eye in the Egg, Tartu Art Museum, olio su carta, 1962

 

Il Permesso

di Valentina Milan

 

Il dipendente numero 12 attendeva con spazientita pazienza seduto fuori dall’ufficio del Signor Capo. In preda all’agitazione, cercava di darsi un contegno per apparire il più possibile normale e rilassato, e non smetteva un attimo di aggiustarsi la cravatta e di controllare che la vernice delle scarpe splendesse abbastanza. Il Capo bada sempre ai particolari. Ancor più ai particolari che alle cose grosse. Il dipendente si ripeteva continuamente il discorso nella mente perché lo aveva preparato con cura e, soprattutto, non voleva rischiare di dire la parola sbagliata. Il Direttore, tuttavia, lo faceva attendere e i suoi nervi cominciavano a dare segni di cedimento.
«Domando scusa», si rivolse impacciato alla segretaria, levandosi in piedi, «è sicura che il Signor Capo mi riceverà quest’oggi? Sarei già dovuto entrare…». Si passò il fazzoletto ben ripiegato sotto al naso umido di sudore.
«Ma certo, non si preoccupi», rispose la donna in una giacca elegante rosa confetto, sfoggiando un perfetto sorriso da barbie. «Il Signor Capo è sempre molto impegnato, ma è un uomo ragionevole e mantiene sempre la parola. Pertanto, se ha detto che la riceverà, così sarà. Le occorre altro?». Fece sbattere più volte le lunghe ciglia ricurve e ben truccate.
«No, la ringrazio» sospirò lui, tornando a fissare le scarpe e abbandonandosi stanco sulla sedia, piuttosto rigida e scomoda.
Dopo qualche minuto, la porta dell’ufficio del Capo si aprì, palesando il dipendente numero 47. Questi fissò per qualche secondo il collega ancora seduto con occhi stanchi e rassegnati, prima di sparire lungo il corridoio. Quello sguardo non rassicurò per nulla il dipendente numero 12, che si sentiva come sul punto di scoppiare.
«Ora può entrare», la voce della segretaria lo fece sobbalzare. L’uomo fu travolto da un’ondata di inquietudine quando, voltandosi verso la donna, vide che indossava una giacca di un blu piuttosto scuro. Il dipendente si levò in piedi senza staccarle lo sguardo di dosso. “Ma è sempre lei?” pensava. “Eppure, fino a poco fa, aveva la giacca rosa…”
«Non si sente bene?» domandò allora la segretaria con volto stranito, facendo scivolare abilmente una penna tra le dita.
«No no… è che… vede… no, mi scusi… bella giacca!» disse, raccogliendo la propria valigetta e andando innanzi alla porta dell’ufficio. “Le piacerà cambiarsi spesso…” pensò infine.
«La ringrazio molto!» rispose la donna tutta contenta del complimento.
«Avanti» disse il Signor Capo, dopo che il dipendente ebbe bussato.
L’uomo non si mosse e rimase a fissare la porta con sguardo assente.
«Il Signor Capo ha detto “avanti”» disse la segretaria, facendolo spaventare di nuovo. Il dipendente 12 entrò.
«Ah, eccoci» cominciò il Capo con finto sorriso. «Lei deve essere il mio dodicesimo dipendente, è così?»
L’uomo rimase qualche secondo in silenzio, fissandolo dalla soglia. «Sì, sono io» rispose infine, deglutendo a fatica per la tensione e richiudendosi la porta alle spalle.
«E allora si accomodi, perché sta fermo sulla porta?!». Indicò con la mano una delle due sedie di fronte alla propria scrivania. «Niente paura… non mordo!». Si fece una risatina.
«Questo lo so, signore… è che… beh, questa è la primissima volta che io e lei abbiamo modo di parlare faccia a faccia; non era mai capitato in tutti gli anni che lavoro per lei e la sua azienda». Si sedette timidamente, poggiando la valigetta sul pavimento accanto alla sedia.
«Allora dovremmo festeggiare, dico bene? E immagino che dovrà parlarmi di qualcosa di veramente importante se ha chiesto il suo primo appuntamento dopo così tanto tempo… 15 anni!». Parlò leggiucchiando dei fogli stesi sulla scrivania. «Leggo qui che lei è uno dei miei più fedeli dipendenti, non è vero?». Lo fissò da sopra gli occhiali.

