Imparare a non capire ⥀ Viaggio intorno all’Armenia

Un reportage di viaggio che si snoda sugli altopiani dell’Armenia, tra monasteri millenari e residui post-sovietici, religioni antiche e inquietudini moderne. Un resoconto che mescola considerazioni di attualità geopolitica a riflessioni più introspettive e liriche, a cura di Giulia Cosio

 

Io e l’Armenia. Luoghi del Sud

In me tanti hanno lasciato segni, per questo è così facile credere al miracolo. Io non sono né troppo brutta, né troppo bella, ma segnata sul viso da antiche battaglie, che se ci penso non piango solo perché non voglio che il sale rinnovi le cicatrici. Ma sono anche stranita: non faccio nemmeno opposizione al vento che gira, sebbene non porti che altra polvere sui mobili. Anzi, sono pronta a fare benedizioni con la terra che si sfarina sui miei vecchi cimeli di famiglia, da traslocare alla prossima diaspora. Non lancio sguardi troppo lunghi a nessuno dei miei spasimanti, né a quello d’oriente né a quello d’occidente – nutro il sano scetticismo delle persone pratiche d’esperienza. Eppure non rinuncio ad essere seducente e mi metto in mostra al tramonto, asciugando di nascosto le lacrime del pomeriggio dietro le ciocche scomposte della sera di festa.
Non rinuncia a vivere, l’Armenia, perché non ha ancora capito in che misura la sua sia tristezza oppure solo senso di solitudine. Così anch’io, e per farlo meglio, il pensiero più costante di oggi è stato quello di abbandonare il desiderio. Non voglio più desiderare nulla che non sia lo stretto indispensabile, e questa cosa mi angoscia perché mi fa pensare alla morte; ma è anche così liberatorio che non so se mi commuovo di più per la disillusione di ieri o per la liberazione di domani. Mi ha tradito tante volte il mio desiderio che non lo voglio più – non fa per me, evidentemente. Ma non so come rinunciare senza sentirmi in partenza per l’ennesimo esilio. Anche questo pensiero mi fa somigliare all’Armenia, adesso che ci penso.
Nel frattempo, dal vetro del finestrino passa e ripassa un paesaggio senza fine, talmente sconfinato che vorrei arrendermi; distendere tutti i muscoli che ancora tengono la posizione dell’anima per disfarmi in materia. Forse questa è l’immagine più a fuoco di cosa intendo con «abbandonare il desiderio»: lasciare, mollare la presa su tutto quello che pretendo di volere. Passiamo la regione di Vayots Dzor: l’etimologia del nome è incerta, ci dicono, ma pare derivi da vay, un’esclamazione armena di dolore, e dzor, che significa «valle», quindi Valle delle Lamentazioni. L’immagine dell’antico terremoto che colpì la regione mi spinge alla fantasia di sbriciolare i miei lamenti nei sassolini superstiti dell’immane catastrofe, mentre sento la voce della guida che ci dice: comunque la regione resta bellissima, piena di colori, e le api ci fanno il miele millefiori. E del resto cosa ci insegna la chiesa apostolica armena, se non che persino i peggiori mali fanno fiorire le croci? San Gregorio riemerge intatto da una fossa di serpenti e scorpioni, e da allora ogni vescovo sa di cosa è fatto il pomo del suo bastone – lo vediamo scolpito sul portone del monastero di Tanahat: la mano poggia su un’impugnatura di serpi intrecciate, perché ciò che tieni sotto il tuo palmo sia il male che hai imparato a dominare.

 

Armenia

 

