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Irrational Man (film) di Woody Allen | Enrico Carli

Regia: Woody Allen
Genere: delitto e castigo alla Woody
Durata: 96
Con: Joaquin Phoenix, Emma Stone, Meredith Hagner, Jamie Blackley, Parker Posey
Paese: USA
Anno: 2015

Gli affezionati di Woody Allen ormai lo sanno: dopo qualche commedia il regista ci regala un thriller sui generis, di quelli dove la dicotomia buoni e cattivi, giusto e sbagliato è parte integrante dell’esperienza cinematografica, e lo spettatore è coinvolto a porsi delle domande nel tentativo di rimanere aggrappato alle proprie certezze (lui che era così certo di avere una bussola morale tutta per sé). Non per niente Abe Lucas è un professore di filosofia abituato ai quesiti esistenziali. È appena arrivato all’università di Newport, nel Rhode Island – un luogo che è un paradiso di verde, spiaggia e confortevoli dimore – e la sua fama di intellettuale impegnato e stravagante (la pancia da alcolista di Joaquin Phoenix è così prominente da prendersi tutta la scena anche in presenza di Emma Stone) gli accattiva le simpatie di una tra le sue studentesse più brillanti, Jill Pollard, e della collega Rita Richards, insegnante di chimica. Ma lui è un disperato, e le relazioni sembrano interessarlo poco come tutto il resto.

Senza svelare altro della trama, possiamo dire che la storia disattende abilmente le aspettative del triangolo amoroso. Ogni personaggio del film sa già più o meno come andranno le cose (tranne forse in un solo caso, e per motivi interni al meccanismo giallo), e questo non perché Woody Allen faccia interagire delle menti iperconsapevoli, ma perché costoro verbalizzano i timori fondati sulla comprensione degli atteggiamenti altrui e conoscono il canovaccio (prima ancora che Abe Lucas giunga nell’ateneo, il ragazzo di Jill le dice che sa già come andrà a finire: che lei s’innamorerà del professore – Jill naturalmente lo solleva dal dubbio dicendogli che è impossibile, perché ama lui), e quindi in un certo senso ognuno deve nascondere all’altro ciò che è evidente che farà. Non c’è scampo, le cose stanno così in questo universo narrativo: anche se si è abbastanza avveduti da anticipare e comprendere le circostanze in atto. Tuttavia non si tratta di una tragedia, dove gli eventi sono sì implacabili, ma al di là dell’intelligibilità umana.

C’è un vecchio quesito filosofico ripreso da certo cinema americano in cui è posta la domanda “esiziale”: se potessi tornare indietro nel tempo e incontrare Adolf Hitler quando ancora era solo uno studente d’arte senza un testicolo, lo uccideresti? Non a caso Abe Lucas sta tentando di scrivere un saggio su Heidegger e il fascismo, e l’altro suo libro già pubblicato a cui qualcuno accenna è sull’etica situazionale del sociologo canadese Erving Goffman, autore de La vita quotidiana come rappresentazione. Goffman sostiene che la vita sociale è incentrata sull’interazione, e l’attore (ognuno di noi) è sempre intento a porre se stesso in scena sul palco della società. Per sottolineare il riferimento a questo tipo di “metafora drammaturgica” del sociologo, Woody Allen fa assumere al suo professore – nel momento in cui egli racconta a un party dello scalpore che ha fatto quel suo vecchio libro nell’università da cui proviene – la faccia di chi, preso in contropiede dalla propria vanità, cerca di camuffarla aggrottando le sopracciglia e guardando altrove. Anche se la disperazione di Lucas è un modo per tirarsi fuori dal gioco delle parti (pur entrando così in un altro ruolo, che è quello dell’intellettuale tormentato), gli altri della “compagnia” continuano a volerlo trascinare sul palcoscenico. E quanto più lui proverà a resistere alle molte proposte, soprattutto da parte delle donne, tanto più sia loro che noi spettatori sappiamo come andrà a finire. In questa messinscena dove tutti sanno tutto o credono di saperlo (siamo anche in provincia, oltre che tra professori e studenti), non gli consentiranno di esimersi dalle implicazioni del suo ruolo. Anche per questo Abe Lucas se ne inventerà un altro solo per sé, e sarà quello del riscatto tramite l’azione radicale.

Chi invece, tra i personaggi, non esprime la propria lettura degli accadimenti futuri, intuisce però lo svolgimento dell’azione delittuosa con tale perspicacia da far pensare che non voglia vedere chi ne sia l’artefice. E allora, come mostrava Edgar Allan Poe nel racconto Il cuore rivelatore, l’omicida può gongolarsi del suo scaltro gesto perché qualcosa nasconde all’occhio lì il cadavere, qui il movente. Lo stesso fa uno dei due assassini di Nodo alla gola di Hitchcock, nel cui film di Allen ci sono lontani echi così come di altri capolavori del maestro del brivido, da L’altro uomo a Il delitto perfetto. Ma il movente di Woody Allen, non dimentichiamolo, è più dalle parti del grande cineasta svedese Ingmar Bergman, per la rappresentazione cruda delle umane vicende, dove la luce (Jill vince al circo una piccola torcia) sa sempre cosa rivelare, ma non è sufficiente a scandagliare il buio che ci portiamo dentro, i cosiddetti bassi istinti e tutto ciò che possono condurci a fare nello spettacolo in corso d’opera della vita.

         

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