Herbert Bayer, The Lonely Metropolitan, fotografia, 1932

«Certo signore». Il dipendente si allentò un poco la cravatta.
«Tuttavia» – e qui il volto del Capo divenne improvvisamente più serio e meno gioviale – «lei sarà anche consapevole del fatto di essere il numero 12. Nonostante il suo zelo e la sua fedeltà, è ancora fuori dai primi 10, sbaglio?»
«No di certo, signore». Al dipendente fischiavano le orecchie.
«E allora cosa la porta nel mio ufficio con tanta urgenza e, non se ne abbia a male, presunzione?». Il Signor Capo si sporse in avanti sulla scrivania e lo squadrò.
«Beh signore… vede…»
«Io vedo benissimo, grazie». Al dipendente si mozzò la voce in gola.
«Allora?» riprese il Capo, «prosegua, per l’amor del cielo, non vorrà farci invecchiare qui dentro!»
«Dicevo…» riprese il dipendente, balbettando qua e là, «dicevo che… ecco, ho umilmente pensato che, visti tutti gli anni passati in silenzio e assolutamente con piacere al vostro servizio ed essendomi guadagnato anche con sudore il dodicesimo posto che, a ben vedere…»
«Le ho già detto che vedo benissimo!». Incrociò indispettito le braccia sul petto.
«Si, mi scusi… la stanchezza… intendevo che in fondo il 12 è abbastanza vicino al 10. Per questo ho osato chiederle un colloquio e giuro che la parola “presunzione” non rientra nemmeno nel mio vocabolario»
«Va bene. Il colloquio l’ha ottenuto. Ora vuole dirmi il motivo? Cosa desidera da me?»
«Ecco vorrei gentilmente chiederle… chiederle…»
«Giusto cielo, cosa vuole? Un aumento? Una vacanza?»
«Mezza giornata libera, signore» disse il dipendente tutto d’un fiato, cercando con le mani di rallentare il tremore delle ginocchia sotto la scrivania.
Il Capo lo fissò immobile e impassibile. «Beh, direi meglio di quello che mi aspettavo!» replicò poi, facendosi un’altra risatina e sistemandosi più comodamente sulla poltrona. «Visto che è ancora vivo?! Mezza giornata… E per quando questa mezza giornata?»
«Il prossimo venerdì pomeriggio, signore.»
«Venerdì pomeriggio? Ma mi ha preso per uno sprovveduto forse?!» Sbatté lievemente una mano sul tavolo. «Avrei anche potuto capire mercoledì o giovedì, ma venerdì… ormai la settimana lavorativa finisce con il venerdì! Ha fatto 30, che ci vuole a fare 31?»
«Mi scuso signore, ma non posso proprio in un altro momento, ci ho già abbondantemente pensato.»
«Ma scusi, non può fare questa cosa il sabato? O la domenica, santo cielo! Sono subito dopo il venerdì!»
«Non posso, signore». Il dipendente sentiva che i vestiti gli si stavano appiccicando al corpo per il sudore.
«Capisco» ribatté poi il Capo, poggiandosi allo schienale della sedia, «allora gradirà almeno dirmi cos’è questo impegno così urgente, che non può attendere dopo il venerdì? Per cosa le occorre mezza giornata libera?»
«Per uccidermi, signore. Col suo permesso.»

Entrambi rimasero immobili; il tempo parve fermarsi per incanto e l’aria, nella stanza, si fece come di piombo.
«Ah, tutto qui?» rispose il Capo. «E le occorre proprio l’intera mezza giornata?»
«Beh, considerando tutti i preparativi e i postumi… preferirei non rischiare e starci coi tempi. Sa, la sera avrò a cena dei carissimi ospiti che, per varie ragioni, non riusciamo mai a vedere.»
«Quindi mi sta dicendo che la sua cena è più importante del suo lavoro?»
«Questi ospiti sono persone a noi molto care e no, la cena non è più importante, ma, visto che al lavoro vengo tutti i giorni e la cena capita così raramente…»
«Capisco, capisco. E il sabato? Non può uccidersi il sabato?»
«Negativo signore. Purtroppo il sabato sarà una giornata piena piena.»
«E la domenica? Santo cielo, la domenica è festa per tutti; sarà piena di impegni anche la sua domenica?»
«Abbastanza signore. Vede… ops, mi scusi mi ha già detto che vede benissimo. Come non detto. La domenica sarà mia moglie a lavorare per cui devo badare ai miei figli e, giusto per prevenire una eventuale sua più che lecita domanda, non ho parenti o amici che possano sostituirmi.»
«Dannazione, lei è più impegnato dell’onnipotente!» sospirò rassegnato il Capo, prima di aprire un cassetto ed estrarne una lattina di una certa bibita gassata. «Non so… non mi ha del tutto convinto con questa storia dell’uccisione…». Nell’aprire la lattina, un po’ della bibita si rovesciò su alcuni fogli sparsi sulla scrivania. «Dannazione!» imprecò il Capo, cercando di salvare dei documenti dalla macchia di liquido che si allargava sul tavolo. Alcuni fogli finirono inevitabilmente per bagnarsi. «Del resto», riprese, tamponando la superficie bagnata col proprio fazzoletto, «io non posso del tutto ignorare la sua richiesta; che scomoda posizione la mia! Lei non immagina neppure». Buttò giù un sorso di bibita. «Da quando quella legge ci ha imposto di valutare attentamente richieste come la sua… prima era molto più semplice, poi arriva la legge e rovina tutto! Prima si diceva di no e basta. Ora, invece, ci sono i sindacati e tutte quelle organizzazioni che vi tutelano e trasformano ogni vostra strana richiesta in questioni di vita e dignità!». Sospirò e per poco non gli sfuggì un rutto. «In effetti non posso nemmeno ritenermi insoddisfatto del suo operato qui: ha mantenuto un buon e piuttosto costante livello in tutti questi anni»