I primi giorni di sconforto e disorientamento passano con sguardo bovino, e solo ad Areni inizio a ricucire i miei pensieri caotici con il posto in cui mi trovo. La chiesa della Santa Madre di Dio confina con un cimitero che accosta, lungo il degradare della collina, tombe via via più recenti, fino a quelle di alcuni giovani caduti nel conflitto per il Nagorno Karabakh. Ma vicino al portone della chiesa, sul sagrato, le tombe sono antichissime – poco più che sconnesse lastre di pietra a terra – e non riesco a capire se camminarci sopra sia un segno di considerazione oppure una mancanza di rispetto. Alcune sono come piccoli altari scolpiti preziosamente da una religione che mischia Zoroastro e Gesù. Mi colpisce una piccola conca scavata su alcune, dove mettere il mangime per gli uccelli, perché portino anche loro una preghiera per il defunto fino al cielo. Che dia le ali, mi viene in mente, ovvero il significato di Tatelev, il nome della lunghissima funivia che ci porterà nel pomeriggio al monastero di Tatev. Qui il suo architetto pose l’ultima pietra chiedendo allo Spirito Santo che quell’atto gli desse le ali, e detto ciò si buttò dal precipizio, atterrando, secondo la leggenda, miracolosamente incolume nella vallata. La caduta che divenne un volo: anche questo mi fa pensare tanto a me quanto all’Armenia. La capacità di mutare la rovina in principio di fortuna, il fallimento il motivo di maggiore fierezza. Con una differenza sostanziale, però, tra me e lei: ammiro negli armeni una fierezza senza vanità, mentre per me è l’esatto contrario. Più vanitosa che fiera, sono fragile come l’Armenia di fronte al mondo esterno; ma, dotata di molto minore patriottismo, mi lascio abbattere dal primo rifiuto.
Rileggendo queste righe nei giorni successivi, proverò un senso di disagio per aver tentato somiglianze poetiche tra me e l’Armenia, come per aver commesso un peccato di leggerezza. C’è una differenza essenziale nel nostro rapporto, che mi ha colto subito, ma che ho imparato a decifrare solo nei giorni a venire – e a cui solo alla fine del viaggio ho imparato a dare un nome: nascere, oppure no, nella parte sbagliata del pianeta. Come occidentale, io non posso capire cosa significhi la paura pervasiva della morte violenta. La guerra sulla scena e la povertà nello sgabuzzino. Non posso capire la precarietà radicale per il fatto stesso di essere al mondo, né l’odio atavico per un altro popolo che non ha più un perché ma tante buone ragioni. Non è immancabile per noi occidentali la scelta tra essere vittima o carnefice, e stentiamo a capire come questa scelta, per alcuni, più che un destino, sia innanzitutto un retaggio inevitabile. Sgraniamo gli occhi, siamo confusi e balbettiamo di diritti civili; ma noi, anime belle, abbiamo costruito un mondo a nostra misura facendo combattere le nostre guerre altrove, da qualcun altro, e il fardello dell’uomo bianco è rimasto come un cerchio alla testa, una sorta di amnesia dopo la sbornia del Novecento. Ed è così che abbiamo smesso di capire il Caucaso – semplicemente, lo abbiamo dimenticato.

 

Armenia

 

