Potrebbe Henry James spiegare qual è l’essenza di Internet? Forse in un’intervista impossibile, in cui lo scrittore illustrasse innanzitutto il celebre concetto di «house of fiction». Questa nota metafora architettonica, apparsa per la prima volta nella prefazione del romanzo The Portrait of a Lady, rappresenta da sempre la chiave per comprendere alcune delle nozioni fondamentali riguardo coscienza e percezione secondo James.
Se tale modello possa essere ancora valido nel contesto attuale, in cui il processo di conoscenza è così spesso profondamente influenzato dalla presenza del World Wide Web, rappresenta sicuramente una questione interessante.

La House of Fiction è un edificio metaforico, che si presenta tempestato di «not one window, but a million – a number of possible windows» (http://ebooks.adelaide.edu.au/j/james/henry/j2p/preface1.html, trad. it. «non una finestra, ma un milione –un numero di possibili finestre»). Ogni finestra rappresenta uno spiraglio sulla realtà, ma l’ampio (e soprattutto variabile) numero di queste aperture rende impossibile ottenere un’uniformità del punto di vista, e di conseguenza della realtà stessa. La prima preoccupazione di James, in effetti, è quella di affermare l’assoluto relativismo conoscitivo. Queste finestre non sono predisposte, ma di volta in volta create – «pierced» è il termine utilizzato da James, che immediatamente richiama alla mente l’idea di strappare il velo che ci separa dalla realtà oggettiva, una sorta di schopenhaueriano “velo di Maya” – «by the need of the individual vision and by the pressure of the individual will» (ibidem, trad. it. «dalla necessità della visione individuale e dalla spinta dell’individuale volontà»).

Sebbene queste aperture abbiano dimensioni e forme diverse, esse si affacciano sullo stesso panorama umano, tanto che ci si potrebbe aspettare di cogliere, al di fuori di esse, la medesima scena. Ad ogni finestra si trova una figura che osserva con i propri occhi, se non addirittura con un binocolo, come afferma James, ciò che accade fuori, formandosene un’impressione unica e differente dagli altri, nonostante tutti osservino in effetti la stessa cosa. La discrepanza nella loro percezione dipende dalle differenze tra le finestre: la loro forma e grandezza dipende dalla volontà della persona che vi si affaccia, dalla coscienza dell’individuo stesso. Scrive James: «There is fortunately no saying on what, for the particular pair of eyes, the window may not [sic] open; “fortunately” by reason, precisely, of this incalculability of range» (ibidem, trad. it. «Fortunatamente non è dato dire su cosa, per un particolare paio di occhi, la finestra potrebbe aprirsi; “fortunatamente” precisamente in virtù di questa incalcolabilità di raggio»).

In queste parole si trovano condensate le idee di James sulla relatività della conoscenza; il rapporto tra lo scrittore e la realtà, sua fonte d’ispirazione privilegiata; la necessità di libertà per l’artista; la possibilità di risalire alla coscienza e alla posizione morale dell’autore a partire dalla sua opera: tutte questioni che James approfondisce altrove. In questo caso, l’attenzione si sofferma sulla condizione dell’individuo in perpetua osservazione alla finestra. Egli si fa emblema sia dei personaggi delle opere di James, che commettono spesso errori di valutazione o sono vittime di fraintendimenti, sia dell’essere umano stesso, nella sua impossibilità di arrivare a conoscere completamente la verità, sia, e soprattutto, dell’artista, dello scrittore, nella sua continua ricerca di tradurre in parole impressioni della realtà. Ellen Frank affermò, nel suo Literary Architecture: Essays Toward a Tradition: «If we simply try to visualize, in all its dimensions, James’s house of fiction, all we can conjure up is a fantastical façade with no structure behind it, much like those smaller and peculiarly desolate building-fronts which line the make-believe streets of old movie lots» (Ellen Eve Frank, Literary Architecture, University of California Press, Los Angeles, 1983, p. 182, trad. it. «Se semplicemente cerchiamo di visualizzare, in tutte le sue dimensioni, la house of fiction di James, tutto ciò che riusciamo a richiamare alla mente è una facciata immaginaria senza alcuna struttura dietro, come quelle modeste e peculiarmente desolate facciate di edifici allineate lungo le finte strade dei vecchi film»).