Renè Magritte, Il falso specchio, olio su tela, The Museum of Modern Art, New York, 1928

«Grazie signore». Il dipendente provò un briciolo di sollievo.
«Anche se, certamente, come si evince da queste carte qui davanti, non è stato proprio perfetto, ma la perfezione, del resto, dicono non sia di questa terra, non è vero? Per cui sono un po’ combattuto. In effetti non lascerei a casa uno come lei a cuor leggero.»
«La ringrazio ancora, signore.»
«Però mi dovrà promettere che non capiterà di nuovo nel mio ufficio con altre richieste del genere!». Gli puntò contro il dito indice.
«Certo che no, signore. Prometto solennemente». Scosse ripetutamente il capo.
«Non è “giuro”?»
«Come, signore?»
«Lei ha detto “prometto solennemente”… non si dice “giurare” solennemente?»
«Beh…come dice lei è giusto.»
«Infatti, infatti… Quindi, se io le concedo questa mezza giornata, lei non mi chiederà altro tempo per uccidersi ancora?»
«No signore» rispose risoluto.
«E sarà disposto a lavorare sodo nel periodo prossimo per recuperare questa mancanza?»
«Assolutamente. Non la deluderò.»
«Mmm, ho sentito tante bocche pronunciare quelle parole e non posso affermare che si siano poi rivelate vere in molti casi. Cosa mi dovrebbe convincere che lo saranno nel suo?»
Il dipendente rimase sperduto. «Beh, non saprei, signore…»
«Questo è molto convincente! È sicuro di voler proseguire». Il Capo rise.
«È che non sono molto bravo a tessere le mie lodi.»
«Malissimo questo, molto male.»
Il dipendente, che credeva di essere andato piuttosto bene sino a quel momento, si rabbuiò.
«Al mondo d’oggi è imprescindibile saper tessere le proprie lodi. E a qualunque costo e con qualunque mezzo. Mi stupisce che uno che non sa tessere le proprie lodi sia il numero 12 nella mia azienda!»
«Mi scuso signore; farò un corso!». Gli tremavano labbra e voce.
«Ecco, farà bene» lo scrutò il Capo, riflettendo. «Ebbene, pare che dovrò crederle sulla parola allora. E va bene, le concedo questa mezza giornata per fare le sue cose, ma sa quali sono le condizioni.»
«Lo so, signore.»
«Bene. E ora può andare.»
«Grazie ancora e buona continuazione.»
Una volta fuori, al dipendente numero 12 sembrò di respirare per la prima volta.
«Allora!? Com’è andata?» Per la terza volta la voce della segretaria lo spaventò. A quanto pareva l’uomo non riusciva proprio ad abituarsi alla sua presenza. Il dipendente si riprese. Non poteva crederci! Questa volta la donna aveva una giacca nera! Il dipendente 12 strizzò gli occhi più volte e poi li strabuzzò. Non sbagliava: era nera come la pece.
«Bene», rispose lui titubante dopo qualche secondo, «molto bene.»
«Visto? Lo dicevo io che il Capo è una persona ragionevole e sa discernere cosa da cosa: quando una è giusta e l’altra no. È una persona ragionevole.»
L’uomo fece un cenno d’assenso col capo e uscì nel lungo corridoio.
La segretaria si mise a canticchiare improvvisando una melodia e, levatasi la giacca, infilò nuovamente quella rosa, riponendo quella nera nel cassetto accanto a quella blu.

 

* Immagine di copertina: dipinto di Jaroslaw Jàsnikowski

 


 

Breve nota biografica

Valentina Milan è nata nel 1994 a Varese, dove risiede tutt’ora. Ha condotto studi classici e, successivamente, un percorso di teatro musicale che l’ha portata a lavorare in ambito artistico.

Attualmente, sta collaborando con Biplane Edizioni per la pubblicazione del suo primo romanzo, Umanità Periferica. Scrive per render giustizia a urla e sussurri dei suoi personaggi i quali, parte di lei, reclamano una propria indipendenza, che se ne racconti la storia.