Santi, poeti, apicoltori e molocani. Luoghi del Nord-Est

Qui non c’è paura. Questa frase riecheggia di continuo nella mia testa mentre cerco inutilmente di raffigurare con gli acquarelli il paesaggio montano che mi circonda dappertutto e che ritaglio con avidità dal finestrino: non so come ha iniziato a sorgere nella mia mente, ma è un sottofondo a cui non cerco spiegazione. Mi dico che è in contrasto con l’ansia da accerchiamento che vive da sempre questa terra. Qui non c’è paura, ripeto: modulo le parole fino a farne una specie di cantilena, e allora mi accorgo che forse è quello che fanno i bambini per tranquillizzarsi nel buio. Qui non c’è paura, qui – non c’è – paura. Non fino al passo di Vardenyats, dove il caravanserraglio si apre e si chiude come un valico tra la via e la seta; non fino a Novarank, il monastero le cui scale simboliche, che incorniciano la facciata, per la prima volta sfoggiano un’architettura vertiginosa che mi fa sentire in Asia. Ma, più prosaicamente, non fino alla casa dell’apicoltore con le pistole, ovvero antichi pezzi di artiglieria incorniciati sopra il televisore, che ci accolgono nella tipica abitazione da nonni benestanti. Mobili di antiquariato a basso costo, un po’ stucchevoli, e tavoli coperti da una tovaglia di plastica per arrivare in buono stato almeno fino alla prossima generazione. Case di persone emerse da una vita di lavoro, in cui nulla è dato per scontato: in questo caso, case dei discendenti dal genocidio del 1915, i primi che si stanziarono qui. Il paesino, Martuni, è stato costruito da profughi, e io provo a scrivere là dove non c’è il minimo spazio, metaforico e letterale. Salutandoci, l’apicoltore non tralascia una battuta sorniona in risposta ad una mia curiosità entomologica. Le vespe, rispetto alle api, sono come i turchi: invasori indesiderati di alveari altrui. E sogghigna, tacendo la paura, o quantomeno spostandola fino al prossimo valico.
Ma, più che altrove, l’ansia sottile da accerchiamento sembra dissolversi – per rimanere anche qui, paradossalmente, come una strana droga sospesa nell’aria – verso Dilijan, nella casa del falegname molocano: denti d’oro, mani più grandi del volto, interpretazione letterale della Bibbia. Dio dice di non contare, ci avverte, quindi non sappiamo quanti siamo, noi molocani. Integralismo religioso oppure no, le origini russe non si toccano, anche se i miei avi sono stati perseguitati dagli zar e io sono nato nell’Azerbaigian sovietico. Mentre parla, mostrando ad intermittenza molari che mi ipnotizzano, non capisco se tutto il suo impero che mi circonda mi turba o mi affascina. Realizzo di essere ospite di una casa meticolosamente costruita in legno, come quella dei sette nani – comprensiva di una voliera grande quanto il mio appartamento; realizzo di avere di fronte un uomo con una visione personale forte, sotto forma di casa-utopia e religione-bandiera, ma una visione politica antica, russo-centrica e nostalgica del regime sovietico. Ma forse sono io che continuo a non capire.
In effetti, è dall’inizio del viaggio che stento a capire, e via via che mi inoltro nel Paese la sua storia sembra liquefarsi in rivoli di massacri senza nome o dal nome impronunciabile da una lingua occidentale. A Getik, qualche giorno prima, ci trovavamo molto vicini al confine con l’Azerbaigian. Il referente locale, un armeno di nome Samuel che vive la metà dell’anno in Francia, indicava distrattamente l’orizzonte circostante e ci diceva in francese: sulle montagne ci sono i soldati armeni. Subito sotto gli azeri. Venerdì è stato siglato l’accordo tra Azerbaigian e Armenia con la mediazione di Trump: prevede un corridoio azero in Armenia per arrivare alla regione del Naxçivan – exclave dell’Azerbaigian – in cambio della sicurezza dei confini armeni. Volete la mia opinione? Sono tre milioni i militari turchi, trentamila quelli armeni. Chi avrà interesse a difenderci? Nessuno manderà i militari in caso di attacco. In questo modo invece c’è almeno un controllo americano sul territorio.
È un accordo al ribasso, rispondo io, che traduco i pensieri del resto del gruppo: in cambio il Nagorno Karabakh perderà ogni autodeterminazione, sparirà dalle cartine, verrà inghiottito dall’Azerbaigian, e l’Armenia non potrà fare niente per gli armeni di quella regione se non rifare la conta dei profughi. Ma a quel punto, una discussione apparentemente politica si colora del sangue del martirio, e la stessa voce in francese di prima lancia profezie dall’alto del Caucaso meridionale. Gesù dice (ma lo fa per bocca di Samuel): Se mi segui sarai perseguitato. Siamo soli, continua Samuel, circondati da chi ci odia solo per il fatto di essere cristiani, mentre due anni fa il papa ha consegnato onorificenze al presidente azero che ci uccide per questo. Se domani diventassimo musulmani saremmo un Paese ricchissimo, perché abbiamo una grande cultura ed enormi competenze. Il punto è che non lo vogliamo fare.
Io lo guardo, incerta se tradurre. La veemenza della questione religiosa mi colpisce come uno schiaffo in faccia. Il mio pregiudizio secolarizzato vede subito l’ombra del fanatismo, ma non è così. Gli armeni che ho incontrato mostrano una fede profonda, ma non fondamentalista. La questione è identitaria, non religiosa. E come occidentale, questa è un’altra cosa che non potrò mai capire fino in fondo – l’identità negata che invoca il proprio Dio sotto la tenda soffocante della dominazione politica. E questo mi fa pensare all’eucarestia nella celebrazione liturgica armena. Durante il rituale un pesante sipario chiude l’altare alla vista dei fedeli, e solo le voci dei sacerdoti arrivavano senza corpo dall’altra parte del drappeggio. Chi vuole, creda nel miracolo, anche se non lo vede. Amate i vostri nemici, conclude Samuel, e aggiunge: Solo questo possiamo fare. E io penso: Qui non c’è paura, ma sarebbe un vero miracolo se ci fosse amore.

