Ospitiamo oggi una riflessione e alcune domande di Ugo Coppari sul rapporto tra artisti, social network, mercato del lavoro e evoluzione della specie

Avevo appena fatto un bel cerchio sulla sabbia, una trincea circolare scavata con un piede, frutto di un camminare in tondo mosso da una sana inquietudine, quando mi sono chiesto: se fossi stato un buon comunicatore 2.0 avrei postato una foto di quel cerchio alludendo ironicamente al gesto con cui Ennio Doris è stato solito mostrarci la sua idea di banca creata attorno alle esigenze del suo cliente tipo? Mentre camminavo stavo pensando a come alcuni dei miei amici o conoscenti sono capaci di animare costantemente dibattiti nella rete riscuotendo un buon ritorno di immagine in termini di autorevolezza sociale e spendibilità sul piano professionale. E stavo anche pensando a come io quel ritorno di immagine nella rete non riesco a ottenerlo perché proprio non ce la faccio a postare in uno spazio così aperto – come lo è quello di un social network – l’immagine di quel cerchio, o qualsiasi altro contenuto che possa dare il via a uno scambio tra una pluralità (aperta e non direzionata) di soggetti.

Perché non ce la faccio? In fondo so guardare i film thriller estivi a basso budget di Rai2, so trovare conforto nell’aria identica e spersonalizzante dei centri commerciali, amo praticare una gran varietà di sport a livello competitivo, guardo lo sport in televisione, mangio la carne, mi piace sudare, so lasciarmi andare a commenti superficiali su argomenti triviali: in pratica faccio tutto quello che fa un utente medio attivo nelle piattaforme social. Ma poi non riesco a postare un contenuto fugace che reputi meritevole di sottrarre all’oblio. Perché? 

Poco prima di uscire di casa avevo sbirciato i profili di alcuni di loro, verificando come in un caso si riuscissero a mescolare con successo post biografici dal sapore vacanziero (paesaggi, famiglia etc.) ad altri di tipo letterario e politico; in un altro caso mi sono chiesto come uno di loro potesse scrivere quattro tweets al giorno – seppur sagaci e circostanziati – senza perdere la lucidità che ci permette di stare in piedi, di tenere fermo il baricentro della nostra personalità. Mentre camminavo in tondo, mia figlia stava costruendo castelli di sabbia: come avrei potuto coniugare l’intimità e la placidità di quella scena famigliare con la possibilità non tanto del postare all’istante un’immagine alludente al cerchio di Ennio Doris ma anche solo del poterne reggere la fase di incubazione in vista di un futuro post da lanciare nella rete una volta ritornati a casa?

E siccome ero in ferie, e siccome questa domanda mi ossessiona da almeno un decennio (cioè da quando Facebook è diventato popolare in Italia), ho pensato di chiedere un loro parere in merito, sia perché sapevo di poter contare sulla ricchezza di un loro contributo, sia perché è da anni che con alcuni di loro tento di affrontare un dibattito fecondo sulla questione. 

E ora torniamo al punto. Una delle domande che sgorgano da questa ossessione dei social network è: quelli come me vanno incontro a una estinzione inevitabile? Penso alla diversa lunghezza della trachea dei Sapiens e dei Neanderthal, una così piccola differenza che ha permesso ai primi di formulare una più ampia varietà di suoni con cui comunicare parallelamente allo svolgimento di compiti manuali: una conseguenza che (secondo Cavalli Sforza) avrebbe portato ad un’accelerazione nella produzione di manufatti con cui difendersi, cacciare e trovare vie di addomesticamento dell’ambiente circostante. Questa incapacità di coniugare una vita “reale” con una “virtuale” (mondi che ovviamente non possiamo più considerare disgiunti), facendo confluire i contenuti della propria esperienza del mondo fisico nella rete – attività sempre più imprescindibile per dare a se stessi testimonianza della validità del proprio operato, equivale all’incapacità dell’homo di neanderthal di produrre la stessa gamma di suoni del suo competitor sapiens?