Si tratta di una lettura interessante, che pone l’accento principalmente su due aspetti: innanzitutto, la casa “of fiction” è essa stessa una finzione; inoltre, un vero e proprio muro separa l’individuo da una realtà che altrimenti si troverebbe, almeno in apparenza, a portata di mano.

Il sospetto che la casa altro non sia effettivamente che una facciata condusse Frank a riflettere sul fatto che questa, come molte facciate, ha la funzione di nascondere o mascherare. Data la sua posizione frapposta tra il «watcher-artist» e «the spreading field, the human scene» (http://ebooks.adelaide.edu.au/j/james/henry/j2p/preface1.html, trad. it. «l’osservatore-artista e il campo aperto, l’umana scena»), ossia fra artista e realtà, la studiosa dedusse che essa nasconde l’una all’altro. Ma in questo modo è proprio la house of fiction, con tutte le sue finestre, a qualificarsi come ciò che maschera la realtà all’artista, e quindi, come ciò che lo separa da essa. In questo senso Frank percepì questa casa come un vero e proprio muro: «James declares: “it is a dead wall”; and no matter how he might try to beguile us into distraction by describing all the openings, apertures, holes, and windows, the dead wall bars direct intercourse between the voyeuristic watcher-artists and the human scene they observe» (Ellen Eve Frank, Literary Architecture, op. cit., p. 183, trad. it. «James dichiara: “è un muro chiuso”; e per quanto egli possa cercare di distrarci con la descrizione di tutte le fessure, le aperture, i fori, e le finestre, questo muro impedisce il contatto diretto tra gli osservatori-artisti voyeurs e l’umana scena che essi osservano»).

L’artista appare quindi non soltanto distaccato da quello che accade fuori dalla finestra, ma completamente impossibilitato a prendervi parte, proprio a causa della sua posizione di osservatore. Frank volle sottolineare che il suo essere così alienato dalla «participatory experience» (trad. it. «esperienza partecipativa») rende infine lo scrittore stesso una sorta di entità incorporea; inoltre, nel descrivere le finestre della casa come «disconnected, perched aloft» (http://ebooks.adelaide.edu.au/j/james/henry/j2p/preface1.html, trad. it. «sconnesse, arrampicate in alto»), più distanti l’una dall’altra di quanto sarebbe necessario, James comunica la grande solitudine che all’artista deriva dalla sua vocazione. In questo senso, egli sembra anticipare il celebre concetto pirandelliano di un individuo «avventore della vita», che, troppo impegnato ad osservare e cercare di spiegare il dipanarsi degli eventi, non riesce a prendervi parte. E sarebbe fin troppo facile rintracciare una nota autobiografica in quest’idea che James propone dello scrittore.

La conclusione a cui Frank giunse è che «to James the act of seeing (as distinct from the act of participating) constitutes creating, fiction-making, processes which are unavoidably interpretative and subjective and which James generously celebrates. Is there for James a world but for our seeing of it? (Ellen Eve Frank, Literary Architecture, op. cit., p. 186, trad. it. «per James l’atto di vedere (inteso come distinto dall’atto di partecipare) va a costituire processi generativi, di creazione fantastica, che sono inevitabilmente interpretativi e soggettivi e che James celebra generosamente. Esiste per James un mondo se non per il fatto stesso che noi lo vediamo? »).

È possibile usare la metafora di James, dunque, la sua house of fiction, per capire il processo con cui l’umanità contemporanea conosce il mondo? Nell’arco di circa un secolo, la realtà è radicalmente mutata rispetto a quella che James aveva davanti agli occhi, ma la house of fiction rappresenta ancora una delle più valide intuizioni nel campo del relativismo gnoseologico.

Lo sviluppo di Internet è un processo costantemente in evoluzione e, per tanto, oggetto di continua osservazione. Esiste un gran numero di teorie che lo riguardano e, naturalmente, molte si pongono il problema del relativismo della conoscenza, in un’era in cui chiunque può accedere a contenuti di cui è raramente certo dell’affidabilità. Irene Hammerich e Claire Harrison gettavano una prima luce su questo problema già nel 2002: «Today the function of knowledge is no longer to gain depth in feeling, insight, and revelation in order to understand a truth, but to continually gather already existing knowledge in the hopes of weaving our own truth(s)» (Irene Hammerich, Claire Harrison, Developing Online Content, John Wiley & Sons Inc., 2002, p.59, trad. it. «Oggi la funzione della conoscenza non è più quella di far guadagnare una profondità di sensibilità, percezione e intuizione, allo scopo di comprendere la verità, ma di raccogliere continuamente la conoscenza già esistente, nella speranza di riuscire a intessere una propria verità»).

