Gerardo Iandoli recensisce Paesaggio con rovine (Mondadori, 2020) di Generoso Picone

 

40 anni fa, la sera del 23 Novembre 1980, alle 19.34, l’Irpinia è stata spezzata dal terremoto più disastroso della storia repubblicana. Uno squarcio che provocò quasi tremila morti e gettò un’intera area del Mezzogiorno nel caos. Interi paesini furono spazzati via e la storia di un territorio si sbriciolò in cumoli di rovine in cui non era più facile riconoscersi. Se l’identità di un luogo trae linfa vitale anche dai suoi miti, si può dire che i racconti del terremoto divennero una strana chimera, in cui Apocalisse e Origine si mescolarono come quando dell’olio scola in una pentola piena d’acqua.
Il terremoto si impone. Si inscrive sui corpi e sulle menti. Dissemina tracce che si affermano sulla coscienza come condanne da scontare ora e per sempre. Chi scrive è figlio di due vecchi ragazzini, alle soglie del liceo, che hanno vissuto quel giorno. Se dovessi spiegarvi che cosa è stato per le persone quel terremoto, sceglierei quest’immagine: da quando ho memoria, non ho mai visto un tramonto venato di rosso senza che qualcuno alle mie spalle aggiungesse: «Anche la sera del terremoto il cielo era così». La contemplazione di quella bellezza, anziché proiettarli in una dimensione di serenità, li catapultava in quell’abisso. Il terremoto è l’AIDS dello sguardo: trasforma luoghi amati e scene di pace in presagi di morte.
Con tutto questo si confronta l’allora ventiduenne, oggi sessantaduenne, Generoso Picone, attraverso il suo Paesaggio con rovine. Il testo, pubblicato da Mondadori nella collana Strade Blu, si inscrive nel filone narrativo della non-fiction che in Italia ha come suo massimo esponente il Roberto Saviano di Gomorra, titolo reso famoso proprio dalla collana Strade Blu. Per iniziare ad addentrarsi in questo testo, credo sia opportuno iniziare dalla scrittura. Infatti, le forme linguistiche di Picone si adattano alle forme del suo paesaggio. Queste pagine sono proiezioni dei territori appenninici dell’Irpinia e l’inchiostro è la loro oro-grafia. E, ammette Picone, da dopo il terremoto «all’Irpinia è mancato lo stile» (p. 175). Più precisamente, Picone parla di «postmodernità sguaiata» (p. 163) per descrivere il processo di ricostruzione dei paesi dell’Alta Irpinia. Di fatto, gli abitanti hanno dovuto subire un vero e proprio shock estetico, dopo quello del terremoto: i paesini dell’Appenino centrale, che presentavano costruzioni legate all’identità contadina, sono stati ricostruiti seguendo criteri moderni per l’epoca, ma distanti dall’esperienza quotidiana di quelle persone. Ad esempio, a Bisaccia sono apparse costruzioni dalle forme futuristiche, molto complesse, che hanno completamente snaturato l’antico “stile”: la modernità è giunta in maniera aggressiva, senza entrare in dialogo con il vissuto di chi, effettivamente, avrebbe dovuto abitare quei luoghi.

 

 

Volendo andare a caccia di analogie, è curioso notare come l’anno del terremoto sia anche l’anno di pubblicazione de Il nome della rosa, il capolavoro di Umberto Eco e del postmodernismo italiano. Tale testo, nato dalla consapevolezza «che si poteva ritrovare l’intreccio anche sotto forma di citazione di altri intrecci»,[1] sembra essere la più efficace rappresentazione del modo, dello “stile”, usato per ricostruire un territorio partendo dalle sue rovine. Da questo punto di vista, è eloquente la piazza centrale del capoluogo dell’Irpinia, la città di Avellino: su Piazza della Libertà si affacciano palazzi che appartengono a stili ed epoche diverse, senza alcun tentativo di armonia. Tuttavia, queste parole non vogliono essere una critica, anzi: è in questa urbanistica, che ricorda il corpo del mostro di Frankenstein, che risiede la vera essenza di ciò che affronta, da un punto di vista identitario, l’attuale cittadino irpino. E il testo di Picone restituisce al meglio questa essenza, nel suo Paesaggio con rovine: l’autore assembla pezzi di varie storie, di vari miti, di vari racconti al fine di dare consistenza al volto di un territorio che sembra essere stato inghiottito dal “cratere” lasciato dai violenti movimenti della faglia. Le citazioni sono numerose e spaziano da filosofi come Vladimir Jankélévitch e Paul Ricœur, da antropologi come Vito Teti fino ad arrivare a critici contemporanei come Daniele Giglioli. Il tutto passando per i grandi figli dell’Irpinia, come gli intellettuali Francesco De Sanctis e Guido Dorso, il regista Ettore Scola, lo stilista Salvatore Ferragamo e, infine, Sabato “Simon” Rodia, eccentrico personaggio che ha costruito, da solo, quello che è adesso un monumento della città di Los Angeles, le Watts Towers.