La seconda domanda ha a che fare con la centralità che questa questione deve assumere nella vita di ognuno di noi. Le piattaforme social sono soltanto un canale parallelo in cui corrono le nostre vite o sono l’acqua in cui nuotiamo? A prima vista la domanda può sembrare banale. Ma se una produzione costante di contenuti permette a un individuo (vedi sopra) di registrare un riscontro non solo sul piano sociale ma anche sul piano professionale (o – come ben sappiamo – sul piano politico) possiamo ritenere un pesce fuori dal grande acquario delle reti sociali come specie in via di estinzione? Se promuovere se stessi può determinare la crescita di popolarità di una casa editrice, di un festival o di un’azienda che seguiamo in qualità di social media manager; e se tutto ciò determina l’accaparramento delle risorse per mangiare, ci troviamo davanti a una nuova lotta per la sopravvivenza della specie?

Ancor più nello specifico (e da un punto di vista personale): è come se la struttura ossea e il sistema nervoso che avevo sviluppato per nuotare nei fondali profondi di una lingua adatta alla produzione letteraria non fossero più adatti alla perlustrazione delle acque basse dove fluiscono ininterrottamente le conversazioni della rete (e se non hai un buon seguito social è difficile per una casa editrice puntare su di te come autore).

La terza domanda che scaturisce dalle due precedenti è questa: sono gli individui A (coloro che non riescono a produrre contenuti nella rete) e gli individui B (coloro che invece ci riescono) appartenenti a due specie diverse? Da anni propongo il termine “altrovismo” per fare riferimento a quella tendenza del nostro stato mentale a rifuggire il tempo e lo spazio in cui stiamo vivendo per preferirne altri (argomento che, sotto altre vesti, affrontai in “Limbo mobile”, nel 2009). La domanda personale che ho fatto ai miei amici più attivi in rete è: come riuscite a essere presenti a voi stessi e alle persone con cui condividete la vostra vita se incombe costantemente in voi la volontà di condividere il frutto dei vostri pensieri con altre migliaia di persone? La domanda che ho fatto ai miei amici presenti in rete: quale beneficio vi dà il fruire dei contenuti che seguite nelle bacheche? La domanda che ho fatto a uno dei miei pochi amici assenti dalla rete è: come ci si sente quando sappiamo che intorno a noi altre persone stanno avviando conversazioni di cui non avremo mai conoscenza?

Riassumo: A e B sono specie viventi differenti?

Specie B

– Sa fare tutto ciò che gli consente di mantenersi in vita: lavorare, mangiare, riprodursi.

– Sa postare contenuti mentre conduce una vita attiva nel mondo fisico (lavorare, mangiare, riprodursi) che gli permette di mantenersi in vita.

– Sa tramutare questa attività di costante fruizione e produzione di contenuti culturali in forma di sostentamento (+visibilità = +autorevolezza) che gli permette (ora o in un futuro mercato del lavoro composto principalmente da prosumer) di mantenersi in vita.

Specie A

– Sa solo mantenersi in vita in un mercato del lavoro e delle relazioni sociali che non dipende ancora per intero dalla sua reputazione social.

Un vecchio aneddoto filosofico invitava a chiedersi se un albero che cade in una foresta spopolata fa rumore. I miei pensieri, che non ricevono alcuna attenzione pubblica (se non nella cerchia ristretta degli amici), fanno lo stesso rumore di quelli del mio amico che invece di attenzione ne riceve? E ancora: una mente come quella di Fedez, Modi o Selena Gomez, le cui produzioni vengono ricevute e ricondivise da milioni di persone appartengono alla nostra stessa specie vivente (dotato dello stesso apparato neuronale)?


Ps. Mi permetto di consigliare quattro testi che hanno contribuito alla formulazione di questa riflessione: Essere una macchina (O’Connell), Contro la vostra realtà (Nagle), Teoria della classe disagiata (Ventura), Manuale di pulizie di un monaco buddhista (Matsumoto).

 

Ugo Coppari

(L’immagine della copertina è un’illustrazione di Patrick Leger)

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