Quest’affermazione solleva varie questioni, tra cui quella centrale è senza dubbio che nell’“Information Age” la conoscenza non sembra derivare più da un’autorità, che Michael de Certeau aveva nominato «The First Speaker» e identificato con Dio, in The Practice of Everyday Life (1984). Quanto dall’utente stesso: «we build it ourselves through our own ingenuity and technical dexterity» (Irene Hammerich, Claire Harrison, Developing Online Content, John Wiley & Sons Inc., 2002, p.59, trad. it. «la costruiamo noi stessi attraverso il nostro ingegno e la nostra destrezza tecnica»). Hammerich ed Harrison osservano che gli strumenti interpretativi della tradizione risultano insufficienti di fronte alla potenza della nuova risorsa virtuale: confrontandosi col fallimento dei primi e la vastità della seconda, l’utente giunge alla conclusione che non ha più senso cercare un’unica verità, perché in Internet coesistono tante possibili ed eguali verità, quante sono le diverse esperienze e i punti di vista di ciascun utente. Questo aspetto è strettamente collegato con la sconvolgente quantità d’informazioni a cui è possibile accedere grazie al World Wide Web, definita un vero e proprio bombardamento. Il risultato è una condizione che Richard Wurman definisce «information anxiety»: «I believe it is a myth that the more choices you have, the more appropriate actions you can take and the more freedom you enjoy. Rather, more choices seem to produce more anxiety» (Richard Saul Wurman, Information Anxiety, Que, Indianapolis, 2001, p.317, trad. it. «Ritengo sia un mito che più possibilità di scelta si abbiano, più siano appropriate le azioni che si possono intraprendere e maggiore la libertà di cui si gode. Piuttosto, più scelte sembrano produrre maggiore ansia»). L’enorme quantità d’informazioni, diffuse da un’incredibile varietà di voci, diventa, quindi, parte del bagaglio di conoscenza personale dell’utente, formato da lui stesso in base ai suoi particolari parametri, finendo per definirne la percezione della realtà.

Myron Tuman ha concluso: «There is no pre-existing text, with its own special vision of the world, that we as readers are required to grasp; instead, the text comes into existence through our own manipulations and decisions as we sit at the terminal» ( Myron Tuman, Word Perfect: Literacy in the Computer Age, London: Falmer Press, 1992, p.42, trad. it. «Non c’è un testo preesistente, con la sua particolare visione del mondo, che a noi in quanto lettori è richiesto di cogliere; piuttosto, il testo è posto in essere dalle nostre stesse manipolazioni e scelte, mentre sediamo davanti al terminale»).

L’individuo dell’Età dell’Informazione continua, dunque, ad essere chiuso all’interno della house of fiction, nascosto, nel bene e nel male, dalla facciata del proprio schermo. Egli utilizza questa finestra sul mondo per osservare una realtà (virtuale, ma non per questo meno presente) che dipende completamente dalla sua volontà. Egli sceglie a quale e quanta porzione di essa avere accesso; egli stabilisce se parteciparvi o meno. E per quanto tutte le informazioni si trovino lì davanti a lui, letteralmente a portata di click, egli non può mai giungere a possederle: essendo incerta, molteplice e variabile, la realtà sfugge a una conoscenza definitiva. Ancora una volta, nonostante la moltiplicazione degli strumenti di diffusione e conoscenza, o forse a causa di essa, l’uomo rimane intrappolato nella relatività del punto di vista, avendo accesso a uno spiraglio di una realtà che non può mai cogliere oggettivamente e per intero.

Ora, Henry James non avrebbe certamente potuto predire questo scenario. Tuttavia la costruzione di un modello descrittivo della condizione umana, così versatile nelle sue applicazioni da essere ancora oggi valido, rappresenta certamente una testimonianza della profondità delle sue intuizioni sull’animo umano e, infine, del suo genio.

Beatrice Zuaro