Il regno dell’Uroboro di Michele Ainis | recensione di Valerio Cuccaroni

[In occasione della presentazione odierna del libro Il regno dell’Uroboro di Michele Ainis all’Istituto dell’Enciclopedia Italiana, pubblichiamo la recensione del saggio a cura di Valerio Cuccaroni.]

Mentre leggevo Il regno dell’Uroboro di Michele Ainis, libro pubblicato da La nave di Teseo a ottobre del 2018, mi è capitato di rivedere Edward mani di forbice di Tim Burton, film uscito a dicembre del 1990. Sebbene siano passati quasi trent’anni tra le due opere, l’umanità descritta da Ainis, «nell’epoca della solitudine di massa», sembra essere presente in nuce nel personaggio ideato da Burton e dalla sceneggiatrice Caroline Thompson: «a man who had scissors for hands», un uomo che aveva forbici al posto delle mani e viveva in una dimora in cima a una montagna, una dimora «haunted», infestata. L’uomo era stato creato da un inventore che gli aveva messo dentro tutto, un cuore, un cervello, tutto, o meglio, quasi tutto. L’inventore era vecchio e morì lasciando l’uomo che aveva inventato incompleto e solo.

Burton e Thompson non pensavano certo che nel gennaio del 2018 il governo britannico di Theresa May avrebbe istituito il Ministero della Solitudine per occuparsi della metà degli ultra settantacinquenni che nell’Inghilterra attuale vive da sola. Non immaginavano che la loro creatura, Edward Scissorhands, sarebbe diventata l’emblema della nostra epoca, l’epoca del Ministero della Solitudine.

Edward, interpretato nel film da Johnny Deep, è un personaggio gotico, mix del Frankestein di Mary Shelley e del principe Adam, protagonista della fiaba di Gabrielle-Suzanne Barbot de Villeneuve La belle et la bête: Edward appartiene allo stesso universo simbolico della figura mitologica evocata da Ainis, l’uroboro. Se questa, infatti, è l’epoca della solitudine di massa, è anche l’epoca in cui l’immaginario collettivo torna a tingersi di fantasy nero, tanto che per spiegarla Eugene Thacker, docente alla New School di New York, ha elaborato una sua «filosofia dell’orrore», in una trilogia che include In The Dust of This Planet (trad. it. Tra le ceneri di questo pianeta, Nero, Roma 2018).

Se per simboleggiare questa nostra epoca in crisi un insigne giurista come Michele Ainis, docente di diritto e dal 2016 membro dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato, se persino un buon borghese, come lui, di quei borghesi che discendono dagli illuministi piuttosto che dagli scapigliati, si vede costretto a ricorrere a una figura fantastica, quale quella dell’uroboro, significa che anche la ragione è andata in crisi e un nuovo irrazionalismo si è impossessato del nostro immaginario. Una deriva che ricorda da vicino quella avvenuta nello stesso periodo del Novecento, un secolo fa, quando la globalizzazione, generata dall’imperialismo, portò alla prima guerra mondiale.

A
parte il titolo, tuttavia, non sembrerebbe esserci traccia di
irrazionalismo nelle analisi di Ainis, che si avvale di un’ampia
bibliografia, composta di oltre centocinquanta titoli, tra articoli e
saggi, per scandagliare i fenomeni tipici della nostra epoca, ormai
noti a tutti i bene informati.

