Le immagini come distanza o come destino? ⥀ La «chiaroveggenza» dell’ecfrasi in Andrea Inglese
Chiara Portesine scrive sull’uso dell’ecfrasi nell’opera di Andrea Inglese, in particolare nel Commiato da Andromeda (Valigie Rosse, 2011)
In un mondo che ha ormai doppiato la categoria classica di «iconosfera» per trasformarsi in un distributore automatico di immaginari mediali, le descrizioni di oggetti d’arte sono tornate vistosamente alla ribalta. A partire dagli anni Ottanta, le iconografie ospitate dalla letteratura hanno coinciso grossomodo con gli eidola liquidi della televisione e della cartellonistica pubblicitaria. Per contrappasso della storia, negli anni Duemila assistiamo, invece, a un inaspettato ritorno dell’immagine classica, seppure con modalità e con obiettivi estetici esponenzialmente diversi.
Nella produzione di Andrea Inglese – e, in particolare, nel Commiato da Andromeda (Valigie Rosse, 2011) – l’ecfrasi assume una doppia funzione strutturale che potrebbe essere riassunta nella dialettica tra distanza e destino, tra raffreddamento e rispecchiamento prefigurante. Indossare le vesti diegetiche di un quadro significa, in primo luogo, spostare l’atto di enunciazione (e, dunque, di osservazione) dalla prospettiva dell’autore-personaggio a quella delle figurine lasciate in sospensione dalla pennellata dell’artista. Nel Commiato, il lettore assiste al passaggio violento dalla visceralità autobiografica di una storia d’amore al suo Doppelgänger pittorico e mitologico (La liberazione di Andromeda di Piero di Cosimo). Naturalmente, il primo effetto è quello di stemperare, di refrigerare un dramma privato guardando il decorso amoroso “in sovrimpressione” rispetto al dipinto cinquecentesco. Il narratore stabilisce così un rapporto di derivazione e di interscambiabilità reciproca tra Perseo-Andromeda e lui-lei, tra mitologema simbolico e “verità” sentimentale. Il fatto che la trama (e la vita) ricalchino con precisione iperrealistica il percorso figurativo della tela porta, però, a domandarsi se le icone non possano acquisire un ruolo supplementare rispetto a quello di garantire una distanza, una rimasticazione in differita dell’esperienza. Le immagini che si rincorrono nelle ecfrasi di Inglese assomigliano, infatti, alle Idee di qualche moderno (e ben più materialistico) iperuranio platonico. La vita somiglia all’immagine perché la vita è già immagine condannata alla ripetizione – biologica, emotiva, procedurale. Le immagini-idee mostrano così la propria «chiaroveggenza» (parola che ricorre più volte nel Commiato) rispetto ai destini generali di un’umanità che vive in un contesto sociale e storico che coincide costitutivamente con un tableau vivant immobilizzato dal consumismo e dall’alienazione.
Nelle scritture ecfrastiche praticate da altri autori contemporanei, la trama suggerita dal quadro viene utilizzata spesso come exit strategy rispetto al complesso patologico dell’io lirico. Deviando l’attenzione dal soggetto alle sagome che si succedono nei manuali di storia dell’arte, il poeta potrà illudersi di non partecipare al rituale lirico, di sottrarsi alla cerimonia secolarizzata del soggetto rendendo la descrizione, a tutti gli effetti, enumerazione trasparente di dettagli o funzionamenti di superficie, accidentali e sempre inventariabili. Andrea Inglese, invece, si serve dell’ecfrasi per tornare alla soggettività, ma dimostrandone, al contempo, la fondativa mediazione. Non esiste un quadro da cui prendere a noleggio una storia (artificiale) alternativa a quella intimistica dell’io, sospesa, rinnegata, capovolta ma onnipresente – come rimosso e, al contempo, come illusione di autenticità – nella poesia contemporanea. È precisamente fuori dalla cornice, ai bordi del quadro, sotto al piedistallo della statua che si aggirano i fantasmi dell’identità – e hanno tutti il volto artificiale e autentico di una nostra fotografia, in cui riconoscimento e commiato vengono a coincidere. Esaminando il quadro come se si trattasse di un album di famiglia o di un book fotografico di coppia, l’osservatore si accorge di non rispecchiarsi ma di essere l’immagine. Spettatore e «spettacolo del nulla», il narratore arriverà a dichiarare in versi: «nulla / è stato abbastanza reale / per fermarsi, per fare | un credibile fondo» (p. 60). Paesaggio e fondale, persone e personaggi, amori reali e amori dipinti condividono la stessa natura sospesa, inceppata tra il pathos della presenza e il freddo raggelante della sparizione. Gli oggetti e gli amanti sono presenti per paradossale eccesso di mediazioni, in un’autenticità simulacrizzata e vivificata dalla riproducibilità tecnica. Rompendo la cornice del quadro, Andromeda e Perseo andrebbero a passeggio tra i boulevard mentre la coppia reale assumerebbe la posa plastica e sacrificale di una mitologia appesa – nella pinacoteca o sopra alla tavoletta del water, come avviene effettivamente a casa del narratore. Quando cade il sipario delle illusioni private e collettive, l’esistente rivela «l’orrendo stridere / della scucitura interna, non di organi / ma dell’intero, mentale, animale, / esistere» (p. 23) e non c’è flash di reflex o tubetto di colore che possa restituirne la pienezza. La realtà – e non soltanto Parigi – è un desiderio. Se l’immagine rappresenta il passato-futuro dell’esperienza del soggetto e la sua natura di proiezione desiderante, sarebbe sbagliato pensare, tuttavia, che l’opera di Inglese si riduca a un nichilismo dell’osservazione, a un selfie scattato sulle macerie della soggettività e del mondo. La denuncia implicita degli automatismi che governano una certa società, un certo lavoro, una certa relazionalità tra uomo e donna, tra maschile e femminile, tra immagine e immaginario, lascia il lettore libero di ipotizzare che, in fondo, non sarebbe impossibile uscire dalla cornice di questo quadro sociale. Le «finestre aperte» sul parco (p. 63) su cui si conclude l’ultima poesia del Commiato – aggiunta soltanto nell’edizione del 2022 – suggeriscono una possibilità che non ha ancora una direzione politica o una pianificazione creativa, ma che bussa con insistenza dietro il vetro di protezione delle nostre teche ideologiche. Il futuro dell’invenzione e del vivere dipenderà anche dalla nostra capacità di rovesciare letteralmente il quadro e provare a scarabocchiarne, secondo la lezione intramontabile di Corrado Costa, il retro.
* Questo articolo riprende un testo scritto in occasione della presentazione del libro di Andrea Inglese presso l’associazione culturale «Le Cicale Operose» di Livorno, il 17 giugno 2022.


