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Incomunicabilità nel Tristram Shandy | di Martina Belelli

Le difficoltà di comunicazione sono uno dei perni attorno a cui ruota il romanzo di Laurence Sterne La Vita e le Opinioni di Tristram Shandy, Gentiluomo, opera rivoluzionaria, in nove volumi, tutti pubblicati tra il 1759 e il 1767. Romanzo di romanzi, il Tristram Shandy è organizzato in digressioni che complicano la sua comprensione, ma servono, allo stesso tempo, ad allungare la vita, a sorridere amaramente della morte e della fine, rimandandola, facendosene beffa: «Le digressioni, senza dubbio, sono il sole: – sono la vita, l’anima della lettura! – portatele fuori da questo libro, per esempio – forse portereste anche il libro via con loro.» (Laurence Sterne, La Vita e le Opinioni di Tristram Shandy, Harper Collins Publishers, Londra, 2012, p. 65).

Nonostante la vita di Tristram Shandy, personaggio della mancanza, atterrito dal fantasma della morte, sia una serie di sfortunati eventi e predestinazioni funeste, già a partire dal concepimento e dalla scelta del nome, egli vi rimane talmente attaccato da voler rimandare la sua fine, da descriverla nel minimo dettaglio. Mentre la reversibilità e le diverse temporalità sembrano creare confusione, una cosa è certa: Sterne propone di amare la vita, nonostante tutto, di amare tutte le creature, malgrado le difficoltà e, combinando i quattro umori, si fa un saturnino umorista che, apparentemente, prende in maniera non seria una materia molto seria.

I processi comunicativi, inversi e trasversali, provocano incomprensioni tra i personaggi: ognuno di loro è caratterizzato dalla propria ossessione, meglio nota come Hobby-Horse. Ciascun character vive il dramma della prigionia di un messaggio intrappolato da un bisogno diventato ossessivo: nessuno di loro è esente dal cavalcare i suoi giorni sulla sella delle ossessioni, in groppa al cavalluccio di legno che assume la forma di tutte le sue frustrazioni. Nella mitologia dell’ossessione Momo, il dio greco del Criticismo, dimostrò insoddisfazione nei confronti di Efesto per non essere riuscito a posizionare un vetro nel petto dell’uomo, così da far trasparire ogni suo segreto e pensiero nascosti, (J. E. Evans in Tristram as critic: Momus’s Glass vs Hobby-Horse in «Philological Quarterly», Iowa, 1971, p.669). Efesto non è riuscito a soddisfare Momo, ma Sterne sì, creando l’Hobby-Horse e così ha davvero messo a nudo l’anima dei suoi protagonisti. Ogni personaggio ha il proprio Hobby-Horse ed è impregnato della sua materia Hobby-Horsical. In questo modo, essi si salvano fuggendo dalla realtà stessa.

Parole, espressioni, quasi tutto genera incomprensioni, dalle quali deriva l’impossibilità di capire la realtà, specie tra i due fratelli Shandy, Walter e Toby, ragione e cuore, razionalità e pulsione, senso e sensibilità. Il primo ossessionato dalla filosofia e il secondo dalla guerra, questi due fratelli associano in maniera errata le idee, non si comprendono e litigano per questo. Toby viene descritto proprio a partire dalla sua ossessione, che lo caratterizza e non gli lascia spazio, non gli fa vedere i suoi confini e quelli degli altri, non gli permette di accorgersi dell’amore che una vedova prova per lui, non gli permette di guardare lucidamente il mondo e poterlo esprimere.

Tristram viene al mondo per mezzo dell’aiuto del forcipe, che, malgrado fosse ritenuta la rivoluzionaria invenzione del Dottor Slop, causa danni permanenti al piccolo che nasce senza naso, a causa della brutalità dell’oggetto.

Cosa starà architettando quell’uomo in cucina! –

È impegnato nella costruzione di un ponte – rispose Trim.

Molto nobile da parte sua, offri il mio umile servigio al Dottor Slop e digli che lo ringrazio di cuore. – disse mio zio Toby. Dovete sapere, che mio zio travisò il ponte (Laurence Sterne, op. cit., p. 80).

Ossessionato dalla guerra e dal mondo delle armi, Toby, pensa che il ponte che Slop sta costruendo, sia destinato alla riproduzione della mappa di Namur, dove aveva combattuto, e non come possibile risoluzione al danno causato dal forcipe al naso di Tristram; in breve, confonde una protesi con un ponte di guerra.