Si parte con la filter bubble, la bolla generata dal filtro creato nel 2009 da Google per personalizzare le ricerche dei suoi utenti e segnalata da Eli Pariser nel saggio The Filter Bubble (2011): è il meccanismo della profilazione dell’utente che permette al motore di ricerca, in base ai nostri dati in suo possesso, di rispondere alle domande ancora prima che l’utente le abbia formulate. Libri, vestiti, ristoranti: tutte le tracce che lasciamo quando navighiamo vengono usate per suggerirci quali titoli leggere, quali capi indossare, quali locali prenotare, tutti simili a quelli che abbiamo già letto, indossato, prenotato. Dunque la filter bubble genera a sua volta un altro fenomeno: la creazione di echo chamber, camere dell’eco in cui si trasforma il nostro spazio informatico nel momento in cui i filtri ci propongono «all’infinito le stesse fonti da cui ci siamo alimentati, le stesse opinioni, le stesse informazioni». Nella echo chamber cresce il «confirmation bias», ovvero il pregiudizio di conferma, un fenomeno cognitivo che induce a conformare le interpretazioni dei fatti alle aspettative, alle convinzioni acquisite. E il confirmation bias apre la strada al fenomeno della post-truth, parola dell’anno 2016 per l’Oxford Dictionary: «la “post-verità” – sostiene Ainis – esprime l’irrilevanza dei fatti nella formazione dei processi cognitivi, come la negazione del riscaldamento globale o le false informazioni che hanno determinato la Brexit». Ne è nata persino una nuova disciplina, l’agnotologia, che studia l’ignoranza indotta da dati scientifici fuorvianti.

Questa catena di fenomeni avrebbe
portato, secondo Ainis, alla nuova condizione umana, «una solitudine
di massa […] senza democrazia», sostituita dal «regno
dell’uroboro, serpente che si morde la coda, formando un cerchio
chiuso. Il regno dell’autoreferenza».

Il salto dal logico all’analogico, tuttavia, è troppo brusco per non lasciare interdetti, per non indurre a chiedersi se sia lecito passare da un’analisi storica, sociologica, materialista alla mitopoiesi astorica, irrazionale, moralista. Per gran parte del libro, Ainis conduce un’analisi serrata e documentata, spiega come funziona la profilazione; cos’è il capitalismo della sorveglianza, inaugurato e capitanato dai GAFA (Google, Amazon, Facebook, Apple), con il conseguente circolo vizioso che li induce a proporci nuovi servizi per raccogliere nuove informazioni, spingendoci a usare di più internet per aumentare i loro profitti; quali sono i rischi per la privacy insiti nell’uso dei cookie e nell’internet delle cose; cos’è un algoritmo; come funziona l’autoapprendimento delle macchine; perché la protezione legale garantita alla proprietà intellettuale impedisce di conoscere il funzionamento degli stessi algoritmi, trasformando la nostra società nella Black Box Society di Frank Pasquale (2015) ovvero nell’algocrazia teorizzata da Aneesh (Neutral accent, 2015), nuova versione degli arcana imperii, secondo Ainis.

Ainis, però, ricorda male il significato dell’espressione usata da Tacito e in questo fraintendimento, che fa il paio con il fraintendimento del simbolo dell’uroboro, si nasconde il punto debole di tutto il pamphlet.

Ainis interpreta gli arcana imperii come i «segreti disegni del potere», che «l’assolutismo eresse poi a sistema di governo», ma l’evulgato arcano imperii, il principio del potere (imperium) fino ad allora rimasto segreto, svelato, alla morte di Nerone, con l’elezione di Galba da parte delle legioni, a cui si riferiva Tacito in Historie 1, 4, non erano i «segreti disegni del potere», ma «il segreto del potere». In senso stretto il segreto del potere era che l’imperatore poteva anche essere eletto fuori di Roma (Galba, al momento dell’elezione, si trovava in Spagna), in senso lato l’arcanum imperii era il segreto che il potere imperiale non dipendeva più dal Senato, ma dagli eserciti, che potevano eleggere un imperatore anche fuori di Roma e, in seguito, con Vespasiano, anche non romano. Questo segreto poggiava sulla riforma militare di Mario e aveva determinato la guerra civile con Silla, poi tra Pompeo e Cesare, infine tra Marco Antonio e Caio Ottavio.

