Intimità senza lirismo ⥀ Su Finestre di Francesco Deotto
Gerardo Iandoli recensisce Finestre (Industria&Letteratura 2025), l’ultimo libro di Francesco Deotto
Per poter comprendere Finestre di Francesco Deotto, bisogna partire dalla sua struttura: si tratta di un libro suddiviso in sei parti, ognuna composta da capitoli intitolati con una data. Di fatto, si narrano delle vicende che coinvolgono l’io poetico dal 18 maggio 2021 fino al 6 dicembre del medesimo anno. Il primo elemento a catturare l’attenzione del lettore è la forma di ogni singolo capitolo: sono formati da lasse in prosa di numero variabile suddivise in due blocchi riconoscibili perché non perfettamente allineati. Pertanto, un blocco risulta più spostato verso la destra della pagina, l’altro più verso la parte sinistra. Ogni blocco assume, se si osservano tutte le lasse che lo compongono, una forma squadrata, cioè una forma che rievoca le «finestre» del titolo.
Finestre ha una trama chiara: la madre dell’io poetico ha un meningioma e ogni capitolo rappresenta una diversa tappa: prima del processo di scoperta della malattia, poi di quello di guarigione. Questa storia si dipana, capitolo per capitolo, sempre all’interno del secondo blocco. Il primo blocco, invece, presenta sempre una descrizione di ciò che l’io poetico vede dalle finestre presenti nello spazio in cui è ambientata la scena raccontata nel secondo blocco. Le finestre possono essere reali oppure virtuali: anche gli schermi, quindi, nel testo di Deotto, assumono il ruolo di “affacci” sul mondo.
La sua opera precedente, Avventure e disavventure di una casa gialla (di cui si è già parlato qui), è formata da descrizioni di strutture architettoniche: a caratterizzare la scrittura di Deotto è la sua capacità di inserire termini dalla doppia valenza, ingegneristica e umana, che permettono a chi legge di scorgere negli edifici descritti una parvenza di “carattere”. In Finestre, al contrario, si porta avanti un’operazione differente. La malattia della madre viene raccontata in passi di questo tenore:
Dal referto: «In sede tempero-frontale sinistra presenza voluminosa formazione espansiva con componente solida con diametri traversi di 4 x 3 cm, aderente all’ala sfenoidale con intesa impregnazione dopo mezzo di contrasto, con margini regolari preferibilmente da attribuire a voluminoso meningioma […]» (p. 12).
È domenica. L’umore sembra migliorato, probabilmente anche grazie ai farmaci. Oggi quasi non ha pianto. È contenta che gli infermieri siano riusciti a ritrovare i suoi occhiali da sole. Si trova in effetti in una stanza bella e spaziosa ma che per rimanere fresca e ben arieggiata richiede che si lasci entrare anche molta luce, che la stanca. Mi fa capire che la sua borsa si trova in uno degli armadi della stanza, me la fa prendere per mostrarmi alcune cose che non le servono e che posso riportare a casa. Domani è lunedì e dovrei poter parlare con un chirurgo (p. 37).
Nel pomeriggio partiamo per Udine, questa volta per una visita privata all’Ospedale Gervasutta. Lo raggiungiamo appoggiandoci al servizio di trasporto sanitario privato della Croce Rossa Italiana. Al momento di prenotare, ancora a fine agosto, avremmo potuto optare per un più semplice furgoncino. Non avrebbe però permesso a mia madre di viaggiare sulla barella. E l’autombulanza ha anche un posto in più, così sia io che mia zia possiamo salire: io a fianco del conducente, mia zia e mia madre dietro, insieme all’altra volontaria (p. 103).
La figura della madre, da sempre strettamente legata a una scrittura patetica, in Finestre viene descritta come un problema di tipo logistico. Prima di tutto, la descrizione del suo corpo è affidata alla precisione chirurgica dei referti medici: sappiamo tutto della sua malattia e delle conseguenziali necessità fisiche, ma nulla di lei in quanto persona, con un proprio modo di sentire, vedere e agire il mondo. In secondo luogo, il rapporto madre-figlio durante la malattia viene descritto solo in termini organizzativi: la madre deve essere spostata dalla casa agli ospedali e viceversa, considerando i suoi problemi fisici e le difficoltà strutturali del Sistema Sanitario Nazionale (soprattutto durante la pandemia di Covid-19, epoca in cui sono ambientate le vicende). Detto altrimenti: la madre è solo un oggetto da monitorare e trasportare da un luogo all’altro secondo le necessità del caso. Infatti, nella seconda citazione, quando si fa un lieve accenno alla dimensione psicologica della madre parlando di miglioramento dell’umore, subito si capisce che questa informazione viene detta per descrivere il funzionamento delle medicine. La dimensione emotiva della madre non interessa in quanto tale, ma solo come effetto della cura farmacologica, come sintomo dell’efficacia del processo riabilitativo.
In Finestre non c’è Amore, ma solo Efficienza.