Per approfondire la natura di questo testo, è utile fare riferimento a come il testo stesso si definisce. Picone afferma: «Io sono alla ricerca di un’autobiografia del terremoto» (p. 33). In questa frase si condensa l’intera operazione di Paesaggio con rovine. La si può interpretare in due modi: che il terremoto ha una sua autobiografia o che il terremoto è il proprietario dell’autobiografia di Picone. Nel primo caso, Picone veste i panni del profeta o dell’evangelista, che si fa strumento umano della voce divina del terremoto. L’atto della scrittura diventa il modo per intrecciare, in una storia unica, i frammenti mitologici di un territorio che si è sbriciolato. Nel secondo caso, Picone mostra il suo trauma: la sua vita dipende dal terremoto, la percezione che ha dello scorrere del tempo è condizionata da quei novanta secondi devastanti. Questo aiuta a capire la struttura del testo, in cui il terremoto assume i tratti di una Rivelazione: così come la venuta del Cristo sancisce un prima e un dopo nella storia dell’uomo occidentale, così il terremoto definisce un prima e un dopo nella storia dell’Irpinia. Di fatto, mostra Picone, oggi si è consolidata l’immagine di un prima sereno e bucolico, di un’Irpinia contadina felice, e di un dopo teso al progresso, che nel migliore dei casi ha portato con la ricostruzione la tecnologia, l’industria e la “modernità”, nel peggiore la criminalità avida e lo spaesamento. Eppure, Picone riconosce in questa visione della cronologia irpina una falsa Rivelazione: «L’interminabile kathècon della rappresentazione del passato come di un’Arcadia incontaminata impedisce, trattiene, ritarda e alla fine annienta lo scatenarsi di un qualcosa» (p. 40). La «giornata dall’apocalisse» (p. 13) non assume i tratti di quella descritta da Giovanni, bensì di quella di Paolo di Tarso nella Seconda lettera ai Tessalonicesi: qui, si parla di una forza capace di trattenere l’arrivo dell’Anticristo, ma allo stesso tempo della fine del mondo che dovrebbe portare al Regno di Dio. Tale forza preserva dal male che dovrebbe precedere l’inizio dell’epoca di Dio: una forza ambigua che sembra lasciare l’umanità in un limbo, in cui il sommo male e il sommo bene vengono allontanati. L’immaginario bucolico, allora, anziché spingere l’Irpinia verso la ripresa dal trauma, la getta nella «malinconia di un tempo mai avuto» (p. 171), che intorpidisce ogni spinta al nuovo. Pur seguendo la scissione tra un prima e un dopo, Picone mostra come anche nel prima ci siano stati esempi di “modernità”: alcuni nomi notevoli dell’Irpinia sono stati capaci di innovare, poiché questo territorio era ben lontano dall’essere una gioiosa Arcadia e le difficoltà hanno spinto questi personaggi a compiere opere importanti. Ai già citati Ferragamo e Rodia, si potrebbe aggiungere Carlo Gesualdo, geniale compositore del Cinquecento.
Per Picone, si potrebbe parlare di “postmoderno senza ironia”. Egli non può “prendere le distanze” dalle sue citazioni, perché altrimenti l’autobiografia perderebbe di consistenza: l’Irpinia e il suo cantore sono questi frammenti, sono queste citazioni. In conclusione del testo, si può leggere:

È un vizio da intellettuali alla moda prendere qualsiasi cosa accada nel mondo e interpretarlo come una svolta della storia, ha notato Massimo Cacciari. Immaginare cumuli di macerie ovunque e salirci sopra per annunciare che “è finito questo”, “è finito quello”, compiacendosi di essere i primi esegeti di una svolta epocale (p. 219).

L’autobiografia del terremoto esiste attraverso i miti che la vedono come un punto di svolta, nel bene o nel male, e tuttavia è questa mitologia che arreca danno all’Irpinia. Allora, Paesaggio con rovine sembra il testamento di un suicida: il Picone cantore del terremoto lo aiuta a porre fine a se stesso, affinché lasci liberi questi territori. Affinché l’Irpinia smetta di identificarsi in questa catastrofe, vittimizzandosi. L’Irpinia non ha solo subito, questo sembra dirci Picone, ma ha anche fatto qualcosa, è anche stata esempio di azione. Le innumerevoli citazioni, infine, si spiegano così: sono degli exempla, un patchwork di vicende umane da cui trarre insegnamento, per negazione o affermazione, in vista di un nuovo fare.
(Gerardo Iandoli)

 

Note

[1] Umberto Eco, Postille a Il nome della rosa (1983), in ID. Il nome della rosa, Milano, Bompiani, 2011, p. 528.