In effetti, per tutto il libro Ainis non svela mai quale sia l’arcanum imperii che consente l’algocrazia, non connette i circoli viziosi dei Gafa a ciò che li rende possibili, non riconduce la mancanza di privacy ai processi di accumulazione primaria (i big data sono le materie prime su cui si reggono i meccanismi di produzione del capitalismo cognitivo), preferisce sorvolare il capitalismo a volo d’uccello e quando è il momento di scendere in picchiata, tirare le somme, riconduce tutto al mondo fantastico dell’uroboro, esponendo la morale della favola: la sovrabbondanza di leggi che si aggiunge alla sovrabbondanza di merci, e degenera per l’oscurità delle stesse norme, deriverebbe «da una crisi morale, che un anno dopo l’altro continua ad aggravarsi». La causa della sovrabbondanza, quindi, sarebbe la crisi morale? Il fondatore della scienza politica moderna, Machiavelli, e il fondatore della moderna filosofia morale, Nietzsche, non ci hanno, forse, insegnato nulla? Il Principe, il potere che ci governa, è al di là del bene e del male: la sovrabbondanza di leggi oscure è il riflesso della sovrabbondanza di merci inutili, non di una supposta crisi morale, è una conseguenza dei rapporti di produzione. Noi avremmo iniziato a vivere senza democrazia solo ora, perché l’arcanum imperii è diventato palese? Non era forse una democrazia autoritaria anche quella degli Andreotti, Craxi, Fanfani e Berlusconi, prima di internet? Non raccontiamoci storie, almeno fra intellettuali, specie se si fa appello alla coscienza.

Come si può descrivere per filo e per segno il funzionamento dell’economia cognitiva capitalista trascurando di imputare alla struttura di potere, che non da oggi né da ieri ma da sempre essa genera, le contraddizioni che alimenta? La capocrazia, che secondo Ainis si è impadronita dei partiti attuali, ha origini nel culto del capo, del grande industriale, così come del grande statista (come amava definirsi Berlusconi, consustanziazione di entrambi), ed è da sempre integrata al sistema capitalista.

Come si possa fare questa ginnastica intellettuale fine a se stessa, in cui da inconsapevoli conservatori si ripete o tempora o mores, si capisce quando Ainis affronta l’eventualità di una ribellione al sistema. «Del resto, come potremmo ribellarci?» si domanda e, senza indugio, si risponde: «Se lo facessimo, se negassimo il consenso alla radiografia che ci somministrano i Big Data, perderemmo l’accesso a Google, la principale fonte d’informazioni nella società contemporanea. Non potremmo usare i social network, ossia gli strumenti che ormai nutrono la nuova forma della cittadinanza, la cittadinanza digitale. Sarebbe come venire ricacciati fuori dalle mura della città, espulsi, stranieri, derelitti. Come imbarcarci sulla nave dei folli». Se ci ribellassimo, saremmo come Edward Shissorhands, in effetti. Dopo essere stato accolto in città, perché la sua stranezza faceva tendenza, Edward viene espulso nel momento in cui si rifiuta di assecondare le richieste di colei che, sottomettendolo (in tutti i sensi), avrebbe voluto diventare la sua padrona in un salone di bellezza.

Invece l’umanità teorizzata da Ainis, imprigionata nella sua domanda retorica («come potremmo ribellarci?») e nel conseguente elenco di apparenti impossibilia (negare il consenso ai Gafa, perdere l’accesso a Google, smettere di usare i social network), non si ribella. Ainis vuole condurci all’unica conclusione possibile: «sicché rimaniamo in città, però come merci, non come persone». Un altro salto dal logico all’analogico: accettando la nostra immaginifica riduzione a merci, Ainis ci immette in un discorso metaforico a senso unico, in cui la ribellione non è contemplata, perché se noi siamo il prodotto (altra metafora) e loro sono i produttori (dura realtà), loro «possono tuto, mentre noi non possiamo quasi nulla». Questo, però, è un falso sillogismo e nel quasi, ciò che noi possiamo fare e facciamo per ribellarci, risiede il cammino che porterebbe, dialetticamente, alla verità. Un quasi del tutto assente dalla narrazione favolistica di Ainis, che si fonda essa stessa su una fake news, una notizia falsa, un emblema di post-verità, perché l’uroboro non è il simbolo dell’autoreferenza, ma l’archetipo egizio del ciclo vitale, dagli gnostici associato a Cristo e dagli alchimisti alla palingenesi, alla rinascita.

Nel libro di Ainis la prospettiva dialettica va ricercata in negativo, facendo il contropelo al serpente.