Analizziamo ora, più nello specifico, alcuni episodi in cui l’incomunicabilità si verifica tra Walter e Toby, i due fratelli affranti dalla difficile comprensione reciproca, affranti da un ostacolo che si dimostra, fin qui, insuperabile, così come insuperabile e difficile è ammettere che non si riesce a comunicare tra fratelli, non solo tra amici. La parte forse più avvilente del romanzo è proprio vedere come conservare gli stessi tratti somatici, che rendono i due fratelli simili, non significa per forza che essi trovino immediato e semplice entrare l’uno nel mondo dell’altro, perché nonostante il colore degli occhi o dei capelli possa essere simile, se non identico, i loro mondi, governati dalle ossessioni, sono indubbiamente opposti.

Regni e province e città, non hanno forse avuto le loro glorie? e quando per la prima volta, principi e poteri si sono insediati in esse, in un primo momento le hanno unite, favorendo le loro evoluzioni e le hanno poi distrutte. Fratello Shandy – disse mio zio Toby, appoggiando la pipa alla parola evoluzioni. – Intendevo Rivoluzioni, perdio! – disse mio padre. – Intendevo rivoluzioni, fratello Toby, evoluzioni non avrebbe senso. – Questo non ha senso – disse mio zio Toby. È senza senso anche interrompere il filo di un discorso del genere in questa occasione! – gridò mio padre (ivi, p.317).

Qui la colpa del qui pro quo va alle parole “evoluzione / rivoluzione”. A causa di un errore di Walter si finisce per non capirsi, per spezzare quel filo del discorso fragile. Si oltrepassa qui il confine tra l’interpretare la realtà e l’altro e il non comprendere entrambe le cose. Ogni cosa può essere facilmente equivocabile durante la lettura di questo romanzo, ogni parola può distorcersi e contorcersi dal dolore di non arrivare direttamente dove voleva, ogni emissione è a rischio, ogni tentativo di riuscita ed efficacia comunicative.

La descrizione dell’assedio di Jericho non poteva catturare in miglior modo l’attenzione di mio zio Toby, ancora più intensamente dell’ultimo capitolo. Fece cenno al caporale di avvicinarsi alla sua sedia per porgli a parte una domanda. – Era l’assedio di Limerick, mio padrone. – rispose il caporale facendo un inchino. – Il povero ragazzo ed io eravamo scarsamente abili a strisciare fuori dalle tende nel momento in cui venne compiuto l’assedio di Limerick, a proposito di ciò che stavi dicendo. – disse mio zio Toby, rivolgendosi a mio padre. – Ora cosa può esserti passato per la testa, mio caro fratello Toby? – gridò mio padre dentro di sé – Perdio!. Continuò, sempre parlando a se stesso, esaspererebbe un Edipo prima di arrivare al punto (ivi, p. 358).

Nonostante tutto questo, malgrado la parola e il pensiero si trovino in balìa dell’incomunicabilità, c’è una speranza, una luce che può infondere coraggio. Andare verso l’altro significa dedicargli tempo, ascolto, conforto. Scendere dalla “sella” delle ossessioni può rivelare universi inesplorati ed ignoti, mondi sconosciuti. Abbiamo ora, la concreta possibilità di vedere come Walter e Toby si volessero in realtà molto bene, come non si dimenticassero mai l’uno dell’altro, come, nonostante fossero lontani con il pensiero, con l’associazione di idee, lontani dall’ascolto e dalla volontà di non interrompersi, fossero in realtà molto più vicini di quanto si pensi, vicini al cuore, all’anima, vicino al patto incorruttibile della loro esistenza: essere fratelli. È lo stesso Sterne, nella sua amara risata e tragica visione delle cose, a far trapelare un po’ di voglia di sperare e di credere che, per quanto diversi, i due fratelli non potessero mai separarsi e vivere l’uno senza l’altro.

Mio padre, credo, nutrisse il più profondo amore e la più grande tenerezza per mio zio Toby, come ogni fratello farebbe per suo fratello e avrebbe fatto tutto ciò che in natura gli era possibile per il bene del cuore di Zio Toby (ivi, p. 62).

L’incomunicabilità frustra i personaggi di Sterne, non li fa comunicare correttamente tra loro, crea difficoltà nell’instaurare rapporti sani, ma in fondo qui Sterne parla di amore e tenerezza, di benevolenza. I due fratelli faticano a comprendersi, ma non smettono mai di ricordarsi di essere famiglia, di volersi bene e di impegnarsi a rimanere insieme. L’avverso incomunicabile può essere dunque sconfitto, con lo slancio della vita verso quella degli altri, con l’amore e la compassione.

         

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