 

 

Gavit del monastero di Sanayin. Camminiamo su lastre di tombe sconnesse. In fondo si apre la cappella, da cui risuona una litania registrata, che rimbomba sui muri spessi e grigi. Incontro sempre queste pareti di pietra, incise quasi per intero da lunghe frasi scritte in un alfabeto sinuoso, a tratti cancellato, come un’Armenia maior a scomparire nell’erosione degli imperi e dei millenni. Eppure resta, ed è ben leggibile, nella sua illeggibilità, ai miei occhi latini. Questo posto è una frontiera, penso. l’Armenia è la frontiera dell’Asia, o tra l’Asia e qualcos’altro che forse è una favola e non è mai esistita, ma ci abbiamo sempre creduto. Sayat Nova, il poeta nazionale ma di origini georgiane, il cacciatore di canzoni, è stato qui. Sarà stato lui a metterci in testa strane idee. La nostra guida rievoca la sua storia con lo sguardo luccicante di chi condivide un segreto solo con te in mezzo ad un’enorme folla ignara. Mi rendo conto d’improvviso di aver dato per scontato ciò che vedevo dell’Armenia nei primi giorni. Come se anche io fossi stata nel gavit per diverso tempo, catecumena un po’ scettica che non può accostarsi all’altare e deve rimanere sul sagrato esterno. Non capivo questo ibrido di Oriente e Occidente, e nessuno dei due elementi mi soddisfaceva a pieno, come se entrambi finissero per annacquarsi a vicenda. Adesso inizio a capire quale sia l’equilibrio nascosto, come gli ingredienti del Gata, la torta tradizionale armena, di cui finalmente inizio a padroneggiare il dosaggio.
Nella biblioteca adiacente alla chiesa, quattro colonne al centro della stanza reggono tutta la conoscenza del mondo: teologia, filosofia, scienze esatte, e le sette belle arti, tutte sospese sotto il solito buco nel tetto tipico di queste architetture, per ricordarci che il pensiero, su qualunque pietra vada a sbattere, alla fine sale sempre verso l’alto, perché appartiene a Dio. E dove vorrebbe essere il mio pensiero ora. Cosa vorrebbe fare, e cosa sarebbe diverso se lo facesse. Dove vorrebbe andare che non fosse qui. Se non qui, perché ostinarsi. Senza peso, senza passato e senza futuro, l’ora lo abbraccia e chiede, chiede, chiede, di non essere altrove. Vada sempre un po’ più in là, il mio pensiero inquieto, purché rimanga nella stessa regione, quella del mio cuore. Ed è così che arrivo ad Haghpat, un altro monastero, ma nella stessa regione, quella di Lori – il convento che ha visto morire il poeta e nascere il regista, Parajanov, che sembra spuntare ad ogni angolo per allestire funerali color rosso melograno. Non sei, Haghpat, il posto dei santi né dei martiri, ma la camera ardente dei poeti. Tutti coloro che dismettono un lutto piangono per rime mancate che non potranno mai scrivere, per dediche su pietre che non potranno mai incidere, per preghiere che non saranno mai accolte né applaudite da nessun pubblico. Tu, Haghpat, sfili il velo nero dal capo dell’oggi e ci ricordi che siamo, noi siamo, e non siamo nulla se non restiamo. E ci dici che siamo solo dove restiamo.

