Quando si va a vedere un film diretto da Spielberg, con lo zampino dei fratelli Coen nella sceneggiatura e con Tom Hanks come protagonista, l’aspettativa è davvero alta. E Il ponte delle spie non la tradisce: è un racconto per immagini che resta piacevolmente impresso nella memoria.

Siamo in America, nel 1957. La guerra fredda tra U.S.A. ed U.R.S.S. incombe; ogni fazione ha i suoi uomini in territorio nemico. Entrambi gli schieramenti sono coinvolti in una complessa partita a scacchi. Si ha paura del rivale a tal punto, da ricercare nel sangue avversario la conferma della propria superiorità. Accecati dal conflitto, la Giustizia si relativizza e solo gli uomini più determinati hanno la forza di perseguire gli ideali più nobili, che per gli statunitensi sono quelli scritti nel «libro delle regole», nella Costituzione.

L’avvocato di Brooklyn John B. Donovan, interpretato da Tom Hanks, è uno di questi uomini: accorgendosi che la spia russa che si trova a difendere in tribunale (un perfetto Mark Rylance) è un essere umano, prima che un prigioniero da punire esemplarmente, riesce ad avere il coraggio di lottare contro i suoi colleghi, i suoi concittadini e la sua stessa famiglia, pur di rimanere fedele alla propria umanità nei confronti del nemico. La sua ostinata resistenza lo premia e diventa il punto di riferimento del governo statunitense per uno scambio di spie, peraltro da lui preconizzato: l’anziano agente segreto russo per una giovane spia a stelle e strisce.

Lo svolgimento del film è insaporito da un velo di funzionale ironia (che ha l’inconfondibile profumo dei Coen Brothers, sebbene trattenuto), riuscendo a delineare al meglio sia i personaggi con le loro sfaccettature, sia l’ambientazione della vicenda, una cupissima e rigida Berlino in fase di scissione, che, al momento delle trattative per lo scambio di prigionieri, nel 1961, si vede sfregiata dalla costruzione del famoso, maledetto muro e, la zona est, imbrigliata nella militarizzazione.

Non è questo un film dedicato strettamente allo spionaggio, ma al ritratto di un uomo giusto, tipicamente spielberghiano. Prendendo coscienza del cinismo, messo in pratica dagli uomini nell’esercizio del proprio potere (in entrambe le fazioni), Donovan ne può minimizzare l’efficacia utilizzando l’unica arma che talvolta si ha a disposizione nelle circostanze più buie, ovvero l’intelligenza. Grazie ad essa si possono ottenere anche i risultati più insperati.

Uscendo dalla sala ho pensato alla domanda che qualche volta mi faccio da solo, marzullianamente: “perché andiamo al cinema?” Mi sono risposto: anche per vedere film come questo, che ci pongono, con una sapiente regia, domande sul senso delle nostre vite, sulle scelte etiche e su quali azioni compiere per attuarle. Parafrasando il mantra della spia russa Rudolf Abel: tutte le preoccupazioni e le ingiustizie che ci capitano nella vita potrebbero portarci alla disperazione, ma, anche se ci disperassimo, «servirebbe a qualcosa»?

Oltre a confortarmi il livello dell’opera, soprattutto nel periodo natalizio, ho potuto apprezzare, infine, il lavoro del giovane sceneggiatore Matt Charman, che ha scritto il film insieme ai fratelli Coen.

Claudio Latini