Come già si è detto, in ogni capitolo nel primo blocco si descrivono delle finestre e ciò che si vede attraverso di esse. Nel capitolo 20 giugno 2021 si fa una riflessione sulla possibilità di considerare un televisore come una finestra. Tuttavia, questo passaggio può essere considerato come un modo per definire la reale funzione delle finestre nel libro:
Parlare di una “finestra sul mondo”, in casi simili, è probabilmente un po’ retorico ma, tutto sommato, potrebbe non essere del tutto fuori luogo. A condizione di intendersi sui termini. Non nel senso wittgensteiniano, quello di quel mondo i cui limiti sono i limiti del nostro linguaggio. Piuttosto, nel senso di quella specie di mondo “comune” (non esattamente husserliano) che è così spesso al centro della nostra vita di ogni giorno (lo small talk, i trending topics, ecc.). Oppure, nel senso di quel mondo “esterno” (non esattamente kantiano) che può talvolta permetterci un’evasione, per quanto effimera, da ciò che più ci inquieta, talvolta dagli altri (prossimi o lontani), talvolta da noi stessi (p. 23).
La finestra, in Deotto, è il non-esattamente. È la negazione dell’esattezza, lo schiudersi della possibilità dell’imprecisione. E ciò è tanto più importante se si considera che l’autore, nella sua opera poetica, ha abituato il pubblico a una scrittura precisa, dai tratti quasi ingegneristici. Di fatto, la finestra è ciò che proietta l’altrove nel qui, anche se non è esattamente qui. Oppure, viceversa, è ciò che trasporta la mente nel qui verso l’altrove, anche se non si riesce a essere esattamente lì. La finestra permette a due piani spaziali di essere nello stesso momento, anche se non sono esattamente contigui, né collegati.
Alla luce di quanto detto finora, al costo di fare un volo pindarico, potrebbe essere utile accendere una connessione semantica che, per un lettore odierno, risulta quasi naturale di fronte al termine «finestre». «Finestre» rievoca Windows, il sistema operativo che non solo ha permesso la pervasiva diffusione dei computer nella vita quotidiana, ma che, con il tempo, si è trasformato in un vero e proprio modo di percepire la realtà (virtuale e no). Windows è strutturato come segue: un piano, chiamato «desktop», su cui sono ordinate delle icone, le quali, una volta cliccate, aprono delle «finestre» su altri piani. Col tempo, il gesto del «clic» si è trasformato, grazie a internet, nella possibilità di aprire finestre sul mondo e di poter viaggiare, anzi navigare, tra le varie informazioni e notizie.
Nel mondo contemporaneo, tuttavia, non sembra essere più il computer a volersi aprire sul mondo, ma il mondo a volersi inscrivere nel computer. Ogni aspetto delle culture umane cerca di seguire una logica algoritmica, al fine di essere maggiormente intercettato dai social e poter diventare, così, «virale». Lo stesso accade alla figura della madre, che in Finestre viene vivisezionata in una sequenza di dati medici o logistici. L’umanità della madre non c’è più e di lei esiste e resiste la pura presenza, come peso che deve essere trasportato e “riparato”.
Eppure, Deotto non è un poeta post-umanista, cioè un poeta che cerca di superare la visione umanista che pone al centro del conoscere la figura umana. Lo è solo da un punto di vista contenutistico: tenta di gettare, nelle sue descrizioni, l’umanità quanto più è possibile ai margini, per dare l’impressione di un superamento dell’antropocentrismo. Ciononostante, è nella forma, nella lingua, che l’umanità resiste imperterrita. Nella sua poesia il lirismo è una questione di montaggio: in uno degli ultimi capitoli, quando ormai appare chiara la ripresa della madre, il referto positivo del secondo blocco viene accostato a una finestra che mostra le decorazioni natalizie nel primo blocco. E nella mente del lettore si crea una connessione tra l’atmosfera festiva e il ritorno della salute, seppure i due elementi non siano collegati logicamente tra di loro. Il fatto che la madre riacquisti la salute in prossimità delle feste natalizie è un puro accidente, eppure è nella scrittura che questi due elementi trovano un legame.
Deotto sembra affermare: ogni riflessioni post-umanista fa uso del linguaggio e, per tale motivo, l’umanità non smetterà mai di intrufolarsi tra le righe, nonostante tutti i tentativi di respingerla a un ruolo secondario o, addirittura, di eliminarla.
Finestre, in estrema sintesi, è un testo intimo senza essere lirico.
Prima di chiudere, è necessario fare attenzione a un aspetto: nel libro sono presenti foto dell’autore che mostrano in maniera diretta le finestre di cui si parla nei vari capitoli. Si guardi, ad esempio, la foto di p. 28: le mattonelle che ricoprono il pavimento e le pareti dell’ospedale impongono alla vista un ordine geometrico oppressivo. Nelle foto di Deotto l’ordine è tumorale: si espande nella sua precisione geometrica e si impone alla vista. In questa prospettiva, la finestra è l’apertura che permette di rompere la massa ordinata e ripetitiva. È una metafora potentissima del mondo odierno: il tumore è una massa che cresce in maniera caotica, andando a sommergere l’ordine biologico dell’organismo; al contrario, la società è soffocata da un eccesso di ordine algoritmico che, perpetuandosi all’infinito, sommerge il vitalismo caotico dell’umano, inaridendo le possibilità esistenziali e costringendo tutti a essere pura variabile in uno schema che si ripete.
Gerardo Iandoli
La mia biografia: Gerardo Iandoli (Avellino, 1990) si è laureato a Bologna e dottorato all'Università di Aix-Marseille, entrambe le volte in Italianistica. Si occupa di teoria letteraria e rappresentazioni della violenza nella letteratura, nel fumetto e nelle serialità televisiva italiana degli anni Duemila. Scrive per la rubrica UniversoPoesia di Strisciarossa. Ha pubblicato un libro di poesie, Arrevuoto (Oèdipus 2019).