 

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Gurdjieff e il diplomatico. Luoghi indifendibili

Gli italiani sono gli ultimi dei primi e i primi degli ultimi, per questo l’Urss ha chiesto aiuto a noi dopo il terremoto del 1988.
È arrivato il console onorario. Ma se lavoriamo bene, prosegue lui, noi dobbiamo scomparire: i progetti umanitari creano dipendenza di cui mediamente nessuno si accorge. Dunque? Non fate i buoni, non per vanità. Se qui l’oligarca ha un Mercedes più lungo del marciapiede, si chiude un pezzo del marciapiede. E quindi? Quindi recupero di edifici storici, qui dove siamo, ad esempio, l’hotel Villa Kars, che sembra riemerso da una nuvola di profumo coloniale d’inizio Novecento ma è tutto gestito da armeni. E la scuola di ceramica, da Gyumri a Los Angeles, dove la diaspora ha eletto un sindaco armeno in un quartiere abitato da più del 90% di esuli. Qui ho visto cadere il Muro di Berlino, ricorda il console, e qui adesso abbiamo l’Avenida Trump, il generalissimo della viabilità in Nagorno Karabakh. L’ironia del diplomatico ha la voce bassa e malinconica del poeta, ma le rughe frontali del filosofo della storia, e continua: qui da ottobre ad aprile non viene nessuno perché si scende a meno trenta gradi, e nessun Paese si può permettere un’economia ferma per sei mesi l’anno. E questo è lavoro, e non per esperti: gli esperti ti dicono solo cosa fare, ma qui bisogna essere tanto competenti quanto buoni, qui bisogna rischiare una visione del mondo. E le visioni del mondo sono spesso invisibili: è la somma di un’infinità di millimetrici spostamenti che non fanno notizia. Gli esperti invece sì, fanno notizia, e poi vanno con la jeep a mangiare al ristorante.
D’improvviso, una citazione un po’ libera di Gurdjieff, in procinto di avere una nuova casa museo, fa strizzare gli occhi del console-filosofo: se le persone avessero contezza di quanto siamo tutti delle cacchette, commenta lui, il mondo andrebbe molto meglio. Ride il console della sua nomina a console onorario: Gurdjieff mette la patacca ambita sul petto del diplomatico e poi fa una pernacchia. Ma gli scherzi istituzionali sono cose serie, proprio perché senza paga e senza portafoglio. È un titolo di prestigio che non costa niente a nessuno, se non alla personale buona volontà di chi lo riceve. Nel Caucaso sarebbe troppo facile dire – chi è il più forte vince. Nessuno vede chiaramente oltre questo polverone di contraddizioni, ma dalla densità del fumo si percepisce che la miccia è già esplosa. Qui si muovono le mandibole di giganti nazionali che divorano, triturandole, le realtà regionali: qui non è possibile nessuna San Marino, Monaco di Baviera, nessun Liechtenstein… Perché? Il sonno dell’indigestione genera mostri, almeno nello stomaco dei tiranni della terra. E sul lato opposto? I sogni delle anime belle, del buonismo attivista, cattolico o di sinistra, spesso velleitario e inefficace. Solo nel mezzo c’è l’unica professionalità possibile: la mediazione culturale, in cui non esiste vittoria facile, ma una fatta di ottimi, seppur faticosi, argomenti. La sindrome di Gorbacëv riemerge insieme al suo fantasma geopolitico: bisognava perdere tempo per creare una classe politica nuova, pronta, che non c’è mai stata per la fretta, per la vanità di rimanere nella storia. E quindi? Quindi si sono distribuiti i brandelli dell’economia alle oligarchie che c’erano, e che poi sono andate ad incassare la vincita.
È bello parlare con voi, ma adesso devo andare, conclude il console. Resterà con noi ancora più di mezz’ora, ma alla fine se ne andrà, con un sorriso sornione alla Clark Gable, passando tra la Puglia e Milano. E io che lo guardo penso che, se lo avesse avuto, si sarebbe rimesso il cappello di Panama, dando un leggero colpetto alla tesa di paglia.

