Dopo una decennale fedeltà alla parola poetica e diverse presenze in concorsi (finalista al premio Ischitella 2011, secondo classificato al Campionato nazionale di Poetry Slam della L.I.P.S. nel 2015) e antologie (L’Italia a pezzi, Slam it! e Guida liquida al Poetry Slam), il poeta senigalliese Andrea Mazzanti, classe 1983, esordisce con un libro che raccoglie il fiore della sua produzione dialettale in versi, Il pubblico ludibrio, di prossima uscita, per i tipi di Arcipelago itaca Edizioni, giovane casa editrice marchigiana specializzata in poesia. A impreziosire il volume, una puntuale nota critica di Manuel Cohen, che contestualizza e commenta l’opera con grande acume e profondità di sguardo. Il libro si chiude con una postfazione dell’autore, dove si mettono a nudo alcune ragioni cardine del suo fare poesia.

I testi qui pubblicati sono sapientemente intessuti con citazioni tratte dalle più svariate opere, non solo letterarie, della cultura occidentale. Questi molteplici riferimenti accompagnano la poesia di Mazzanti, in alcuni casi arricchendola, in altri venendo da essa contraddetti o contrappuntati. Talora le liriche presenti nel volume fungono da commento agli eserghi che le precedono, ed esprimono un punto di vista che potremmo definire popolare, ma nel senso più alto. Questo particolare tipo di rapporto tra poesia ed esergo ricorda la funzione assunta dal coro della tragedia greca nei confronti delle vicende dei protagonisti del dramma, funzione che consisteva nel commentare quanto accadeva sulla scena, dal punto di vista, emotivo ed etico insieme, dei cittadini. Nelle parole del coro s’immedesimava il pubblico, che costruiva, e ribadiva, intorno ad esse, la propria morale, il proprio modo di esistere nel mondo. Ecco, nelle poesie di Mazzanti sembra di poter scorgere l’anelito a recuperare uno sguardo collettivo sulla realtà, uno sguardo che possa essere sì del poeta, ma anche del lettore, anche della società in cui viviamo, sempre così frammentata e refrattaria ad assumere una prospettiva comune in cui identificarsi.

Di questo sguardo popolare sulla realtà è spia evidente il ricorso alla forma espressiva del vernacolo: esso, in questi testi, è spogliato della patina nostalgica che si ritrova in molta poesia dialettale, e viene invece utilizzato come una risorsa duttile, capace di far ridere, come di disgustare, o di turbare, e anche, in certi passaggi, di commuovere. Va però notato che, quando questa poesia suscita emozioni come rabbia, indignazione o compassione, essa non tende mai al sentimentalismo: i versi di Mazzanti ci toccano nel profondo non perché puntino sui sentimenti, ma perché sono capaci di avvicinarsi al nucleo più intimo delle cose. Questo avvicinamento ha luogo anche grazie al dialetto. Esso, ben lungi dall’essere oggetto di uno studio di carattere linguistico o filologico, è rielaborato attraverso un libero utilizzo della parlata locale, interiorizzata e resa personale, capace di presentarsi come una lingua privata, ma allo stesso tempo condivisa, in grazia della sua forza evocativa, della sua immediatezza e del suo ritmo.

Non si tratta quindi di una scelta meramente linguistica: Mazzanti recupera non solo il vernacolo, ma anche la Weltanschauung propria del mondo dialettale, le sue paure, le sue speranze, la sua cifra esistenziale. Ne sono esempio testi come Malvì e San Giuàŋ, dove si nota un insistente richiamo alla tradizione popolare, in questo caso legata alla magia.

Qua e là affiorano ritornelli, che riecheggiano la cantilena di antiche ballate, e in alcuni casi questa poesia fa propria la forma e il dettato dell’anatema, sempre di stampo popolareggiante, non privo del gusto per il fulmen in clausola, che ribalta la situazione iniziale, dando un senso del tutto nuovo al tema trattato. L’ironia che attraversa molti di questi lavori ha la capacità di mischiare lo sberleffo popolare a trovate acute e personali dell’autore, che aprono uno sguardo prospettico inedito sulla realtà.

Questa forte impronta popolare, su cui abbiamo insistito, non deve però trarre in inganno il lettore: se è vero che Mazzanti attinge a piene mani al mondo dialettale, è anche vero che i problemi che affronta e gli interrogativi che si pone sono quelli di un uomo, e di un poeta, moderno, che si sa assumere la responsabilità di una tradizione letteraria, italiana e non solo, piuttosto ingombrante, ma rendendola più leggera, e recuperando – ne sono testimonianza anche le sue numerose performance dal vivo – un rapporto tra scrittura e oralità che la poesia occidentale ha per lungo tempo cercato di evitare.

Alcuni testi raggiungono un lirismo che lascia disarmati, ma non, come dicevamo, per una qualche ostentazione di sentimenti, bensì per la loro onestà. È il caso, per esempio, de L’amor d’ l’ ciandule, una poesia davvero ben riuscita, in cui si mischiano esemplarmente i due registri di questo libro. La poesia di Mazzanti, sempre in bilico tra sublime d’en haut e sublime d’en bas, ci è intimamente vicina, perché abita, come noi, quell’interregno tra purezza e lordura in cui ha luogo il nostro esserci. Il suo linguaggio, il suo incedere e le preziose sottigliezze di cui quest’opera prima è ricca ci paiono tutti elementi vòlti al medesimo scopo: strappare il velo dalla realtà che ci è familiare, per scoprire le nostre debolezze, per far emergere ciò di cui ci vergogniamo di più. Questo avviene senza moralismo, ma con la comprensione e la tolleranza proprie del migliore umanesimo. È una poesia, quella di Mazzanti, che, come la bora di cui parla una sua lirica, ci coglie di sorpresa, senza che possiamo fare nulla per schermirci, e che, con gesto sferzante e liberatorio insieme, ci scopre «nudi sotto i vestiti».