 

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Perché costruire un monastero in un luogo indifendibile? Perché il cuore sta lì dove è più esposto; e pensiamo amico chi ci sta vicino, e pensiamo che il vicino lo protegga. Il vicino non è il nemico, ma il distratto, o il troppo debole, e quando accade, lascia che le mura crollino da sole. In questo posto dove la storia ha le stesse speranze dell’amore, in questo posto indifeso dal principe che lo ha costruito per poi morire lontano, in un’altra battaglia, in questo posto rosso come il tufo che sembra un cuore invecchiato in mezzo a una campagna militare, nel monastero di Marmashen io penso ai miei principi distratti, alle speranze fatiscenti, al muro indifendibile di ciò che ho sempre creduto di volere sperando mi tenesse in piedi. Questo luogo in rovina è divenuto quantomeno rifugio per gli uccellini, che cinguettano invisibili sulla cupola scrostata: piccoli pezzi di intonaco si staccano e cadono sul pavimento, ricoperto di tappeti impossibili da lavare ormai, mentre gli uccelli, ignari di ciò che agita il cuore dell’uomo da sempre e da sempre non trova difese, spiccano il volo frullando da una navata all’altra. In un certo senso, i più saggi ricordano, ma solo ciò che è utile a migrare, lasciando il resto al posto delle ortiche, lasciando che barbari calpestino il vecchio valico, mentre noi siamo già scappati, incolumi, a costruire cuori più forti sulle colline.
Gli armeni raccontano una barzelletta sul genocidio: un uomo sale su un taxi, visibilmente agitato. Il conducente cerca di calmarlo, ma l’uomo continua a inveire contro i turchi: portami in Turchia, dice lui, ci hanno fatto cose terribili, dobbiamo vendicarci! Il taxista ride e gli dice: Eh, ma è successo un secolo fa! – Al che l’uomo gli risponde: Sì, ma io l’ho saputo solo ieri! Chi mi racconta questa barzelletta vuole darmi una morale: gli armeni ricordano, ma solo ciò che è utile a migrare, a costruire cuori più forti sulle colline. E le colline che ho visto sono quelle di un altopiano, angusto ma molto amato, del Caucaso meridionale. Non ho capito se sia vero, né se sia così possibile, per un popolo come per un individuo, ricordare solo ciò che è utile, e lasciare il resto al posto delle ortiche. Credo che l’Armenia ci provi sinceramente, ma il cuore è un luogo indifendibile – e la storia, la tristezza di un assedio interminabile. I volti che ho conosciuto sono aperti e pieni di gentilezza, ma le ombre si accumulano costantemente là dove, all’orizzonte, il pericolo di cadere si rinnova. La guerra non è finita, dicono i loro sguardi, la guerra non finisce mai, e la verità è solo là dove c’è pace. E allora spero che questa terra, la mia e la loro, trovi pace, anche se nascosta in fondo a un pozzo di anni a venire di tormento.
Alla fine del mio viaggio mi trovavo nel monastero di Geghard, dove ho scoperto che si può scavare una chiesa intera nella roccia. In particolare, c’era una cappella costruita in questo modo, all’interno della quale una diramazione portava ad un bivio: da una parte, la strada conduceva ad una nicchia buia e vuota, simbolo di perdizione; dall’altra, si apriva all’interno di un’ulteriore cappella, dimora della pace e allegoria del paradiso. Un luogo che mi ha tolto il fiato, facendomi accasciare per qualche minuto sulla roccia. Eppure, pensavo, la chiesa in sé non era stata costruita per imporci quella scelta, ma perché si trovava sul luogo di una fonte naturale, venerata, anche prima di Cristo, come acqua di salvezza. Quindi il motivo di ogni vagare, e di ogni costruire, e di ogni racconto con una morale, è la fonte sottostante: è l’acqua paleolitica, quella che guarisce. Come? Lo capiremo poi. Nella scrittura c’è un lavoro simile, che mi spinge a cercare, in ciò che nel frattempo si è indurito, niente che lo disciolga – non nell’immediato – ma solo il principio possibile della sua liquefazione.

 

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* Le fotografie qui pubblicate sono tutte di Giulia Cosio, a eccezione della n. 3, realizzata da Emilio Mazzolari.


Giulia Cosio pratica una ricerca artistica che coniuga poesia, perfomance e arte visiva. Professoressa di storia e filosofia, ha incontrato e corrisposto per anni con Tzvetan Todorov, in collaborazione con il quale è nato un libro, La firma umana (Jouvence 2016). Ha diverse pubblicazioni in ambito letterario e saggistico ed è fattivamente impegnata in progetti di natura performativa, in cui ha ottenuto importanti riconoscimenti pubblici (Premio Bologna in Lettere 2022, Milano Centrale Festival 2023, Biennale di Venezia 2024).